DELITTO VIA POMA, MARTA RUSSO: SECONDO GABRIELLA CARLIZZI SONO COLLEGATI

Pubblico uno stralcio dell’interessante ricostruzione del delitto di via Poma fatta da Gabriella Carlizzi e tratta da uno dei suoi siti:”il delitto di via Poma”

DELITTO DI VIA POMA: CHI IDEO’ L’UCCISIONE DI MARTA RUSSO, PER OSTACOLARE LA VERITA’ SULLA MORTE DELLA SEGRETARIA DELL’AIAG, SIMONETTA CESARONI?

IL CERCHIO SI STRINGE E TORNA A CONGIUNGERE I PUNTI ESTREMI DELLA CIRCONFERENZA…… LE “NOVITA’” SUL GIALLO DI VIA POMA, ALTRO NON SONO CHE LE IPOTESI DEGLI INQUIRENTI, QUELLE STESSE PER CUI FURONO BLOCCATI, DA STRUMENTALI FATTI DI SANGUE…

C’ERA GIA’ TUTTO AGLI ATTI, FIN DA QUANDO SE NE OCCUPO’ IL PM CATALANI!

I GIP, PERO’, RIGETTAVANO LE RICHIESTE DEL PM……

IL FAVOREGGIAMENTO COSTO’ MOLTO….. E AI FONDI NERI SI AGGIUNSE IL SACRIFICIO DI MARTA RUSSO…..

Agli inquirenti romani nulla importa del telegramma “della Carlizzi”, con richiesta formale di interrogatorio, e “alla Carlizzi” importa ancora meno , facciano pure, ciascuno è responsabile del proprio agire, e dell’immagine che presenta di se stesso alla pubblica opinione, e davanti a Perugina, competente per Roma, cui girerò la mia richiesta “IGNORATA”!

Ciò non impedisce che “la Carlizzi” continui a seguire le inchieste su cui ha lavorato, e nelle quali è stata ascoltata come testimone, anzi un motivo in più per ricordare ciò che, se troppo remoto nel tempo, potrebbe essere riciclato come nuovo, o come la tanto attesa “svolta clamorosa”.

Meglio abbassare i toni e il clamore, perché il buon senso e la logica, portano a concludere che seppure si recuperasse la verità, tutta poi da dimostrare innanzi in un’aula ai Giudici, dopo 14 anni, nessuno meriterebbe lodi o riconoscimenti, nulla che vada oltre una scarsissima sufficienza.

Dunque, innanzitutto c’è da dire che di una via di fuga dell’assassino, alternativa a quella ufficiale dal cancello di via Poma, si parlò già nei primi giorni successivi al delitto, indicando esattamente l’uscita laterale dello stabile, e si specificò anche l’importanza dell’ascensore, e la conoscenza da parte dell’assassino di percorsi interni che potevano conoscere solo due o tre persone…… tutti erano in vacanza, e il conto lo si fece sui presenti, portiere incluso.

Si sviluppò una approfondita indagine, anche circa l’assenza di sangue nello studio ove fu ritrovato il corpo di Simonetta, e si escluse che si fosse pulito il tutto così bene e senza fretta, riducendo solo a due, le circostanze possibili: o le coltellate furono inferte dopo la morte della ragazza, o il corpo era stato portato nell’appartamento all’interno 7, già cadavere, evenienza quest’ultima che prese corpo quando si decise di incriminare il giovane Valle, nipote dell’anziano nonno lì residente, e figlio del notissimo avvocato, a sua volta fratello dell’altrettanto noto architetto……

A questo punto, le indagini accertarono anche la vera proprietà dello stabile di via Poma 2, riconducibile ai Servizi Segreti, elemento questo che induce a dedurre che scelta del personale addetto alle mansioni dello stabile, deve necessariamente essere ricaduta su soggetti consapevoli di una situazione di particolare responsabilità, come potrebbe essere per un custode di un museo, o di una qualunque area “protetta”.

I numerosi studi legali, siti all’interno di quel condominio, avevano incarichi difensivi in vicende molto delicate e “riservate”.

Insomma, per far parte del condominio di via Poma, occorrono determinati requisiti….. e penso di essermi spiegata.

Oggi sono convinta, che colui che vidi entrare il 7 agosto del ’90 in via Poma 2, dopo le 17.30, se ebbe qualche ruolo nella vicenda, forse già sapeva dell’accaduto, e si prestò ad allestire uno scenario, diverso dalla realtà dei fatti, ma comunque verosimile.

Una mia cara amica, docente alla Sapienza alla facoltà di Architettura, quella sera sentì un amico, e lo trovò sconvolto……

E si discusse anche delle macchioline di sangue, fino a convincersi, dopo la scoperta dei denari nelle cassette di sicurezza della Bnl di piazza Fiume, che l’assassino doveva essere qualcuno da “coprire”, se si fu costretti a pagare qualcun altro…… 400.milioni più 350 milioni, delle vecchie lire…… e non erano pochi!

Chi si dovave “coprire”?

Il maniaco sessuale? L’amante segreto? L’agente del Sisde? O un appartenente ad una famiglia, già provata, e che non poteva subire un tale scandalo?

E se ci si era mossi per far perdere le tracce dell’assassino, naturalmente il presupposto era che lo si conoscesse?

Tutto questo per un maniaco sessuale? Appare improbabile.

Un agente del Sisde, quel determinato agente? Avrebbe tolto un peso soprattutto al Sisde una eventuale cattura, e poi a quell’ora Simonetta era già morta.

E dunque? Rimangono due figure, ambedue pratici del palazzo e dei percorsi, e l’uno, tiene di mano all’altro.

In che senso?

Torna in ballo il computer: l’ordine (ad uno), era di far sparire quella lista di nomi, e di consegnarlaa chi sarebbe passato nel pomeriggio a prenderla.

Questo ci prova, non ci riesce.

Subentra l’altro, che trattiene e s’infuoca sulla ragazza,riesce a portarsela in un altro appartamento, mentre il “compare” cerca nell’ufficio dell’Aiag, ciò che gli è stato chiesto e che dovrà a breve consegnare.

Dall’altra parte, si concreta il dramma: che fare?

Innanzitutto riportare la vittima sul posto di lavoro….. tutto deve apparire convincente, e poiché Simonetta non avrebbe aperto forse nemmeno al fidanzato, si indusse il sospetto portando il corpo esangue nella stanza del capo…..Alt! Come si sarebbero messe le cose? Un capo è un capo, e un capo che dispone di un ufficio in via Poma 2, è un capo di un certo tipo, e avrebbe di fatto complicato le indagini, come fu in realtà.

E ripercorriamo adesso, cronologicamente, il percorso intrapreso nel 1991 dagli inquirenti e che seminò il terrore fino a ricorrere ad un altro atroce delitto, pur di distogliere l’attenzione di

Ormanni dalle indagini su via Poma, indagini che ormai, stavano scoperchiando cose forse più temibili del delitto stesso.

Riportiamo la cronologia delle tappe più significative, così come fu sintetizzata da Beppe Lopez e Francesca Topi, nel loro libro: “Il giallo di via Poma”.

1991

7 marzo, la Cassazione dichiara che il fermo di Vanacore fu illegale.

2 aprile, risultati dei test del Dna: il sangue sulla porta non è né di Vanacore né degli altri indagati.

Dopo otto mesi di indagini, si ricomincia da zero.

27 aprile, il Giudice per le Indagini Preliminari Giuseppe Pizzuti, decide di archiviare l’indagine su Vanacore e gli altri cinque, su richiesta di Catalani.

27 novembre, si riapre l’inchiesta su via Poma: il Procuratore della Repubblica, Ugo Giudiceandrea, ha respinto la richiesta di archiviazione.

1992

4 aprile, avviso di garanzia per il ventenne Federico Valle, nipote dell’ingegner Cesare. C’è un supertestimone, “amico di famiglia”, che lo accusa.

8 aprile, il supertestimone Roland Voller afferma che la mamma di Federico, sua “amica”, gli avrebbe detto che quel giorno il giovane era dal nonno e “si è ferito”.

9 aprile, la mamma di Federico sconfessa (?) il superteste, e afferma che il figlio ha un alibi di ferro.

29 aprile, Federico Valle, sottoposto al test del Dna. Spuntano tre nuove tracce di sangue su un telefono dell’ufficio.(…)

30 aprile, Valle scagionato dal test del Dna, non è suo il sangue sulla porta.

28 giugno, confermato da un testimone, l’alibi di Valle. Quel 7 agosto Federico fu in casa tutto il pomeriggio, dichiara l’amica di famiglia Anna Maria Scognamiglio, “e non aveva ferite alle mani”.

30 luglio, il Gip boccia (!!!!) la richiesta di Catalani di sottoporre al test la macchiolina di sangue trovato su un telefono dell’ufficio di via Poma, per accertare se si tratti di una commistione fra il sangue di Simonetta e quello di Valle.

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