Giallo Via Poma: L’agendina di Pietrino Vanacore

Giallo di via Poma, svolta nell’inchiesta:
perquisita la casa di Vanacore

di Cristiana Mangani

ROMA (26 maggio) – Poco più di un mese fa, il pubblico ministero Roberto Cavallone, ora procuratore della Repubblica di Sanremo, aveva invitato Pietrino Vanacore a recarsi in procura per «dire quello che sa». Troppi misteri sulla figura del portiere di via Poma 2, troppe verità nascoste. La sua richiesta avveniva nel giorno in cui la nuova indagine, riaperta nel 2004, si era conclusa con la contestazione del reato di omicidio per Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni. Caso chiuso, quindi, o almeno così sembrava. Se non fosse che i magistrati di piazzale Clodio hanno tenuto una parte dell’inchiesta aperta. Un altro fascicoletto sul quale compare il nome di Vanacore. Ed è sulla base degli atti contenuti in questa cartellina che, qualche mese fa, i carabinieri si sono recati a Monacizzo, in Puglia, dove oggi l’ex portiere vive con la moglie, e gli hanno notificato un decreto di perquisizione. Ancora una volta si è frugato nella vita di quest’uomo, con la certezza assoluta che sa qualcosa e che ha avuto particolari ragioni per non parlarne.

La richiesta di riaprire gli accertamenti nei suoi confronti e di effettuare una perquisizione è stata firmata dai pm Roberto Cavallone e Ilaria Calò, perché «a fronte delle indagini di natura scientifica – hanno scritto nella richiesta al giudice – che appaiono indicare in Raniero Busco il presumibile autore materiale del fatto, vi sono altri elementi che sembrano deporre per l’intervento di qualcun altro, contestualmente o immediatamente dopo il fatto, che volontariamente o inconsapevolmente abbia in qualche modo inquinato la scena del crimine». I militari cercavano un’agenda, la famosa agendina rossa “Lavazza”, che era stata restituita ai familiari della Cesaroni insieme con gli oggetti recuperati sulla scena del delitto, e che non era della vittima, bensì del portiere. Come c’era finita dentro e perché?

Probabilmente per errore, si disse all’epoca. In realtà, la procura ha sempre sospettato che la sera in cui Simonetta venne uccisa, Vanacore entrò in quella casa dopo l’omicidio. Forse per controllare, forse per caso. E trovandosi davanti a quella scena fece due telefonate a uno dei datori di lavoro, l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, presidente dell’Associazione italiana alberghi della gioventù, ora morto. Quali i possibili rapporti tra Raniero Busco e l’Aiag? Nessuno, spiegano gli inquirenti, ed è proprio questo che ha reso difficile la soluzione del caso. La commistione tra due elementi che non avevano alcun legame tra loro. Solo la convinzione – è ancora scritto negli atti di inchiesta – che potesse ritenersi verosimile che a chiamare «fosse stato proprio il portiere, dopo aver trovato e toccato il cadavere per comunicare l’accaduto o per chiedere aiuto o consiglio». La conferma verrebbe anche da alcune intercettazioni telefoniche sull’uomo che all’epoca gestiva la tenuta di Tarano, di proprietà dell’avvocato Caracciolo, nelle quali si fa riferimento a due chiamate, partite da via Poma alle 20,30 e alle 23, orari in cui ancora non si sapeva ufficialmente che Simonetta era stata uccisa.

Durante la perquisizione, i carabinieri hanno sequestrato un’agendina che hanno poi restituito all’ex portiere, perché insospettiti da una pagina strappata a un’altra rubrica e conservata all’interno. Probabilmente servirà a poco tutto questo e, ancora una volta, la posizione di Vanacore verrà archiviata. A giorni, poi, la procura si avvierà a chiedere il rinvio a giudizio di Raniero Busco, perché è suo l’unico dna trovato sul cadavere. Resterà, comunque, la convinzione che non tutto è stato detto e chiarito.

Il Messaggero 26 maggio 2009

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