RIGNANO, ABUSI: QUANDO PER DEMOLIRE UN’ACCUSA SI RICORRE A GIORNALISTI AMICI

zinzocchi-casanova

(il mago Casanova  e la giornalista R. Zinzocchi)

DI Wildgreta

Sono passati pochi giorni dall’annuncio della chiusura delle indagini e poche ore dalla notizia ufficiale della richiesta di rinvio a giudizio per 4 degli indagati di Rignano, e si sono già messi in moto gli amici per gettare discredito sull’indagine condotta dal pm Marco Mansi. Qualche giorno fa è stata la volta di una certa Rachele Zinzocchi, sconosciuta ai più ma collaboratrice di Paola Perego (alla quale ha fatto scoprire Face Book) e Cesare Lanza , autore di Buona Domenica come  Gianfranco Scancarello, uno degli indagati. Ma vediamo in cosa si è distinta questa futura candidata al Premio Pulitzer (sempre che ne aprano una succursale in Italia). In un articolo sul quotidiano Il Tempo, il 10 gennaio titola:” Rignano Flaminio, inchiesta piena di ombre. “Un’inchiesta dove il “presunto innocente” va in galera senza prove oggettive. Dove i primi racconti dei minori, non registrati e perciò non riscontrabili, fungono da presunta prova di colpevolezza.” Ovviamente la giornalista non sa nulla di incidenti probatori, leggi, minori eccetera. Fino a ieri si è occupata di tutt’altro: di maghi, gossip, spettacolo e anche di argomenti piccanti come “LA NUOVA MALATTIA, L’ECCITAMENTO SESSUALE CONTINUO“, pubblicato sul sito diretto da Cesare Lanza,  http://www.l’attimofuggente.com. Anzi per un altro sito di Lanza cura anche una ribrica: “LA RETE DI RACHELE” (Qui il link) Ma ecco cosa dice di se stessa Rachele Z. su uno di questi siti: “*Dice di sé. Rachele Zinzocchi. Trentun anni, fiorentina di nascita, ma romana d’adozione, una laurea in filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore di Pisa – sulla metafisica e la finitezza umana – e un amore ancora oggi viscerale per ciò che significa “pensare”: oltre che per la possente lingua tedesca. Giornalista per desiderio di libertà nella comunicazione, è stata folgorata sulla via di Damasco da una grazia divina”

Ora, escludendo  che “la grazie divina” abbia il  tempo di andarsene in giro a folgorare il primo che passa, direi che la strada per diventare una giornalista di spessore, per la new entry del “caso Rignano”,  è ancora piuttosto lunga.  Anche perchè per essere credibili, sarebbe preferibile non fare interviste di questo tipo:” Buona domenica è tv trash o no?” Indovinate chi ha intervistato Rachele? Ma Lanza, autore di Buona Domenica .Evviva l’amicizia!

Ecco l’articolo:

L’accusa: bambini trasportati in una casa dell’orrore
Rignano Flaminio, inchiesta piena di ombre
Un’inchiesta dove il “presunto innocente” va in galera senza prove oggettive. Dove i primi racconti dei minori, non registrati e perciò non riscontrabili, fungono da presunta prova di colpevolezza.

Una vicenda in cui certi nomi parrebbero avvolti nel mistero, mentre assai ben pubblicizzati sono stati quelli dei sei indagati di Rignano Flaminio: crocifissi sulla pubblica via prima di qualunque sentenza, con l’accusa più infamante, che è già condanna per la vita. Contro di loro ancora oggi, quando si profila una possibile richiesta di rinvio a giudizio almeno per alcuni, non sussiste nessuna prova oggettiva. Solo riscontri che, semmai, deporrebbero a loro favore. A Rignano la “casa degli orrori” è già per molti la “casa degli errori”. Errori? Sarà la giustizia a stabilirlo. Ma le “stranezze”, certo, non mancano.

Le prime denunce. Il 9 luglio 2006 alcuni genitori denunciano di aver ricevuto dai figli confidenze su abusi all’asilo. In breve le denunce si moltiplicano, superano le 20. Le madri si incontrano, si scambiano informazioni ogni giorno. Più genitori verrebbero persino interrogati insieme dai Carabinieri. Una “sana collaborazione” tra inquirenti e famiglie, in una tragedia improvvisa? O l’inizio di una “psicosi collettiva”, la cui radice potrebbe stare in altri tipi di malessere?
Gli indagati. Nelle denunce, inizialmente, verrebbero nominate diverse insegnanti. Ma nel mirino finiscono quasi subito tre maestre: Marisa Pucci, Silvana Magalotti, Patrizia Del Meglio. In base a quali prove oggettive ci si concentra su di loro? Ancora: chi è quella “Luciana” che, nei racconti raccolti dai genitori, avrebbe minacciato una bimba se avesse parlato? E chi è “Cristian”, “signore molto cattivo” che stava in una “casa dove gli adulti portavano” i bambini “dalla scuola”?
Prima perizia, niente filmati. Come consulente del pm viene nominata una psicologa 73enne, Marcella Fraschetti, che non registra né filma i colloqui coi minori. Singolare per un procedimento penale, dove vanno seguiti protocolli riconosciuti a livello internazionale, con ripresa audio-video e la presenza esclusiva dell’esperto e del minore, per evitare condizionamenti degli adulti. Perché è stata scelta proprio quella consulente? Perché non ha ripreso i colloqui, come previsto dal protocollo? Perché non si è scongiurato il rischio di una possibile suggestione dei minori? E perché le sono stati corrisposti ben 80.000 euro?
Le “perizie” dei genitori. Mancano i filmati? Ci pensano le famiglie. Sottopongono i piccoli a un “interrogatorio”, spingendoli a mimare gesti erotici e registrando tutto su dvd. Un esempio? “Ci sono state persone grandi che ti hanno fatto fare cose brutte?”, chiede un padre alla figlia. “No”. “Tu li conosci?”. “No papà”. “Allora sei bugiarda. Chi dice le bugie lo sai chi è?”. “Tu”. “È vero che c’erano persone che ti facevano la bua?”. “Non è vero”. E alla fine: “No, papà. Basta con i nomi, sono stanca”. Perché sottoporre i bimbi a un tale stress, con domande “inducenti e suggestive” secondo molti, che potrebbero aver condizionato i piccoli e i loro ricordi? Dall’altra parte perizie sui genitori hanno lasciato emergere, in certi casi, “personalità disturbate”, che vivono la sessualità in maniera inadeguata, talora depresse e che farebbero uso di psicofarmaci.
Asilo videosorvegliato, ma ancora denunce. A settembre 2006 i militari installano nell’asilo telecamere e microspie. Ogni angolo è registrato dalle 7.30 alle 17.30: nessun segno di abusi. Dai genitori, però, altre denunce, con racconti di presunte violenze proprio in quei giorni: crocifissi bruciati, cuccioli di cani lanciati nel fuoco, cappucci indossati dai pedofili scimmiottando il diavolo. Abusi tanto gravi sfuggiti alle cimici, privi di riscontro allora ed oggi? O suggestione, psicosi collettiva?
Perquisizioni senza esito. Il 12 ottobre 2006, con grande clamore, i RIS perquisiscono asilo, case e uffici degli indagati. Sequestrate centinaia di dvd, cassette, documenti, foto; controllati gli accessi internet dei pc, le email, gli hard disk. Nessun passaggio di informazioni tra gli indagati, accertamenti patrimoniali negativi, nessun riscontro dei presunti “filmini”, del “materiale pedopornografico” di cui si parla nelle denunce. Perché? Forse non sono mai esistiti?
Nessun riscontro dai pediatri. I medici dei piccoli concordano sull’assoluta mancanza di segni di violenza: mai rilevata alcuna traccia d’abuso. In ulteriori accertamenti al Bambino Gesù di Roma, un chirurgo pediatrico e una psicologa confermano l’assenza di abusi. In che modo maltrattamenti tanto efferati si sarebbero consumati senza che fior di medici ne trovino mai segni?
Aumenta la violenza, ma nessuna traccia. I racconti dei genitori si fanno sempre più crudi. Dal “giochino del culetto”, “della patatina” o “del pipetto”, in due mesi si passa a “tagli sul corpo”, “buchi di aghi nelle mani e in testa”. Ma i genitori non hanno mai visto segni, né i bambini hanno mai lamentato dolori. Terrorizzati per le minacce? O magari le iniezioni sulla testa non ci sono mai state?
Nessuno ha visto niente. Gli abusi, compresi i viaggi nella “casa degli orrori”, sarebbero avvenuti in orario scolastico, con una trentina di persone a lavoro. Che però, stranamente, non hanno mai notato alcunché. Come si possono portar via da scuola tanti bambini senza che nessuno veda nulla?
Le “esigenze cautelari” per “fatti gravissimi e allarmanti”. Il 23 aprile 2007 il Gip Elvira Tamburelli firma l’ordinanza di custodia cautelare per gli indagati. Prove oggettive? Nessuna. I riscontri? Negativi. I racconti dei minori? Raccolti malamente all’inizio: e sui successivi colloqui, come sui “disegni”, si allunga l’ombra della “suggestione”. Nonostante ciò, l’ordinanza rileva “gravi indizi di colpevolezza”, “fatti illegali” “gravissimi ed allarmanti, (…) dotati di una carica tale – in termini di violenza e assenza di ogni remora o freno alle azioni turpi (…) – da dimostrare la forte pericolosità degli indagati”. Ma gli indizi non sono fatti. Quali sarebbero i “fatti”, in assenza di prove oggettive? Si segnalano anche “pericoli concreti” per lo “svolgimento delle attività di acquisizione probatoria”: ma tutto era già stato sequestrato.
Nessun “grave indizio”: ma la macchina va avanti. Il 10 maggio 2007 il Tribunale del Riesame ordina la scarcerazione degli indagati: “Non sono ravvisabili seri e robusti elementi di riscontro”. “Il materiale indiziario (…) appare insufficiente ed anche contraddittorio”: ci sarebbe stata “una forte e tenace pressione dei genitori sui minori, una forte opera di induzione e di suggerimento delle risposte da parte degli stessi”. Il Riesame si chiede “come sia stato possibile che diversi giochi di natura sessuale siano avvenuti nei (…) locali della scuola e, soprattutto, nel giardino della scuola (…), ma nessuno se ne sia accorto”, e che “nessun genitore, nel riprendere il proprio figlio (…), si sia mai accorto che pochi minuti prima (…) era stato oggetto di nefandezze di ogni tipo”. Insomma, “nulla di concreto e decisivo vi è”. Ciononostante non solo la Procura ricorre in Cassazione, ma neppure attende l’esito del ricorso e, una settimana dopo, chiede l’incidente probatorio.
La Cassazione: “inammissibile” il ricorso della Procura. Ma si procede. Il 18 settembre 2007 la Cassazione conferma l’ordinanza di scarcerazione per gli indagati, bollando il ricorso come “inammissibile”. Stando alla sentenza della Suprema Corte, i “riscontri oggettivi” di cui parla la Procura, quali “i certificati medici relativi ai piccoli”, costituiscono invece “secondo il parere dei Giudici di merito (congruamente motivato e, perciò, insindacabile in questa sede)”, “un punto debole della accusa”: “a fronte di tali sevizie, che avrebbero dovuto lasciare evidenti ed immediati esiti fisici da trauma, esistono solo due certificati medici, l’uno, attestante un setto all’imene che può essere esistente dalla nascita e, l’altro, una anite rossa che non è necessariamente riferibile ad atti di natura sessuale”. Dunque “il ragionamento del Pubblico Ministero contiene una petizione di principio (…): costituisce un ragionamento circolare e non corretto ritenere che i sintomi siano la prova dell’abuso e che l’abuso sia la spiegazione dei sintomi”. Qualcuno, per il caso Rignano, ha parlato di “sonno della ragione”: che come si sa genera mostri. D’altronde “le intercettazioni telefoniche, le perquisizioni nelle abitazioni degli indagati e gli accertamenti effettuati sul loro personal computer hanno dato esito negativo”: “non è stato rinvenuto alcunché a conforto della accusa”. Gli indagati però continuano ad essere “presunti innocenti”.
Neppure i peluche provano niente. E ora, comunque a processo? Tra dicembre 2007 e aprile 2008, gli accertamenti dei RIS di Messina evidenziano che né il DNA né le impronte esaminate sui 130 peluche prelevati alla Del Meglio appartengono ad alcuno dei presunti abusati. Ma nonostante ciò, e il costo elevatissimo anche di questi accertamenti (oltre 79.000 euro), oggi si parla insistentemente di quattro possibili richieste di rinvio a giudizio. E si allunga l’ombra di un processo snervante per tutti e ancor più oneroso, se già i legali dei coniugi Scancarello hanno dovuto rinunciare a chiedere copia integrale degli atti dato il costo: 25mila euro. Un processo dove gli unici a guadagnare, si direbbe, sarebbero i periti. “La verità non ha paura”, dicono gli indagati. Ma c’è chi pensa che i soldi dei contribuenti potrebbero esser spesi in maniera più oculata.

IL TEMPO Rachele Zinzocchi
• 10/01/2009

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