Beppino Englaro: ora sotto scorta, si occuperà della Fondazione Eluana

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«Userò la mia esperienza nella società civile. Ora penso a mia moglie»
Englaro: in campo, ma non in politica
Beppino oggi torna dal Friuli a Lecco: la politica mi ha deluso, non ci entrerò mai

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DAL NOSTRO INVIATO
UDINE – Un po’ frastornato, come dice lui, ma sempre in piedi. A Paluzza, nella casa di famiglia, papà Beppino si fa coccolare da amici e parenti. Ma non trascura quello che succede oltre i monti dell’amata Carnia. Ignazio Marino propone un referendum sul testamento biologico? «Sì, l’ho sentito. Ma dico io, perché la politica non prende atto di come stanno le cose? Il mondo della medicina considera terapia la nutrizione artificiale: perché negarlo? Comunque se la legge dovesse passare senza ammettere la possibilità di sospendere alimentazione e idratazione artificiali, sarà necessario un referendum, e io lo sosterrei».

Dopo quasi una settimana di black-out, papà Beppino torna nel dibattito sui temi di fine vita. Ancora una volta in veste di testimone. Ma presto il suo ruolo sarà ben definito. Non in politica, «mi ha deluso, tranne alcune eccezioni, non ci entrerò mai», ma come presidente nella fondazione che porterà il nome di Eluana (nascerà dall’associazione di volontari che lo ha aiutato a eseguire la sentenza): «Non posso lasciarmi alle spalle quello che ho passato, spero di valorizzare la mia esperienza come patrimonio a disposizione della società civile». Sarà il suo futuro, forse anche il nuovo senso della vita di Beppino Englaro: con il ricavato delle cause per risarcimento del danno che i suoi avvocati hanno annunciato sarà finanziata un’attività di ampio respiro: proseguire il confronto sulle tematiche al confine tra la vita e la morte, promuovere la ricerca anche con borse di studio, organizzare tavole rotonde a livello internazionale.

Per adesso Beppino vive alla giornata. «Sto cercando di capire come tornare alla normalità dopo anni e anni in cui io e la mia famiglia ci siamo sentiti violentati». Il pensiero non va solo a quella «figlia inerme, per 17 anni ostaggio di mani altrui», ma anche a Sati, moglie e compagna di vita: «Il dramma di Elu l’ha consumata, Sati si è distrutta a starle accanto al letto». Ci riflette, poi dice: «Siamo sempre stati diversi: io, aggressivo sempre pronto a buttare fuori il mio dolore; lei in silenzio, disposta a mandar giù ogni boccone amaro. Per questo il nostro primo avvocato la voleva come tutrice di Elu. Purtroppo la malattia non glielo ha permesso ».

Non dimentica papà Beppino, neppure un istante del tempo trascorso a lottare «per dare voce alla figlia». In quel passato di attacchi personali, anche un’isola felice: «Tornerò a trovare suor Rosangela nella casa di cura di Lecco perché abbiamo sempre parlato umanamente: ognuno con le sue idee, certo, ma con rispetto reciproco ».

Il presente, invece, è ancora a Paluzza, con il fratello Armando. Ma non per molto: «È vero che qui ci sono le mie radici, e ora anche la tomba di Eluana, ma mi sento cittadino del mondo, ho lasciato la Carnia in gioventù e non penso di voler tornare a viverci. Sentirò vicino mia figlia ovunque sarò». Oggi pomeriggio il rientro a Lecco con una scorta dei carabinieri: «Li chiamo i miei angeli custodi, gli uomini che mi proteggono. Ma spero che non vada avanti per molto. Preferisco che mi sparino piuttosto che non essere libero». Una pausa. Poi spiega: «La libertà per me è la prima cosa. Altrimenti in nome di cosa avrei lottato finora?».

Grazia Maria Mottola Corriere della Sera 15 febbraio 2009

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