Botte e abusi alla figlioletta per anni:Sessantenne condannato a 7 anni

di Wildgreta

Il giornalista dell’articolo che segue definisce “dura” la sentenza  che ha condannato un padre religiosissimo di Grosseto che per anni ha picchiato la sua bambina. Da quando aveva cinque anni agli 11. Per aver distrutto una bambina, è difficile definire dura una condanna a sette anni. Comunque, questo padre modello, ha dato la colpa della tensione in famiglia ai cattivi rapporti con la moglie e, nelle dichiarazioni spontanee, è apparso che la violenza in casa era la normalità. Forse l’uomo “avrebbe male interpretato il suo ruolo di padre” e, aggiungo io, anche quello di cristiano.

Botte e abusi alla figlioletta:Sessantenne condannato a 7 anni

Il tribunale collegiale ha emesso una dura sentenza di condanna per un sessantenne residente nella zona nord della provincia, accusato di maltrattamenti in famiglia e atti sessuali sulla figlia. La vittima è una bambina che dall’età di cinque anni, e per tutti i sei successivi, ha vissuto l’incubo di un padre padrone che la picchiava

Grosseto, 4 novembre 2008 – Sette anni, questo il verdetto del tribunale collegiale, che ha emesso una dura sentenza di condanna per un sessantenne residente nella zona nord della provincia, accusato di maltrattamenti in famiglia e atti sessuali sulla figlia. Ancora una volta al palazzo di giustizia grossetano è stata ripercorsa una storia di umiliazioni e offese, la cui vittima è una bambina che dall’età di cinque anni, e per tutti i sei successivi, ha vissuto l’incubo di un padre padrone che la picchiava. Ancora una volta una storia che racconta le profondità di una provincia che ogni volta si ricorda di non conoscersi del tutto. Questa storia comincia nel 1997, secondo quanto ripercorso di fronte ai giudici. Con le prime botte, subite dalla bambina, che al tempo aveva appena cinque anni.

La più piccola di quattro fratelli, nati dal rapporto di due coniugi residenti nella zona nord della nostra provincia. Lui è una persona profondamente religiosa, che ha sempre impostato la vita della sua famiglia in modo estremamente tradizionale. Una personalità che è emersa, in udienza, anche nelle dichiarazioni spontanee che ha rilasciato, prima che il suo difensore procedesse all’arringa, di fronte al tribunale in composizione collegiale. La sua versione dei fatti, in base alla quale quella situazione era venuta a crearsi a causa della moglie, dei suoi comportamenti. Un rapporto logorato nel tempo, oggi concluso con il divorzio, passato attraverso una separazione drammatica. Le accuse di maltrattamento in famiglia si riferiscono a più episodi, di cui le vittime sarebbero state la stessa moglie e due delle figlie, la più piccola e una sorella più grande di quattordici anni, che oggi è sposata. Lesioni gravi, calci, botte. La più piccola picchiata con la cintura e sbattuta contro l’armadio. Maltrattamenti proseguiti fino all’ottobre del 2002.

Mentre risalgono all’estate del 2003 i due episodi che hanno configurato l’articolo 609 quater del codice penale: atti sessuali su minore. Il padre ha toccato la figlia più piccola, al seno e a una coscia, l’ha palpeggiata in due diverse occasioni. Al tempo aveva undici anni. Un terzo capo di imputazione riguardava appunto le lesioni, ma per questo il collegio giudicante ha deciso per il non doversi procedere, perché escluse le aggravanti il reato è caduto in prescrizione. La bambina è stata sentita durante l’incidente probatorio. Nel corso del procedimento penale sono stati sentiti anche i fratelli, la sorella, nipoti, parenti. Un contesto familiare che è stato ricostruito di fronte al collegio, mettendo in evidenza la normalità con la quale si svolgeva il comportamento violento del genitore, nato forse da un’interpretazione distorta del proprio ruolo di padre.

Il difensore, l’avvocato Jurij Di Massa, aveva chiesto di sentire di nuovo la bambina durante l’udienza, in un momento successivo all’incidente probatorio, ma i giudici non hanno accordato la richiesta. Il difensore potrebbe tornare a proporlo, in sede di appello, ma soltanto in un secondo momento, quando i giudici avranno depositato le motivazioni di una sentenza di condanna senza dubbio molto dura. Sette anni, oltre alle pene accessorie, ovvero l’interdizione per sempre da uffici di curatela e tutela, la perdita della patria potestà, l’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici. Il condono della pena, in questo caso, si è limitato a sei mesi.

La Nazione 3 dicembre 2008 Riccardo Bruni

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