Rignano Flaminio e Repubblica: Quanti anni ci vorranno per rianimare il fantasma di Bonini?

di Wildgreta

Grazie a Bonini per il pregevole pezzo pubblicato su Repubblica, nella pagina della cronaca della provincia di Roma, il 7 gennaio, dal titolo:” Quindici mesi per rianimare il fantasma dell’orco“. Grazie per aver confezionato un’antologia di inesattezze, ad uso e consumo del “partito innocentista”. Come se, invece di essere di fronte ad un dramma, fossimo andati tutti allo stadio a vedere una partita della nostra squadra del cuore. Grazie a questa penna raffinata del giornalismo italiano a cui Giuliano Ferrara, (prima di essere preso a pomodorate in campagna elettorale), avrebbe voluto conferire il premio Pulitzer. Purtroppo, non esiste in Italia una succursale del Pulitzer, così Bonini dovrà accontentarsi dei complimenti che gli inviano quelli come me, dai loro piccoli e insignificanti blog. Avrete notato che ho scelto la fotografia di un fantasma, al posto del solito asilo di Rignano (con bruco le foto vecchie, senza bruco quelle nuove):il fantasma è quello dell’ignoranza della materia di cui si parla.  E l’apice dell’ignoranza lo  si è toccato nella trasmissione di MATRIX DEL 7 GENNAIO 2009, quando Bonini ha espresso lo stesso concetto caro a Don Mario Neva, il prete delle fiaccolate di Brescia.  Bonini, infatti,  ha chiuso il suo intervento a Matrix dicendo una frase simile a questa: I genitori dovrebbero essere contenti se venissero tutti assolti, perchè vorrebbe dire che i loro figli non stati abusati . La stessa frase venne proferita da don Mario Neva intervistato per il programma di Italia 1 sulla pedofilia nelle scuole. Invece, purtroppo, i bambini di Brescia sono in cura da anni. E continuano ad essere in cura, nonostante l’assoluzione in primo grado degli imputati. L’assoluzione taumaturgica è un’invenzione di qualcuno, ripetuta da altri, convinti di aver trovato la chiave della felicità futura di tutti i bambini vittime dei pedofili. Gongolava, ieri sera, l’avvocato NASO, difensore di una maestra.  E per avvalorare le teorie di Bonini, citava l’episodio più infelice della gloriosa carriera del professor Bollea, che un giorno di ferragosto, a 91 anni, intervistato in vacanza, ha più o meno detto che, piuttosto che sottoporre un bambino al calvario dell’incidente probatorio, sarebbe stato  meglio non denunciare.  E allora, sì, via, lasciamo  tutti liberi i sospetti pedofili, che continuino ad abusare di altri bambini serenamente. Tanto,  se i genitori sporgessero denuncia, loro starebbero ancora peggio. E poi, come ha detto Mentana in chiusura,  i nostri nonni hanno fatto la guerra… Come dire , se si sopravvive alla guerra, vuoi non sopravvivere agli abusi di Rignano?

Note: Mentana, oltre a mostrarsi contrario alla teoria di Bollea, ha fatto un buon servizio di informazione nel complesso della trasmissione. L’unico scivolone, è stato quello finale del paragone con la guerra, dettato dalla non conoscenza della materia.

Ecco l”articolo che, forse, non varrà il Pulitzer, ma certamente susciterà il plauso  di tutti i comitati che, in Italia, sostengono decine di indagati.

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Quei quindici mesi serviti a rianimare il fantasma dell’orco
Per la Cassazione le prove non erano sufficienti. Serviva un fatto nuovo. Ed è arrivato il casale

di Carlo Bonini
Un casale di campagna in stato di abbandono «riconosciuto», sostiene la pubblica accusa, come luogo dell´orrore, e tuttavia individuato e perquisito soltanto nel luglio scorso, nell´ultima finestra temporale utile di un´indagine durata due anni. I ricordi contraddittori di bambini che, in almeno tre casi, spiegano con candore di aver appreso dalla voce degli adulti gli abusi di cui sarebbero stati vittime. E, ora, un atto (per altro non ancora notificato) della Procura di Tivoli che, contestualmente, manda in archivio la posizione di tre degli otto indagati e dispone il deposito degli atti di accusa che prelude alla richiesta di giudizio per almeno tre donne (le maestre Patrizia Del Meglio, Silvana Magalotti e Marisa Pucci. Più controversa la posizione di una quarta insegnante, Assunta Pisani) e un uomo (l´autore televisivo Gianfranco Scancarello, marito della Del Meglio).

La disgraziata istruttoria sugli orchi di Rignano si chiude confermando quale ne è stata e ne resta la grana. Il metodo investigativo che l´ha governata. La perversa spirale in cui si è avvitata. Prolungando (l´udienza preliminare non si celebrerà prima di primavera, l´eventuale processo non prima dell´autunno) il naufragio emotivo di 24 bambini tra i 4 e i 5 anni, quello delle loro famiglie e di chi è accusato di esserne stato il carnefice. Per rianimare il fantasma di Rignano ci sono voluti quindici mesi. A settembre 2007, la vicenda è di fatto chiusa. La Cassazione, nel confermare l´annullamento degli arresti di sei indagati, censura il lavoro del pubblico ministero Marco Mansi e del gip Elvira Tamburelli con argomenti, oltre che severi, definitivi.

«Il quadro indiziario è insufficiente e contraddittorio». Le testimonianze dei bambini – motore dell´istruttoria e suo incipit – sono l´esito «di domande inducenti degli adulti», che sollecitano «aspettative» di fronte alle quali «i bambini finiscono per conformarsi». Alla Procura, la legge non offre molte alternative. Se favorevole all´indagato, il cosiddetto «giudicato cautelare» (il giudizio incidentale con cui la Cassazione si pronuncia su un provvedimento di cattura) obbliga il pm a chiedere l´archiviazione delle accuse. A meno che «non intervengano fatti nuovi». Marco Mansi e, con lui, il gip Tamburelli fatti nuovi non ne hanno. Ma non hanno neppure alcuna intenzione di ammettere di aver infilato una strada sbagliata. Per tredici mesi (dall´estate 2007 a luglio 2008), ascoltano dunque, nelle forme dell´incidente probatorio, le testimonianze di 24 bambini, alla ricerca di ricordi che consentano di individuare il «fatto nuovo» in grado di aggirare l´ostacolo posto dalla Cassazione. Appaiono così «una fortezza», delle «statue», «medicine» somministrate ad «animali di pezza».

Rispetto a quello originario, demolito dal giudizio della Cassazione, il quadro accusatorio deve adattarsi a un nuovo canovaccio. Che il pm Mansi riscrive a mano libera. La scena del crimine non è più l´abitazione di una delle maestre (o quantomeno non più la sola); gli oggetti dell´orrore pedofilo non più i peluches collezionati in casa Scancarello-Del Meglio (le analisi del Ris non vi trovano tracce organiche); l´uomo nero non più il povero benzinaio cingalese Kelum De Silva, ma un misterioso figuro che attende le sue piccole vittime «in una fortezza».

In verità, nel corso dell´incidente probatorio, almeno tre bambine cominciano a dire anche dell´altro. Racconta la prima, nei cui capelli le visite specialistiche hanno trovato tracce di benzodiazepine (e, dunque, ritenuta la più probabile vittima di abuso), come sia nata la storia delle «maestre cattive». Chiede il gip: «Perché erano cattive?». «Non lo so. A me non hanno fatto niente». «E allora perché sono cattive?». «Me lo ha detto mamma, perché gli altri amichetti le dicevano che mi hanno portato anche a casa della bidella». Racconta la seconda, che della prima è cugina: «A me fortunatamente non è successo nulla. A me lo ha raccontato la mamma. Ho visto le cose al telegiornale. Ho visto la casa delle maestre». Racconta una terza: «Sì, uscivamo con il pulmino da scuola. Ma siamo andati al teatro Palatino a fare una recita».

Quei quindici mesi serviti a rianimare il fantasma dell’orco

Il pm di queste voci non si cura. Chiede che i carabinieri vengano a capo della «fortezza» degli orchi e, per diciassette volte, senza esito, vengono perquisiti altrettanti appartamenti, case di campagna “compatibili” con i ricordi dei bambini. Fino al luglio scorso. L´indagine ha compiuto i due anni. Non sono consentite altre proroghe. Ed è proprio allora che salta fuori un nuovo casale. È una costruzione abbandonata, con un legittimo proprietario (per altro non legato da alcun rapporto con gli indagati), dove i carabinieri, con una procedura quantomeno singolare per dei minori tra i 4 e i 5 anni, accompagnano alcuni dei bambini, trasformandoli in protagonisti del “riconoscimento”. «È il luogo», concludono. Vengono sequestrati dei piatti, dei palloni, una Barbie. Non sono più possibili perizie (l´indagine è chiusa). Ma «il fatto nuovo c´è». La Procura può tirare dritto. La storia può ricominciare.

I misteri della scuola di Rignano Flaminio, tutti gli interventi dei nostri lettori

(La Repubblica 07 gennaio 2009)
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