“Via Poma, processate il fidanzato”

Per l’omicidio di Simonetta la procura chiude l’indagine e accusa Busco

FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA
E’ un caso irrisolto che turba e appassiona ancora, il delitto di Simonetta Cesaroni. Un «cold case». Ma nel palazzo di giustizia romano non hanno mai cessato di indagare. E ora che esistono tecniche d’indagine sofisticate, l’inchiesta ha preso un indirizzo inatteso: la procura si avvia a chiedere il rinvio a giudizio per Raniero Busco, il fidanzato di Simonetta. L’accusano, 19 anni dopo i fatti, di averla aggredita, stordita con un colpo alla tempia e uccisa con 29 coltellate. Ci sono alcune perizie che l’accusano: sono state trovate tracce di suo Dna sul reggiseno di Simonetta; l’impronta dentale combacia con i segni di un morso sul seno; l’alibi non regge. E lui, esausto: «Sarebbe giusto pagare, ma solo se avessi fatto qualcosa». «Tutto ciò che dice la pubblica accusa – spiega il suo avvocato, Paolo Loria – non c’inquieta. Capirei se questi elementi fossero inseriti in un solido quadro di indizi. Ma dire che c’era una traccia di Dna sul reggipetto della ragazza, nel caso di due fidanzati che avevano continui rapporti, anche il giorno prima dell’omicidio, che prova è? Semmai è l’opposto. Raniero faceva l’amore con Simonetta.

Che bisogno aveva di andarla a cercare in un ufficio misterioso per saltarle addosso e poi ucciderla? Non c’è il movente. Anche la storia dell’impronta dentaria è inconsistente: l’hanno presa dopo 17 anni e va confrontata con una foto: che senso ha?». L’indagine a questo punto è formalmente chiusa. Il difensore ha 20 giorni per formulare le sue osservazioni, poi si andrà davanti a un gip. Intanto c’è un uomo che si macera in casa, barricato per non farsi vedere dai fotografi. «Non abbiamo alcun dubbio che sia innocente, lo difenderemo in tutti i modi», dice la moglie. «Mio fratello è distrutto, ha preso male questa notizia, che non s’aspettava. E la disperazione può portare a gesti estremi – aggiunge Paolo Busco – non è giusto che per la sete di carriera di qualcuno debba subire tutto questo. La sua innocenza sarà dimostrata». Busco nel 1990 lavorava all’Alitalia ed è lì (si occupa di motori) anche oggi. Si è costruito una famiglia, vive in una palazzina di due piani con la moglie, le due figlie, la madre e i fratelli. «Andassero a cercare il colpevole – si sfoga Giuseppina, la mamma – lì dove è successo l’omicidio. Sono 19 anni che Raniero e tutta la nostra famiglia non vivono più sereni. È stato accusato solo perché ha cambiato una maglietta dopo il lavoro, anche se è stata lavata eventuali tracce sarebbero rimaste. I miei nipoti crescono, vanno a scuola e cominciano a capire quando si parla di certe cose…». Indagine a una svolta ma l’esito non convince i Cesaroni. Il loro legale, Lucio Molinaro, osserva: «La famiglia non può che essere soddisfatta, soprattutto per la perseveranza dimostrata dalla procura. La soddisfazione sarà maggiore se dall’indagine uscirà un risultato positivo».
la Stampa 19 aprile 2009

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