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Scandalo seminario Brescia: don Guerini scrive al giornale

  giovedì 06 dicembre 2007  lettere pag. 53

Don Gigi Guerini, su Brescia Oggi, ha scritto: 

Caro direttore, come abbonato al suo giornale mi rivolgo a lei per avere alcune chiarificazioni circa la notizia e lo sviluppo di essa sulla vicenda dell’arresto di don Marco Baresi. Anzitutto il suo giornale, come alcuni altri, ha trattato la notizia da «Sbatti il mostro in prima pagina» – lo ricorda anche lei quel film, no?- , non solo, ma con due pagine interne sulla vicenda. Mi colpisce il fatto che a parte il comunicato stampa della Diocesi, nessun giornalista della sua equipe sia andato ad intervistare qualcuno delle centinaia di giovani amici di don Marco, sul bene che lui ha fatto in questi anni a servizio di Dio e degli altri…di questo BENE neppure l’ombra!!! Ci si è limitati ad alcune interviste (sic!) ad alcuni politici. Eppure don Marco si è donato fino in fondo ai ragazzi e ai giovani in iniziative di formazione e di svago, ha fatto incontrare a tanti il senso della vita, il senso del donarsi. Le sue ferie le trascorreva con i giovani al servizio dei meno fortunati in una struttura di Roma per aiutare i giovani ad assaporare la voglia di vivere e di servire i più poveri. Ho visto e sentito tanti in questi giorni piangere e soffrire per questa situazione, io stesso e tanti altri sacerdoti ed amici siamo stati colpiti non solo dalla notizia, ma soprattutto del come è stata sviluppata e dal modo sarcastico con cui si trattano i nostri sacerdoti e la Chiesa. C’è una storia molto bella raccontata da S. Filippo Neri, santo ben conosciuto di Roma. Egli stesso racconta che una signora si confessava spesso dicendo che parlava male delle sue amiche. E una, e due, e tre volte, finché il saggio santo diede una penitenza alla signora: “Vada ad uccidere una gallina e ne sparga le penne per le vie circostanti”…Dopo alcuni giorni, la signora si presentò di nuovo al confessionale e questa volta il Santo si rivolse alla signora dicendo: “Ora vada a raccogliere tutte quelle penne…”
Non so come andranno le cose ma se per caso don Marco fosse innocente ed ingiustamente accusato, lei e tutti gli altri giornalisti (compresi quelli della Rai, come vi comportereste? Andando a raccogliere tutte quelle penne (accuse) sparse? Come sempre forse con un laconico comunicato, senza voltarsi indietro a riparare il male fatto! Mi sento in questo momento solidale con don Marco e con tutti i sacerdoti della Diocesi che lavorano assiduamente per il bene dei fratelli.
Vedo che non vi muovete poi tanto andando a vedere che cosa vive un prete, forse ve ne accorgete in alcuni casi un po’ eclatanti e allora magari, sull’onda dell’emozione si scrive qualche riga in più.
Io stesso ho provato ad essere lontano servendo i poveri per 10 anni, in un luogo sperduto dell’Amazzonia Brasiliana dove governava la legge del Far West, anch’io ho subito un processo, ingiustamente accusato dai politici locali, perché quando si difendono i poveri si rischia la vita. So cosa vuol dire non dormire di notte e dover star attento a muoversi di giorno evitando di viaggiare da solo e facendomi il più possibile accompagnare. E tutto questo non per farsi vedere, ma per un dovere di servizio al Regno di Dio fino in fondo. E non c’erano giornalisti a descrivere che cosa si stava vivendo e rischiando! Grazie a Dio la vicenda si è risolta a mio favore quando già ero rientrato definitivamente. Come ben sapete, quando tutti se ne vanno per difficoltà gravi, noi rimaniamo. Sono amareggiato per il come è stato trattato l’argomento e per come voi giornalisti andate a caccia di notizie come pantere che vogliono divorare tutto senza il minimo rispetto delle persone. Vi chiedo di mettere in atto un po’ di più il rispetto, soprattutto cercare la verità con più professionalità e non il modo di vendere le notizie.
Esprimo al carissimo amico don Marco la mia solidarietà e vicinanza con la certezza che l’Amico non abbandona mai e che la Verità sia appurata il più presto possibile.Don Gigi Guerini
Ps Credo che questa lettera non verrà pubblicata

 

Maurizio Cattaneo, Brescia Oggi, ha scritto: 

Caro don Gigi,
mi scusi ma in questo caso lei mi sembra un abbonato un po’ … distratto. Ci chiede infatti perché non siamo andati a cercare testimonianze sul sacerdote inquisito? Ma noi l’abbiamo fatto, sia in seminario che nel suo paese natale che nell’istituto religioso in cui insegna alle medie, dando ampio spazio proprio a chi lo conosceva e dunque poteva portare testimonianza positiva sulla persona. Così come abbiamo sentito il dovere di dar voce a tutti trattando la notizia in modo completo e rigoroso. Mi spiace don Gigi, ma non sono d’accordo nel pensare che mettendo la sordina o nascondendo le notizie si faccia un favore alla Chiesa ed alla comunità bresciana. Lo stesso vescovo è intervenuto subito con decisione, attraverso un messaggio che non lascia spazio a fraintendimenti. Io credo che l’informazione seria, che vuol tentare di fare la propria parte nella crescita di un territorio, debba necessariamente affrontare tutti gli argomenti, anche quelli più delicati. Certo, in modo sempre rigoroso e non scandalistico, ma senza censure. Questo è ciò che penso ma comprendo la sua posizione e se in questo caso si è sentito offeso me ne dolgo. Ma chiedo a lei, missionario così impegnato in Paesi dove troppo spesso i problemi dei più umili nascono proprio dalla mancanza di una informazione corretta, se le mie argomentazioni non abbiano anch’esse valore.
Augurandomi che le accuse si smontino come un castello di sabbia la saluto. Pubblicando la sua lettera (ma come poteva pensare il contrario?) e anzi ringraziandola per le critiche. E’ il dibattito, il civile confronto che ci fa migliorare. Nei giornali dove c’è la paura (che si trasforma nella peggior cosa per chi fa il nostro mestiere: l’autocensura) c’è il deserto delle menti.

Fonte: http://www.vivicentro.org/viewtopic.php?p=11740#p11740

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Pedofilia Brescia/Mons. Monari: “Una grave ferita”

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sabato 01 dicembre 2007
(red.) Dopo l’accusa di pedofilia moossa nei confronti di don Marco Baresi, 38enne vice-rettore del seminario di Brescia, il vescovo Luciano Monari ha scritto una lettera ai sacerdoti della nostra provincia.
L’arresto di un vicerettore del Seminario è una ferita profonda e dolorosa per la Chiesa bresciana. Nutro profonda speranza che l’accusa si risolverà in una bolla di sapone; ho ascoltato tanti che hanno conosciuto don Marco, che sono vissuti insieme a lui per anni e il giudizio è concorde: non uno che abbia avanzato dubbi o riserve. Ma la ferita non si rimarginerà presto. Noi viviamo anche dell’immagine che gli altri hanno di noi e la notizia, sparata dai giornali come una bomba, unita a insinuazioni, ha segnato la nostra Chiesa. Anche se in futuro l’innocenza venisse riconosciuta, l’offesa rimarrebbe, impietosa. Sporcare ciò che è pulito è facile; ripulire ciò che è stato sporcato è difficile, lungo e produce un risultato imperfetto”.
Il monsignore, nella lettera, cerca anche di dare una motivazione religiosa sulla vicenda: “Paolo scrive ai Romani che Dio «fa servire ogni cosa al bene di coloro che lo amano» (Rm 8,28). Che cosa può significare allora per noi, Chiesa bresciana, questa esperienza di sofferenza? Cosa ci sta dicendo e chiedendo il Signore? Provo a rispondere con la consapevolezza che ciascuno è chiamato a riflettere davanti a Dio e a dare una risposta personale, creativa, che lo faccia uscire più maturo da questa prova. La prima cosa che mi sembra di cogliere è un invito fortissimo all’umiltà, alla consapevolezza chiara del poco che siamo. Sant’Agostino scrive che non c’è alcun peccato che noi stessi non potremmo fare, se messi in determinate condizioni. Il bene che c’è in noi, la resistenza al male che riusciamo a mettere in opera, viene dal Signore, è sua grazia. Di questo possiamo gioire con stupore e riconoscenza, ma non possiamo vantarci. Scrive san Paolo ai Corinzi: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?» (1Cor 4,7). Questa umiltà ci aiuta a essere meno risentiti di fronte alle accuse o alle insinuazioni: non le meritiamo, ma non le meritiamo per dono di grazia, non per virtù personale”.
Ma per Monari serve anche consapevolezza: “Possono venirci lanciate le accuse più gravi; ma noi sappiamo quello che il Signore ha operato e opera nella nostra vita; sappiamo le motivazioni delle nostre scelte e dei nostri comportamenti; sappiamo l’amore e il disinteresse con cui cerchiamo di agire. Possiamo procedere con fiducia serena sotto lo sguardo di Dio, sotto il suo giudizio. L’errore più grave, la tentazione più sottile sarebbe quella di rispondere alle accuse col disimpegno, dicendo: «Se questo è il guadagno, vale meglio limitarci a compiere lo stretto dovere e nient’altro. Saremo più sicuri e meno vulnerabili». Ed è vero; ma saremmo anche meno cristiani e meno preti. Dietro a questo atteggiamento c’è l’orgoglio sottile di chi, per risentimento, dice degli altri: «Non mi meritano; s’arrangino e vedranno quanto valgo». È vero che un prete, proprio per la sua attività coi ragazzi e per i ragazzi, è vulnerabile; lo si può accusare facilmente, anche perché un’accusa simile è accettata facilmente dal sentire comune. Ma non possiamo rinunciare a operare, perché non possiamo rinunciare ad amare. L’amore è, per natura sua, attivo; non si ritira, ma prende sempre posizione a favore della vita, del bene, della gioia degli altri. Se ci ritiriamo dall’impegno nell’oratorio per l’educazione dei piccoli, per la loro crescita umana e cristiana, se riduciamo il nostro servizio all’adempimento burocratico delle prestazioni religiose, tradiamo la nostra vocazione. Di fronte agli inevitabili timori l’aiuto decisivo è quello che ci viene dalla contemplazione del Signore. Di lui si dice che «quando era oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia» (1Pt 2,23). Se Gesù si fosse lasciato spaventare dalla pericolosità della sua missione, se avesse cercato la sicurezza a ogni costo, come avrebbe potuto mostrare l’amore di Dio per noi? Dobbiamo allora rimanere inerti? Accettare passivamente di essere oggetto di sospetti umilianti? Anche qui la risposta è: no. ‘No’ per un atteggiamento sano di difesa di noi stessi. Ma ‘no’ anche per amore verso gli altri”.
Quindi la Chiesa prosegua con le proprie attività, con la consapevolezza “che il diffondersi di un sospetto malizioso rovini le cose belle che ci sono nel mondo, che renda ambigui i rapporti più sani, le espressioni più pure di affetto e di attenzione agli altri. Non possiamo permettere che la paura di interpretazioni maliziose e maligne cancelli quello che è fonte di calore umano e di gioia. In alcuni interventi di questi giorni appare la gioia maligna di poter cogliere in fallo chi si presenta come portatore di un messaggio esigente sulla sessualità. Quasi a dire: «Vedete la Chiesa? Si presenta come paladina della verità, condanna tutti i vizi, esige una impossibile rinuncia alle esigenze della sessualità; poi cade anch’essa nei vizi che condanna». Siamo radicalmente fuori da questo tipo di critica. Predichiamo che la sessualità va unita con l’amore e il senso di responsabilità; e lo predichiamo non per ossequio formale a una legge antiquata o a una cultura settaria, ma per stima dell’uomo e della sua dignità, perchè solo una sessualità ricca di amore e matura nella responsabilità è degna di lui”.
Dunque i sacerdoti devono ricordarsi che se si accusa un prete, si accusano nello stesso tempo tutti i preti. “Il fatto è tutt’altro che gradevole perchè ci sentiamo tutti insieme messi sul banco degli imputati senza che nessuno si sia preoccupato di guardarci in faccia e di misurarsi con noi. Ma forse questa situazione è la conferma di una realtà effettiva sulla quale abbiamo insistito spesso e cioè che tutti i preti di una diocesi costituiscono un unico presbiterio solidale attorno al vescovo. Naturalmente le responsabilità, sia morali che giuridiche, sono strettamente personali; ma i pesi (così come le gioie) si portano insieme. Né io vescovo posso tirarmi indietro dicendo: io non c’entro; né può farlo un qualsiasi prete del nostro presbiterio. Questo esige da noi un senso vivo di responsabilità: sappiamo che i nostri comportamenti, buoni o cattivi, ricadono sulle spalle degli altri. Abbiamo il dovere di crescere verso la maturità perchè il peso delle nostre immaturità è sopportato da tutti; dobbiamo tendere verso la santità, perchè il peso della nostra mediocrità finisce per intristire tutti. A tutti, però, chiediamo proprio per questo di essere leali. Se ci considerano una cosa sola nel presbiterio, considerino anche tutto il bene che c’è in mezzo a noi. Se tengono questo atteggiamento con sincerità. siamo convinti che avranno del presbiterio bresciano un’immagine bella. Non perfetta, purtroppo, per la nostra debolezza; ma certamente cristiana e umanamente ricca, per grazia di Dio. Questa è la nostra convinzione che esprimiamo con umiltà, ma anche con fiducia. Ai laici credenti chiediamo di esserci vicini in questo momento difficile così come sentiamo di essere vicini a loro nelle loro quotidiane tribolazioni e fatiche.

Fonte Qui Brescia 1 dicembre 2007

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La Curia sapeva tutto da luglio.Interrogati seminaristi e docenti

<<Se ci fosse stato anche un minimo sospetto il Vescovo avrebbe certamente preso misure cautelative>>Il retroscena. Già in estate alcuni studenti del Maria Immacolata erano stati sentiti dai magistrati
 

La Curia sapeva tutto da luglio
interrogati seminaristi e docenti

<<Non c’erano riscontri oggettivi,pensavamo che tutto sarebbe finito in una bolla di sapone>>La Curia sapeva. Da luglio. Da quando a don Marco Baresi era stato notificato un avviso di garanzia a seguito della denuncia di un 17enne per presunte molestie sessuali, avvenute tre anni prima. Durante le prime indagini erano stati interrogati alcuni seminaristi del Maria Annunziata così come un paio di docenti della struttura. Già a luglio era stato sequestrato il computer di don Baresi, recuperato nell’ufficio adiacente alla camera da letto del suo bilocale. Ma nulla di tutto questo era trapelato. E, soprattutto, nessuna decisione era stata presa sul vicerettore del seminario. Non una “sospensione” precauzionale, vista la gravità delle accuse; non un periodo di vacanza forzata o un suo spostamento. Fino a domenica, don Marco, ha continuato a rivestire il suo ruolo di vicerettore dei seminaristi liceali e a guidare gli incontri vocazionali per gli adolescenti.«Un avviso di garanzia non è una condanna» ribatte don Adriano Bianchi, direttore dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali. «Non si può mettere sulla forca una persona per delle semplici illazioni, ne tanto meno rimuoverla da una posizione che si era guadagnata con la stima e il rispetto di tutti». Resta il fatto che, forse, qualche precauzione in più poteva essere presa.

«A luglio c’è stata la massima collaborazione con la magistratura. Tutte le persone che, al momento, i pubblici ministeri avevano chiesto di ascoltare sono state interrogate. Hanno perquisito gli alloggi e sequestrato quello che hanno ritenuto opportuno. Anche per questo non capisco come ora si possa parlare di inquinamento delle prove o di ostacoli alla giustizia. Cinque mesi fa non era emerso nulla – ripeto: nulla – che facesse prevedere un proseguio della cosa. Pensavamo che tutto si sarebbe risolto in una bolla di sapone. Se ci fosse stato anche un minimo sospetto il Vescovo avrebbe certamente preso misure diverse, cautelative per il seminario e per lo stesso don Baresi».

Voci parlano anche di una sorta di vuoto istituzionale che si sarebbe creato tra le dimissioni del vescovo Sanguineti e l’arrivo in città di monsignor Monari. Vuoto che avrebbe rallentato o reso più macchinose eventuali scelte.

«Si tratta solo di sciocchezze» taglia corto don Bianchi.
«La verità è quella che ho descritto».

In via Bollani, intanto, il clima pare quello di una giornata qualunque. Nessun clamore o inquietudine trapela dal seminario. E granitica è la fiducia che, in brevi battute strappate al volo, tutti manifestano a don Marco. Anzi, il clima – dicono – è sereno. Martedì sera si sono raccolti tutti in preghiera, «per don Marco», a cominciare dal rettore don Flavio Saleri. I visi – dopo la “botta” iniziale – paiono più distesi. Molti hanno anche chiesto di andare a trovare don Marco, per portargli la loro vicinanza e solidarietà. Ma, per ora, solo il cappellano di Canton Mombello ha fatto visita al sacerdote di Chari. Qualcuno racconta dell’instabilità emotiva del ragazzo che ora accusa il sacerdote: non cercava Gesù, ma solo se stesso, dicono. Tanto che aveva presto rinunciato al percorso da seminarista.

Fonte Il Brescia su www.vivcentro.org/index.php

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