Brescia, Don Mario Neva scrive a Mattarella per il bidello condannato

Note: è passato un anno da questo appello di don Mario Neva, e non sembra che la grazia sia stata concessa. Gli articoli sul caso degli abusi all’asilo Abba di Brescia li trovate qui e qui

L’appello alla autorità suprema del presidente della Repubblica e alla grazia di Dio come unici antidoti alla disperazione. Don Mario Neva tramite una lettera accorata scrive al Presidente Sergio Mattarella invocando la grazia per Battista Maggioni, ex bidello, recentemente condannato a 13 anni di carcere per atti di pedofilia nei confronti di una bambina alunna di una scuola dell’infanzia comunale della città.

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Complessivamente gli anni di processo, ben 9 gradi di giudizio, sono stati 13 anni, pari alla pena. Battista Maggioni però ha già trascorso tanti anni di arresti domiciliari e di carcere vero e proprio, e durante tutta la lunghissima fase processuale si è comportato in maniera irreprensibile. Da qui le motivazioni che hanno spinto Don Mario Neva a prendere carta e penna per scrivere a Mattarella: “A nome dei parenti e di tanti amici chiedo ufficialmente che sia concessa la grazia a Battista Maggioni, di cui la Cassazione ha sancito, il 17 marzo, la condanna a 13 anni di reclusione, al nono grado di giudizio. Oltre l’assoluta innocenza, Battista Maggioni, due volte incarcerato e ai domiciliari per circa 5 anni, ha offerto in questi 13 anni dal primo arresto, una testimonianza di vita integra”.

La lettera prosegue parlando della maniera con la quale Maggioni ha affrontato il caso: “appoggiato da una famiglia unita, da tanti amici, e da tanti colleghi addetti al Comune di Brescia. Battista è invalido civile e ha già dovuto impiegare e dilapidare totalmente il suo esiguo patrimonio. Ci rendiamo conto che la materia oggetto del contenzioso giuridico deve essere giustamente riprovata dal diritto e dall’opinione pubblica, ma avvertiamo anche che ci troviamo dinanzi a un vuoto giuridico, a una prassi che, se da un lato contrasta efficacemente reati veramente compiuti, allo stesso tempo incoraggia derive psicologiche e contagi dalle dimensioni paradossali”.

Infine l’appello: “Riteniamo che lei sia la persona più adatta per entrare nel merito di una sentenza che noi tutti avvertiamo come drammatica e ingiusta. Riteniamo anche che lei sia il sicuro garante della fame e sete di giustizia di tutto il popolo italiano”.

(Red.) FONTE

Don Ruggero Conti, riprende il processo civile.

Roma – Legnano. Sta per iniziare un nuovo capitolo sulla vicenda di don Ruggero Conti, l’ex sacerdote di Selva Candida condannato a oltre 11 anni di carcere in via definitiva per abusi sessuali su minori e induzione alla prostituzione.

Le richieste delle vittime

Alla fine di marzo, infatti, dovrebbe iniziare il procedimento civile durante il quale il giudice quantificherà i danni da risarcire alle vittime del prete, ora sospeso a divinis. Citata in tribunale anche la curia vescovile di Santa Rufina, dalla quale ‘dipende’ la parrocchia di Selva Candida. Si sapeva degli abusi del parroco? Per i legali, sì e non si sarebbe fatto alcunché per fermarlo. Le vittime avevano chiesto un risarcimento pari a circa 10 milioni di euro. Il procedimento però era stato congelato in attesa della sentenza definitiva, di assoluzione o condanna. Alla fine la condanna c’è stata: 14 anni di reclusione, scesi a 11 in quanto don Conti aveva già scontato tre anni in carcerazione preventiva in un convento. Ora le parti civili delle vittime hanno chiesto di riavviare il procedimento civile sospeso per ottenere quanto loro spetta.

Don Ruggero Conti non è in carcere. Perché?

Ma c’è anche un altro punto da non sottovalutare. La sentenza della cassazione è arrivata nel marzo 2015. Ma don Conti è stato arrestato dai Carabinieri di Tuscania (provincia di Viterbo) solo pochi giorni fa. A quasi un anno di distanza dalla sentenza. E ora si trova in un istituto religioso protetto, in attesa del carcere. Non è quantificato il periodo in cui don Conti resterà nell’istituto. Ma rimane una domanda: perché non è stato portato in carcere dopo l’arresto? Una motivazione potrebbe riguardare lo stato di salute del prete. Più volte don Ruggero aveva manifestato di avere problemi di pressione alta. Se i problemi di salute del parroco fossero confermati e il suo stato di salute risultasse incompatibile con il regime carcerario, allora tutto si spiega. Gli avvocati di parte civile stanno facendo le opportune verifiche del caso, intenzionati a chiedere la carcerazione del parroco.

Il doppio volto di don Ruggero Conti, tra vizi privati e pubbliche virtù
A Legnano don Conti era conosciuto e stimato. Negli anni Ottanta insegnava educazione sessuale alle scuole medie Bonvesin de La Riva ed era educatore all’oratorio San Magno. Una figura carismatica, quasi paterna per i ragazzi, che in lui riponevano la massima fiducia. Spesso don Ruggero invitava i giovani a pranzo o a cena a casa sua, a Legnano. Qui i ragazzi potevano guardare un film, giocare con il computer, in un clima conviviale. Capitava però che alcuni ragazzi dormissero lì. E allora scattavano gli abusi, venuti a galla durante le indagini degli inquirenti e fondamentali per il processo, sebbene caduti in prescrizione. Masturbazione e rapporti orali. Sono le stesse vittime, ormai adulte, a raccontarlo. Spesso si mettevano sul divano e scattavano gli abusi, su ragazzini che non avevano la forza di ribellarsi. In qualche caso, secondo i racconti, don Conti offriva piccole quantità di denaro o regali (per esempio scarponcini o una felpa) per convincere le vittime, che, in difficoltà economica, cedevano per non pesare sulla famiglia.
Don Ruggero Conti a processo, tra minacce testimonianze
Il primo arresto è scattato il 30 giugno 2008. La magistratura di Roma arriva a scoperchiare il caso anche grazie all’attiva collaborazione della Caramella buona Onlus, associazione leader nella prevenzione repressione dei reati di pedofilia (parte civile al processo). Il personale della Caramella buona aveva raccolto informazione dalle vittime di don Ruggero, lavorando per oltre un anno prima dell’arrivo in tribunale. Il processo di primo grado si svolge in un clima di intimidazioni e minacce di morte rivolte sia al presidente della Caramella buona, Roberto Mirabile, sia al Pubblico ministero, Francesco Lombardo Scavo. A pochi giorni prima dell’audizione del vescovo della diocesi di Santa Rufina, Gino Reali (il 20 giugno 2010) arriva una lettera contenete minacce e proiettili, in triplice copia. Una in una redazione di un noto giornale di Milano, una a una redazione di Reggio Emilia (sede dell’associazione) e una al tribunale di Roma. Una lettera pesantissima, che ha fatto scattare tutte le precauzioni da parte della magistratura. Il giorno della testimonianza del vescovo Reali, in tribunale c’è un allarme bomba e viene blindato. Alla fine, la condanna di primo grado: 15 anni e 4 mesi di reclusione per aver abusato di alcuni ragazzini della parrocchia romana tra il 1998 e il 2008. A testimoniare ci sono anche ragazzi legnanesi ormai adulti , che avrebbero subito abusi da parte del prete. Nel maggio 2013, l’appello conferma la condanna in primo grado, con una leggera riduzione della pena a 14 anni e due mesi in quanto alcuni episodi erano nel frattempo caduti in prescrizione.Poi la sentenza in cassazione.
 
27 aprile 2010, don Ruggero Conti in aula: “Contro di me, accuse fasulle”
Don Conti si è più volte difeso e nelle dichiarazioni spontanee rese in aula il 27 aprile 2010, parla ai giudici: “Dichiaro la mia innocenza, la totale estraneità rispetto i reati di cui sono imputato; anche se questi stringono intorno a me in una morsa dolorosissima vorrei quasi essere colpevole per poter chiedere perdono per accettare così più serenamente la pena e il giudizio degli altri. (…)Sapevo da tempo che si andava addensando accuse fasulle contro di me. (…) La notizia di questo arresto ha suscitato incredulità e dolore in tutti, proprio tutti a partire dai ragazzi che si accingevano a partire con me ma non una sola famiglia ha manifestato un dubbio. Lo dicono le migliaia di lettere ricevute che mi hanno consentito di resistere. (…) Ecco signor presidente non sono un mostro, sono innocente lo dico con retta coscienza, umilmente”.

Il libro

Sulla vicenda è stato scritto anche un libro dalla giornalista Angela camuso, ‘La preda. Le confessioni di una vittima’. Dopo aver seguito il caso e i vari atti processuali, la Camuso scrive nero su bianco la storia agghiacciante di un prete che era il punto di riferimento per molti. Un prete potente e carismatico, insospettabile. che in virtù del suo ruolo ha strappato l’adolescenza a molti ragazzini. Nel silenzio della chiesa.

DON RUGGERO CONTI: ARRESTATO DOPO LA CONDANNA DEFINITIVA

Arrestato il sacerdote don Ruggero Conti, ex parroco della curia di Roma, per violenza sessuale su minori e induzione alla prostituzione minorile

TUSCANIA –  I Carabinieri di Tuscania ieri, in esecuzione di un’ordinanza messa dalla Corte d’Appello di Roma, al termine del decisione della Suprema Corte di Cassazione, hanno tratto in arresto Don Ruggero Conti ex parroco della curia di Roma. L’uomo dovrà scontare una condanna totale di 11 anni 10 mesi e 19 giorni nonché pagare la multa di € 39.600,00 per violenza sessuale su minori e induzione alla prostituzione minorile. L’arrestato, dopo le formalità di rito è stato trasferito in un Istituto religioso protetto in attesa di essere definitivamente tradotto in un carcere. Don Ruggero, a Roma, era finito in una delicata inchiesta del sostituto procuratore Francesco Scavo con l’accusa di aver abusato, tra il 1998 e il 2008, di sette adolescenti che partecipavano o avevano partecipato ai gruppi parrocchiali nella chiesa della “Natività di Maria Santissima” dove il sacerdote svolgeva la missione.
Don Conti era stato sottoposto a divieto dell’esercizio pubblico del ministero nel 2008 e sospeso “a divinis” nel 2011.
Ruggero Conti fu condannato in primo grado nel marzo 2011 a 15 anni e 4 mesi di reclusione. L’accusa contestava a Ruggero Conti di aver abusato – tra il 1998 e il 2008 – di sette bambini che frequentavano la parrocchia di Selva Candida, a Roma. La VI sezione del tribunale di Roma motivò la condanna con l’esistenza di una “immediata, diretta, coerente, sincera e partecipata narrazione compiuta in dibattimento dalle vittime”. Per i giudici, invece, la tesi del ‘complotto’ sostenuta dalla difesa era “rimasta indimostrata”. Nel processo d’appello davanti alla III Corte d’appello di Roma presieduta da Ernesto Mineo, il pg Giancarlo Amato, aveva chiesto la condanna di Conti a 14 anni sei mesi e 15 giorni di reclusione, ritenendo nel frattempo prescritti due degli episodi contestati. Dopo due ore di camera di consiglio, la sentenza d’appello: condanna a 14 anni e due mesi di reclusione e ‘non doversi procedere per intervenuta prescrizione’ per tre delle imputazioni.

VICENDA GIUDIZIARIA – La vicenda giudiziaria prese il via il 29 giugno del 2008 quando don Ruggero fu arrestato. Secondo una denuncia, il sacerdote avrebbe attratto le sue ‘vittimè con regali che le loro famiglie non potevano permettersi. Gli furono attribuite sette violenze, accuse dalle quali si è dovuto difendere in tribunale dove le udienze sono state caratterizzate dalla presenza di due gruppi di parrocchiani. Uno formato dagli estimatori del religioso, che addirittura indossavano magliette con slogan inneggianti a don Ruggero, e uno di detrattori, pienamente convinti che le accuse mosse al sacerdote fossero state pienamente dimostrate.

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Pedofilia, Genova : Arrestato professore scuole Medie

Insegnante accusato di palpeggiare alunna

Genova – E’ accusato di aver approfittato di una studentessa della scuola media dove insegnava e di averla palpeggiata in più occasioni, durante la ricreazione.
Nei guai è finito un insegnante di 60 anni, docente in una scuola del ponente genovese dove sarebbero avvenuti i fatti.
La ragazzina ha trovato il coraggio di raccontare di quelle attenzioni morbose dopo aver cambiato scuola e dopo aver parlato con una psicologa.
La giovanissima ha denunciato di essere stata più volte toccata al seno ed al sedere dall’insegnante che l’avrebbe molestata ripetutamente durante le pause di ricreazione.
La polizia ha arrestato l’uomo e lo ha posto ai domiciliari in attesa dell’interrogatorio di garanzia con il magistrato che segue l’inchiesta, delicatissima.
A supportare la denuncia della ragazzina anche alcuni racconti di altri insegnanti e di dirigenti della scuola.
I genitori della vittima hanno denunciato la vicenda solo quando la piccola ha ottenuto il trasferimento in un altro istituto per garantirle il tranquillo proseguimento degli studi.
Ora l’insegnante dovrà difendersi dalla terribile ed infamante accusa che potrebbe costargli il posto di lavoro.
Le associazioni dei genitori tornano a chiedere controlli psicologici sugli insegnanti e che tutti gli adulti che, a qualunque titolo vengano a contatto con bambini, vengano sottoposti ai rigorosi controlli psicologici che possono rivelare disturbi sessuali con tendenze alla pedofilia.

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Molestie a scuola, «vent’anni d’omertà» sul professor Morana

27 febbraio 2016

Marco Grasso

Genova – Due ragazzine con meno di 14 anni molestate sessualmente, ragazzine fotografate e invitate a incontri extra-scolastici, un’allieva «soggetta a gravi problemi personali» che tenta il suicidio, lascia la scuola e finisce in una comunità. E ancora, sei studentesse delle medie costrette a ballare davanti al professore, «turbate» perché lui, seduto, le «fissava e ne fotografava il fondoschiena» e «spiava senza permesso i loro telefonini». Il brano, del rapper Eminem, lo aveva scelto lui e ammiccava all’organo genitale femminile: «Sapete cosa significa questa parola? È quella che avete in mezzo alle gambe». Ci sono voluti altri vent’anni per arrivare all’arresto di Sergio Morana, oggi sessantenne, accusato oggi di un’altra violenza sessuale su una nuova alunna, di 11 anni, nella stessa scuola.

Mette i brividi ciò che emerge nel fascicolo raccolto dalla magistratura, che provò a incastrarlo (senza riuscirci, l’uomo verrà in parte prescritto e in parte prosciolto per l’assenza di querela) per un paio di casi di molestie e alcune foto pedopornografiche trovate sul suo computer. Soprattutto: gli inquirenti, senza girarci troppo intorno, scrivono che le segnalazioni di genitori e professori si infransero su un muro di silenzio: il vecchio preside, a metà degli anni Novanta, risolse quel primo scandalo «invitando «a prendersi un lungo congedo dal lavoro». Quell’assenza fu motivata da certificati medici che ne attestavano una «sindrome ansiosa-depressiva». E nel fascicolo tenuto dall’ex preside, F. C., di quelle segnalazioni di abusi non venne tenuta traccia. Nonostante vari elementi «avvalorerebbero l’ipotesi che l’insegnante non abbia mai cessato di mettere in atto attenzioni particolari ad alcune studentesse».

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Maltrattamenti negli asili, le cause di un’emergenza: tra omertà, lacune nella selezione e scarse tutele

Maltrattamenti negli asili, le cause di un’emergenza: tra omertà, lacune nella selezione e scarse tutele

IL Fatto.it

di | 24 febbraio 2016

Nella maggior parte dei casi a denunciare sono i genitori. Molte scuole ignorano una circolare ministeriale del 2006, che permette di sospendere le maestre indagate: gli istituti aspettano che a intervenire sia la magistratura. Sotto accusa la mancanza di paletti nelle assunzioni e la legge sull’interdizione dai pubblici uffici, che in questi casi è a discrezione dei giudici. La politica, però, inizia a muoversi: si fa strada l’ipotesi di test psico attitudinali e di telecamere obbligatorie per legge
“Scotch” disse il bambino, guardando ciò che aveva in mano la maestra. Poi il silenzio. Imposto con la violenza. Tutto intercettato dalla Procura di Milano. Che fece arrestare la donna. Quella voce impaurita il procuratore Pietro Forno la ricorda ancora. E torna in mente quando si affronta il tema. Sono 65 i casi di presuntimaltrattamenti in asili nido o scuole d’infanzia raccontati dallecronache negli ultimi 7 anni. Bambini costretti a mangiare il proprio vomito, lasciati al buio, presi a gomitate, minacciati. Chi denuncia? I genitori nella maggior parte dei casi, ma non sempre. Raramente le scuole. Secondo le associazioni in difesa dell’infanzia, in Italia si fa troppo poco per prevenire gli abusi. In molti nidi e materne non ci sono controlli sulla ‘tenuta emotiva’ dei docenti. Quando si arriva poi a condannare un educatore, l’interdizione dai pubblici uffici è a discrezione del giudice. E anche se viene prevista, dopo qualche anno si può tornare in aula o farsi trasferire. I fatti recenti avvenuti a Pisa e a Pavullo(Modena), ma anche l’inchiesta sulla casa famiglia per disabili diRoma, pongono una serie di interrogativi sulla necessità di denunciare gli abusi e sulle tutele offerte da scuola, sistema giuridico e politica. Si va dalle proposte di test attitudinali per le maestre fino all’utilizzo delle telecamere negli asili.2. I DATI SUI MALTRATTAMENTI 

Circa una decina di casi all’anno sono solo quelli di cui hanno parlato i media dal 2009 a oggi, ma il numero dei fascicoli aperti dalle procure è molto più alto. Molte denunce hanno portato aprocessi, ma solo una parte di essi si è conclusa con condanne. Il 2009 ha segnato uno spartiacque, perché quell’anno per la prima volta le telecamere di sicurezza filmarono quanto accadeva in un nido, il ‘Cip e Ciop’ di Pistoia: 25 i bambini che avevano subìto le violenze di due maestre (condannate in terzo grado a 6 e 5 anni di reclusione). Accadeva mentre era ancora in corso il processo che coinvolse l’asilo ‘Olga Rovere’ di Rignano Flaminio (nel 2014 la Corte d’Appello di Roma ha confermato le assoluzioni di primo grado per le maestre accusate di abusi e violenze sui bambini). “Ogni anno si verificano almeno dieci casi, anche di più” dice ailfattoquotidiano.it Pietro Forno, procuratore di Milano facente funzione. Che spiega: “Arrivano molte denunce, ma non tutte sono fondate: verifichiamo ogni segnalazione e i pm individuano i casi da approfondire”. Per il procuratore “si tratta di eccezioni, ma non così rare. E noi dobbiamo agire con tempestività”. Dal Bilancio sociale dell’anno giudiziario 2013-2014 del Tribunale di Milano, risultano aperti 74 fascicoli per presunti maltrattamenti commessi da educatori, insegnanti e operatori sociali. Erano stati 71 nell’anno precedente. Nel corso delle indagini vengono spesso utilizzate leintercettazioni ambientali e le riprese audiovisive. “Non solo offrono importanti elementi investigativi, ma sono fondamentali in sede di processo – sottolinea Forno – dove la parola dei bambini può non essere sufficiente, specie se molto piccoli”.

 

A fine gennaio, dopo l’ordinanza di interdizione della durata di 6 mesi a carico di una maestra di una scuola d’infanzia di Tufino(Napoli), il procuratore di Nola Paolo Mancuso si è chiesto quali fossero le ragioni che avessero spinto i genitori a mantenere un così lungo silenzio su quanto avveniva in quella classe, facendo prevalere “un malinteso senso di omertà, o di timore, o di quieto vivere, o di indifferenza verso i gravi traumi provocati da tali condotte nei propri figli”. E poi altri dubbi. Su come “tali comportamenti non abbiano mai potuto suscitare un allarme su quanti avrebbero dovuto sorvegliare”. A ilfattoquotidiano.itMancuso parla delle difficoltà a denunciare: “Accade anche che lemamme piuttosto che andare da carabinieri e magistrati, parlino con le responsabili delle strutture e su quattro casi affrontati dalla nostra procura solo una volta la direttrice ci ha avvisato”. Eppure si tratta di comportamenti che durano negli anni. “È abbastanza strano che mai ci sia stata una segnalazione” dice Mancuso. L’Osservatorio sui diritti dei minori ne riceve invece a cadenza quotidiana, tanto che è difficile fare una statistica. Secondo il presidente Antonio Marziale “si può parlare di emergenza”. Ma allora chi denuncia? “I genitori – dice Marziale ailfattoquotidiano.it – perché i colleghi o il personale tendono a preservare il buon nome della scuola. Non sempre però alle segnalazioni fanno seguito gli esposti all’autorità giudiziaria”. La ragione? “Hanno paura che i propri figli vengano presi di mira”. Il rischio, però, è una sfiducia generalizzata verso la classe docente. “Non è così – spiega Marziale – perché la maggior parte degli insegnanti svolge il proprio lavoro in modo ineccepibile. Eppure non è possibile che nessuno senta i pianti o le urla di un bambino picchiato”.

OMERTÀ E CORAGGIO

Proprio nel recente caso del ‘Nido del Cep’ di Pisa, oltre alla maestra arrestata perché accusata di maltrattamenti, sono state sospese anche altre due colleghe della stessa sezione. Le immaginiregistrate dai carabinieri mostrano la loro presenza durante le presunte vessazioni. Eppure, proprio in questo caso, sono state tre educatrici di un’altra sezione a informare il Comune a gennaio, mentre l’indagine era già partita dall’esposto presentato a novembre in procura da un’ausiliaria. A maggio del 2013, sulle violenze in un asilo alla periferia di Roma la segnalazione alle forze dell’ordine era arrivata da persone interne alla scuola, oltre che da alcuni genitori. E partì proprio dalla denuncia di quattro stagistel’inchiesta che ha portato il 25 gennaio scorso alle condanne per le quattro maestre dell’asilo nido ‘Il Gatto Parlante’ di Agliana (Pistoia), chiuso nel 2011. I casi sono rari, ma qualcuno che rompe l’omertà dall’interno c’è.

4. LA CULTURA DELLE PUNIZIONI CORPORALI

“C’è anche chi tende a giustificare certi atteggiamenti – spiega il sociologo Marziale – perché magari anche in casa si utilizzano metodi educativi basati sulla paura”. Nel 2013 la Ong ingleseAssociation for the Protection of All Children ha denunciato l’Italia al Comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa perché troppi italiani puniscono i propri figli corporalmente. Alla base della denuncia uno studio pubblicato daIpsos nel 2012 che rivelava come tra il 3 e il 5% dei genitori intervistati picchia i figli a scopo educativo ogni giorno, il 18-27% qualche volta al mese, il 50% occasionalmente e il 25% mai. E se nel 2010 il Consiglio d’Europa bandì le sculacciate, sulla differenza tra maltrattamenti e abuso dei mezzi di correzione si è espressa di recente la Corte di Cassazione ritenendo che fosse colpevole del primo reato una maestra in una scuola di Capo di Ponte (Brescia) che schiaffeggiava gli alunni abitualmente.

CHI C’È DIETRO LA CATTEDRA – Pur essendoci meno controlli nelle strutture private, gli episodi di maltrattamento avvengono anche in strutture pubbliche. Ad oggi le regole per le maestre cambiano in base a quanto viene deciso daiComuni. Per lavorare negli asili pubblici bisogna superare unconcorso, la materia però è lasciata agli ordinamenti regionali. Ma solo alcune Regioni, come Toscana ed Emilia-Romagna, hanno emanato delle leggi che prevedono un coordinamento pedagogico e regole severe per la supervisione dei bambini. In Campania,Sicilia e Calabria, ad esempio, non ci sono leggi sugli asili nido. E mancano i controlli. “Gli episodi di maltrattamenti restano casi isolati” dice a ilfattoquotidiano.it la senatrice del Pd Francesca Puglisi, promotrice del disegno di legge 1260 poi rientrato nella riforma della ‘Buona scuola’. “Con i nuovi provvedimenti – spiega – vogliamo che nelle scuole ci sia un responsabile a cui chiedere conto di ciò che accade e puntiamo a rafforzare il corpo ispettivo, perché dobbiamo evitare che certe persone possano continuare a lavorare con i bambini”. Al di là delle lauree, come si fa a capire se una maestra sia o meno capace di maltrattare un bambino? “Il percorso di formazione deve comprendere oltre alla laurea anche per il personale degli asili nido, anche un tirocinio: quello è il banco di prova”.

 

Il presidente dell’Osservatorio sui diritti dei minori, invece, chiede che si istituisca per legge “la visita periodica di tenuta emotiva per i docenti”. Il caso di Pisa, avvenuto tra l’altro in una struttura comunale, ha spinto Giovanni Donzelli, capogruppo di Fratelli d’Italia in Toscana, a proporre di “istituire test psico-attitudinali annuali per verificare la predisposizione delle maestre a svolgere il loro ruolo in modo adeguato”. Per Donzelli le istituzioni dovrebbero attuare “un piano per consentire con urgenza l’installazione di sistemi di telecamere nelle strutture che ospitano persone deboli come bambini, anziani e disabili”. Dopo l’inchiesta sull’asilo ‘Cip e Ciop’, si aprì un dibattito sull’opportunità di utilizzare le telecamere negli asili. A settembre 2011 l’esperimento partì nel nido privato ‘I Pargoli’ di Ponte Nuovo, frazione alle porte di Ravenna con una serie di webcam in classe attraverso le quali i genitori potevano vedere in diretta cosa accadeva nell’aula e ai propri figli. A maggio 2013, però, il Garante della privacy bocciò l’uso indiscriminato delle webcam negli asili nido. A distanza di tre anni, il dibattito è più che mai aperto, visto che in pochi giorni sono state raccolte 5mila firme con la petizione nazionale ‘Telecamere obbligatorie negli asili e nelle scuole materne’ lanciata su Change.org. La parlamentare di Forza ItaliaNunzia De Girolamo, invece, ha presentato una proposta di legge per l’introduzione delle telecamere negli asili e nelle case di cura, che prevede anche una sorta di abilitazione psicologicaper ricoprire certi ruoli.

Nei giorni scorsi è stato il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini a chiarire che la maestra del nido di Pavullo (Modena) finita prima ai domiciliari e ora libera rischia dalla sospensionefino a sei mesi al licenziamento. Per ora il gip le ha proibito di avvicinarsi a scuola. “Quando scatta l’arresto gli istituti potrebbero sospendere le maestre” spiega a ilfattoquotidiano.it Roberta Lerici, presidente dell’associazione “Bambini coraggiosi” che nel suo blog in questi anni ha raccontato molte storie di maltrattamenti. E che ricorda l’esistenza, per le strutture che dipendono dal Ministero, della circolare 72 del 19 dicembre 2006: “Quelle scuole potrebbero sospendere le maestre indagate, ma non sempre avviene. Anzi, si aspetta sempre che sia la magistraturaad emettere il provvedimento di sospensione”. In caso di condanna, invece, possono aprirsi diverse strade. L’articolo 28 del codice penale disciplina la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, temporanea o perpetua. “In caso di un verdetto di condanna per maltrattamenti, dovrebbe essere scontata l’interdizione, invece – spiega Lerici – è a discrezione del giudice, quindi ci sono educatori che continuano a insegnare dopo aver scontato la pena. Magari vengono trasferiti e nessuno sa nulla, soprattutto se il giudice stabilisce la non menzione nel casellario”. Ma anche quando il giudice opta per l’interdizione, non ci sono regole chiare sul ritorno in aula. Emblematico quanto avvenuto a maggio in provincia di Verona. La maestra dell’asilo nido di un piccolo centro è stata condannata in primo grado a 2 anni e 4 mesi direclusione per una vicenda avvenuta nel 2010 in un altro nido della provincia. I genitori hanno protestato: non erano contrari alreinserimento di una persona che ha sbagliato, ma avrebbero preferito non venirlo a sapere dai giornali. E si sono chiesti se, almeno in questi casi, non sia opportuno fare i test attitudinali oggi al centro del dibattito.

Stasi assolto, la mamma di Chiara: “Questa sentenza condanna solo noi”

 

I coniugi Poggi lasciano il palazzo di Giustizia di Milano dove ancora una volta l’omicidio della figlia è rimasto impunito

 Senza verità dopo quattro anni:«Ma non ci arrendiamo»

FABIO POLETTI
milano

Alberto Stasi prima sorride e poi piange. E si capisce che dopo quattro anni è un macigno che si sbriciola: «Sono contento… È giusto così». La signora Rita, la mamma di Chiara, non piange ma esce dall’aula della Corte d’Assise, bianca come un foglio di carta. Lei con quel pesante macigno ci deve ancora convivere e chissà fino a quando: «Io non voglio essere l’unica condannata, condannata a non sapere chi ha ucciso mia figlia. Io sono la mamma di Chiara, io voglio saperlo e non mi arrenderò. Ho ancora fiducia nella giustizia».

In meno di un minuto e in neanche dieci metri, la vicenda di Chiara Poggi uccisa a Garlasco vicino a Pavia il 13 agosto di quattro anni fa da chissà chi, sgocciola per l’ennesima volta in una storia ancora senza fine e per qualcuno, per i genitori di Chiara, ancora senza pace.

I genitori di Chiara e Alberto siedono sulle panche di legno della Corte D’Assise, gli uni dietro all’altro. Alberto in prima fila davanti al suo giudice, circondato dai suoi avvocati. Rita e Giuseppe Poggi la fila dietro, davanti all’enormità di questa storia che per loro è peggio di una condanna. Al giudice Anna Conforti bastano dieci secondi per arrivare alla parole «conferma della sentenza di primo grado». Non c’è bisogno d’altro. Ad Alberto con il suo golfino blu da bravo ragazzo e gli occhialini alla Harry Potter basta e avanza per iniziare a sorridere. Poi si alza e abbraccia il professor Angelo Giarda, due processi così, due assoluzioni importanti e per un certo verso definitive che la Cassazione a questo punto potrà fare non molto. Ammette il legale: «Io e Alberto abbiamo pianto».

Dietro al doppio cordone di carabinieri nella ressa di fotografi e telefonini branditi come un surrogato di telecamera, una giornalista bionda spara una domanda improbabile: «Allora chi ha ucciso Chiara, chi l’ha uccisa?». Alberto Stasi forse nemmeno sente, di sicuro non risponde: lui oggi è innocente, per la seconda volta innocente. Il suo avvocato con i lapis infilati nel taschino della giacca, nemmeno ci prova a dare una risposta: «Non tocca a me, non tocca a noi…». Poi cerca di spiegare che in teoria e in diritto, Alberto fino ad oggi è stato considerato un presunto colpevole, mentre avrebbe dovuto essere trattato come un possibile innocente: «Alberto in questi quattro anni ha vissuto malamente, come chi sa di essere innocente e si vede colpito da affermazioni improprie e inadeguate come da espressioni “assassino”».Adesso che questi quattro anni sono finiti forse per sempre, Alberto potrà cercare di trovare un’altra vita, magari lontano da qui.

La mamma di Chiara, la signora Rita, nemmeno le guarda quelle lacrime di gioia e di sollievo di questo ragazzo che lei fino al 13 agosto di quattro anni fa conosceva tanto bene e poi chissà. «No, Alberto non l’ho guardato», risponde a chi curioso le chiede di quest’ultimo brivido. Poi con una mano stringe la borsetta, si aggrappa al marito e si infila in auto direzione Garlasco, la villetta bianca di sempre in via Pascoli dove di Chiara è rimasta la memoria e la stanzetta, la stessa di quando era bambina. C’è solo il tempo di ripetere a tutti, parole che nella loro semplicità sono affatto banali: «Quello che è successo è molto doloroso. Io chiedo di sapere, che si accerti la verità. Io sono la mamma di Chiara». Continua a leggere

Turismo sessuale minori: agli italiani l’atroce record

di Ilaria Cozzi

Si è conclusa l’11 novembre l’Assemblea di ECPAT International, l’organizzazione che dal 1990 combatte la prostituzione minorile.

Grazie a ECPAT si è potuto, nel corso degli anni, approfondire e comprendere meglio il fenomeno, in modo da poterlo contrastare nel miglior modo possibile.

Infatti si stima che il “fatturato” annuo del traffico di donne, uomini e bambini sia di 32 miliardi di dollari. In questo mercato i minori corrispondono al 22% delle persone messe in vendita.

Cifre confermate tragicamente dalle vittime identificate. Sono 21.400, secondo l’Ufficio delle nazioni Unite. Dal 2003 l’incidenza dei minori su questa atroce statistica è passato dal 15% al 22%.

L’età dei minori varia dai 14 ai 17. In contesti in cui vi sono forti stereotipi di genere si è riscontrato un traffico a fini di prostituzione anche di bambini tra gli 11 e 12 anni. Oltretutto, è in aumento anche il mercato di persone all’interno dei paesi stessi: in Centro e Sud America e in Africa il traffico interno sembra prevalere sul traffico internazionale.

Oggi il turismo sessuale con bambini è un problema globale. Il crescere del turismo di massa e dei voli low cost rendono alla portata di tutti viaggi verso mete esotiche e lontane dal proprio Paese. Internet facilita la conoscenza delle nuove mete e la condivisione di materiale pedopornografico. Si aggiunga, a tutto ciò, una specifica sui nostri connazionali, turisti del sesso con bambini. Negli ultimi anni hanno scalato pesantemente i primi posti di questa terribile “classifica” in Repubblica Dominicana, Colombia e Brasile. Se prima in alcuni Paesi eravamo fra le prime 4-5 nazionalità, oggi siamo i più presenti in Kenya.

Ma chi sono i turisti sessuali? I turisti sessuali a danno di minori possono essere sposati o single, maschi o femmine, stranieri o locali, ricchi o turisti con budget limitato. Possono avere un alto livello socio-economico o provenire da un ambiente svantaggiato. Anche se non ci sono particolari distinzioni nei modelli di comportamenti sociali o specifici manierismi, è possibile separare i turisti sessuali in tre distinte categorie: turisti sessuali occasionali (spesso in quel Paese per lavoro), la maggioranza; turisti abitudinari (acquistano residenze che abitano in alcuni periodi dell’anno) e, infine, pedofili. L’età del turista sessuale si è abbassata (tra i 20 e i 40 anni) e non corrisponde più esclusivamente al vecchio cliché del pedofilo classico. Continua a leggere

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