Scurati: Caccia le streghe ma perde lo Strega

Scarpa conquista lo Strega. Scurati battuto per un voto

«Ho vinto grazie alla scheda delle scuole, non manipolabile»

Di un soffio, di un solo voto, do­po una sfida al fotofinish (e al cardiopalma) durata ben oltre la mezzanotte, Tiziano Scarpa, con il romanzo Stabat Mater , Einaudi, ha vinto l’edizione numero 63 del Premio Stre­ga. Secondo classificato Antonio Scurati con Il bambino che sognava la fine del mon­do , edito da Bompiani. 119 preferenze con­tro 118.

Tutto come da copione o quasi dunque, a parte quel margine sottilissimo che nes­suno poteva prevedere. Rumors, indiscre­zioni e pronostici della vigilia parlavano co­munque di «un testa a testa, con Scarpa in testa». E testa a testa è stato, per un premio che non riserva mai sorprese nell’assegna­zione.

Distanziati, il terzo classificato Massimo Lugli con L’istinto del lupo (Newton Comp­ton, 58 voti), che era stato la grande sorpre­sa classificandosi al secondo posto nella cinquina, l’esordiente Cesarina Vighy con L’ultima estate (Fazi, 36 voti), al quarto po­sto, e il medico scrittore Andrea Vitali con

Almeno il cappello (Garzanti, 28 voti), a chiudere la cinquina.

Caccia allo Strega – Il bambino che sognava la fine del mondo

Sfogli Scurati e pensi che abbia ragione chi non legge perché si annoia

Ultimo carotaggio in vista del premio Strega, da assegnarsi il 2 luglio anche se tira aria di commissariamento (in tal caso, però, si poteva decidere prima, non spendere soldi per il buffet, risparmiare su trucco, parrucco e vestiti delle signore, che avrebbero potuto investire la sommetta in qualche romanzo divertente da leggere in vacanza). Dicesi carotaggio, in geologia, il prelievo di un campione cilindrico atto a rivelare la conformazione della roccia. In letteratura, è la prova di pagina 69 suggerita da Marshall McLuhan. Tocca al quinto dei finalisti, Antonio Scurati con “Il bambino che sognava la fine del mondo” (Bompiani).

Di tutti i candidati, il più mediatico. Fin dalla sera in cui – per interposto personaggio: lo studente Vitaliano Caccia che stermina a sangue freddo la commissione d’esame alla maturità – dal palco del Campiello minacciò di morte Bruno Vespa. Ricavandone abbastanza notorietà per avviare una carriera di opinionista in tv.
La pagina 69 è stampata in corsivo. Corsivo onirico, supponiamo. O corsivo da azione parallela: così al lettore basta un’occhiata per sapere esattamente dove si trova. Capita nei romanzi che alternano più voci, e non sentendosi saldi su nessuna offrono al lettore un aiutino. C’è un bambino, quello del titolo probabilmente, innamorato come tutti della maestra. Colpa di un deamicisiano scappellotto, la maestra viene allontanata. L’allievo guarda la supplente e in lei “contempla l’immagine pura della morte”.
In tanti hanno provato a spiegare la differenza tra un bel romanzo e un brutto romanzo. Nessuno l’ha mai chiarita meglio di James Wood, in un manualetto intitolato “How Fiction Works” (se già vi urta il “funziona” applicato alla letteratura, o se credete con ingenuità adolescenziale che i grandi libri debbano essere imperfetti, potete fermarvi qui: leggete Scurati per il resto della vita e lasciate a noi meccanici “Madame Bovary”). Funziona così: lo scrittore ha il suo modo di parlare, il personaggio ha il suo modo di parlare. Quando il secondo vince sul primo, ci sono buone possibilità che il romanzo riesca bene. In caso contrario, non c’è speranza.

“Contempla l’immagine pura della morte” vuol dire che l’opinionista adulto ha stravinto sul bambino biondo con gli occhi blu, di cui infatti non resta traccia se non nella foto di copertina (dall’album dello scrittore). Il piccolo “sogna la bolla di fuoco in cui il mondo finisce”, attende “il ritorno incessante della bolla di fuoco”, “non guarda nel vuoto ma il vuoto”, e finalmente – a esaurimento delle combinazioni e pure della pazienza del lettore – “contempla la bolla, che è vuota bolla ma bolla di fuoco”. Il grande fa da suggeritore, in spregio alla regola numero uno di Aristotele: “Il vecchio deve parlare come un vecchio e il giovane come un giovane”.
Corriamo a pagina 99 per fare la controprova suggerita da Ford Madox Ford, sperando di non trovare un altro corsivo (onirico o da azione parallela che sia) ma un bel tondo realistico. La fortuna ci assiste, alla riga numero quattro leggiamo: “Tacemmo durante l’intero tragitto”. Sosteneva Carlo Emilio Gadda – nelle sue “Norme per la redazione di un testo radiofonico”, 1953 – che “Non tutti i verbi sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone. E’ questa una superstizione grammaticale da cui dobbiamo cercare di guarirci”. Il “tacemmo”, fastidioso all’orecchio quanto all’occhio, fa da esempio perfetto. Per evitarlo bastava una rilettura. “Sono figli legittimi della coniugazione – continua Gadda  – “ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita”. Il “tacemmo” è l’orlo scucito dell’abito da sera, la smagliatura nella calza, la sottoveste che pende: non si riesce a distogliere lo sguardo.
Almeno finché entra in scena la pedofilia, che ha ammantato “Il bambino che sognava la fine del mondo” di un alone sulfureo e fatto dire “ecco un romanziere che rovista nella realtà”. “Le immagini mostrate da quella donna mi lavoravano dentro con la verità eterna della ferita”, scrive Antonio Scurati.

Trovate differenze tra il bambino di pagina 69 e l’adulto di pagina 99? Noi no: condividono lo stesso tono alto e saccente. I dialoghi sono scanditi da “Poi, però, percependo il mio sgomento, si affrettò a chiarire”. Intanto noi – oltre a invocare di nuovo Gadda per il “percependo” – cominciamo a pensare che chi non legge perché si annoia in fondo qualche ragione ce l’ha.
Antonio Scurati entra penultimo in cinquina con 40 voti, contro i 59 di Tiziano Scarpa, primo classificato con “Stabat Mater”. Vuole vincere, naturalmente, come tutti (“Mica ci alleniamo per perdere”, diceva Lucy a Charlie Brown). Vuole fregiarsi della fascetta che fa vendere comunque migliaia di copie (l’anno scorso una copia della “Solitudine dei numeri primi” fu resa al libraio perché sprovvista del giallo cimelio; “Sa è per un regalo”, disse il cliente con l’aria di chi si vede rifilare una tazzina senza manico). Vuole far dimenticare “Una storia romantica”, confezionato per scalare le classifiche entusiasmando al tempo stesso intellettuali e sciampiste. Come “Il nome della rosa” o “Possessione”: ma Umberto Eco e Antonia S. Byatt potevano contare su una sincera passione per il romanzo d’avventure (Scurati se ce l’ha non la dimostra). Gli Amici della domenica – incorruttibili e già in conclave con i cellulari spenti – non ne terranno conto. Ma la prova di pagina 69 vede vincente Andrea Vitali, piazzata (molto bene) Cesarina Vighy, distanziati (di parecchie lunghezze) Massimo Lugli, Tiziano Scarpa, Antonio Scurati.

fonte © 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Mariarosa Mancuso

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