Alberto Bevilacqua: Marco Pantani e la fine del ciclismo epico

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Corriere della Sera – 6 marzo 2008

Marco Pantani: nella sua vicenda, l’ avvertimento: si tratta anche di te. O più esattamente: potrebbe toccare a chiunque emerga, senza certe protezioni, in questo mondo irriducibile nei suoi intrighi e colpi alla schiena. In Era mio figlio (Mondadori), c’ è una madre, Tonina Pantani, che evoca – dai giovanili trionfi alla disgrazia finale – il figlio vittima, paradossalmente, più delle sue glorie di corridore ciclista che della trama, ancora indecifrata, che lo ha portato a una tragica morte. Cervantes l’ ha stabilito nel Don Chisciotte: gli splendori del talento generano il verme roditore di tutte le virtù, ossia l’ invidia che si nutre del rancore dei mediocri e dei crimini degli affaristi.

Dell’ evocazione della madre Tonina, si fa messaggero e interprete Enzo Vicennati, che ha l’ accortezza di servirsi del tono più congeniale, quello dell’ epica minore, con un andante che echeggia il verso esametro, per i greci: epos, gesta emozionanti ed eroi senza bardature. Sfide memorabili e tragedie pressoché inevitabili. Senza il crisma fatale della Storia, ma con le suggestioni affettuosamente umane che portano le folle a inventarsi il mito corporale di un proprio simile particolarmente dotato, per potersi immedesimare in lui.

La vicenda di Pantani, risvolti d’ indagine a parte, sta tutta qui, nei destini comandati che regolano l’ «epica», di cui il ciclismo, e i suoi protagonisti, sono stati l’ umile specchio nell’ ultimo secolo. Narratori e poeti ne sono stati suggestionati. Tante le citazioni possibili. Jean Cocteau che scrive la ballata dei corridori «vestiti con le loro iniziali». Dino Buzzati che venne inviato al Giro d’ Italia dal «Corriere della Sera» e si ritrovò, stordito e stupefatto, fra ali di folla che, da poco terminata la guerra, animava l’ idea di un domani migliore e il sentimento di una ripresa morale esaltando le imprese di Coppi o Bartali. È talmente epica, il ciclismo, che Buzzati diede al «vecchio» Bartali il nome omerico di Ettore e al più giovane Fausto Coppi quello di Achille. Tracciò schizzi di metaforiche battaglie con guerrieri issati non su cavalli, ma su biciclette. Dopo una tappa, scrisse il bellissimo capitolo su Cassino, con i morti che si alzavano dalla terra.

Sempre in tema di Giro e di Tour, sarebbero da riscoprire i servizi di Indro Montanelli, Alfonso Gatto, Vasco Pratolini. Gatto arrivò a idealizzare Bartali come un nuovo Gesù Cristo che si confrontava con dodici discepoli, più gregari da fatica che apostoli. E si abbandonava a lirismi di questo tenore: «Son tutti gialli, verdi, grigi, vermigli, i girini della carovana. Facciamone un bel mazzo, come se fossero tanti fiori campestri, e appuntiamoli sul petto della primavera». E poi Gianni Brera. Anche lui sfoggia ardite metafore evangeliche. Di Bartali scrive: «Conquista il Paradiso pedalando. Si ritiene a suo modo apostolo. Nei suoi garretti d’ acciaio fiammeggia Santa Teresa del Bambino Gesù». Sostituita ai voli mistici la grinta polemica, Brera è il primo a scagliarsi contro le esagerazioni e i trucchi che si insinuano nei controlli antidoping; arriva a sostenere: «Disgustiamo il mondo con analisi dubbie per tutti, addirittura colpevoli per gli interessati». Accusa profetica che sembra pronunciata la mattina del 5 giugno 1999, quando Marco Pantani viene fermato a Madonna di Campiglio, già sicuro vincitore del Giro, per l’ ematocrito alto, stabilito da un test più che approssimativo, a cui il corridore avrebbe potuto sottrarsi (sei mesi dopo, l’ Unione ciclistica internazionale, riassestando i parametri di controllo, implicitamente ammetterà l’ inaffidabilità di quel test e, retroattivamente, che Pantani era a posto).

Brera fa di più. Intervistando Coppi, riesce a spingerlo a una confessione sconvolgente per i tempi d’ oggi: «Sissignori, prendo pillole, faccio iniezioni. Sono un atleta periodicamente costretto a stress immani: la chimica e la medicina mi aiutano. Sono io stesso a volerlo». Chi sottopone i corridori a sforzi disumani non «droga» psicologicamente gli spettatori, mostrando come un uomo può andare a pezzi sul Mortirolo?

Pantani chiude l’ età dell’ epica ciclistica. Sulla sua fine molto mistero. L’ epica non è estranea a simili svolte. Pensiamo a Ottavio Bottecchia, vincitore di due Tour de France, assassinato durante un allenamento, nel giugno del ‘ 27.

Bevilacqua Alberto

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