Un libro sull’omicidio di Meredith, “Amanda e gli altri”

(Meredith Kercher)

Anticipazione da Corriere magazine: un nuovo libro svela i lati oscuri degli imputati
Il delitto di Perugia e i segreti di Amanda
Le notti brave. Le sbronze. Le riflessioni dal carcere. Gli sfoghi di Raffaele Sollecito e la fuga di Rudy Guede.

Fiorenza Sarzanini per il Magazine

Si intitola “Amanda e gli altri – vite perdute intorno al delitto di Perugia” (Bompiani, pp.188, euro 12) il libro di Fiorenza Sarzanini, cronista giudiziaria del Corriere della Sera, che ricostruisce il giallo del delitto di Meredith Kercher attraverso le principali persone che ne sono state coinvolte. Il volume contiene pagine inedite di diari personali, stralci da blog, dichiarazioni mai lette. Eccone alcune in esclusiva per il Corriere Magazine:

IL DIARIO DI “VISO D’ANGELO”
Quando ti hanno arrestato, nella tua borsa hanno trovato tre blocchi. Sono il tuo diario. Non lo ha mai letto nessuno. Contiene i tuoi pensieri più segreti, le tue riflessioni, le tue fantasie.
“Quaderno di colore verde chiaro”, è specificato nel rapporto di polizia che elenca gli atti sequestrati. Parte dal 6 agosto 2007, prima del tuo arrivo a Perugia, prima che cominciassero questi due mesi che a ripercorrerli adesso sembrano più intensi di una vita intera. Sono pagine fitte di appunti che servono a ricostruire la tua personalità complessa, i tuoi desideri, i tuoi vizi. Alcool, sesso.
C’è il racconto di alcuni giorni trascorsi in campeggio con la tua famiglia, vacanze apparentemente normali che comunque non ti impediscono di lasciarti andare.

Ovviamente Chris mi sta facendo innervosire perché è uno stronzo e quindi sono dovuta andare via. Dopo mi sono scusata con mamma per essermene andata via mentre stavano montando la tenda, ma non intendo rimanere a farmi sentir dire che sono una ottusa ritardata mentale… Quando sono responsabile di ciò che mi circonda (quando ho l’autorità di mamma) non scarico la mia frustrazione sulle persone che amo di più. Così ieri mi sono un po’ ubriacata e ho chiamato sia Seliber che Dj. Non vedo l’ora di vederli entrambi. Sono i miei “ragazzi”. Li amo. Ciò che veramente dovrei fare è studiare visto che c’è ancora un po’ di luce. Ho tentato la notte scorsa ma mi sono fermata presto perché vorrei evitare il più possibile il peso degli occhiali. Ed ero stanca. Ed ero ubriaca. Vado avanti e indietro ubriaca. È divertente, ma ci sono modi migliori per divertirsi che non sono pericolosi per la propria salute fisica ed emotiva…
Le ultime pagine le hai scritte dopo l’omicidio di Meredith. Una, appena arrivata in questura, dopo il ritrovamento del suo cadavere.

E così sono alla stazione di polizia in questo momento, dopo una lunga giornata passata a raccontare come io sia stata la prima persona ad arrivare a casa e a trovare la mia compagna morta. La cosa strana è che tutto ciò che voglio fare in questo momento è scrivere una canzone su questo. Sarebbe la prima canzone che io abbia scritto e parlerebbe di qualcuno che è morto in modo orribile e per nessun motivo. Quanto è morboso tutto ciò? Sto morendo di fame. E vorrei tanto dire che potrei uccidere per una pizza, ma è solo che non sembra giusto. Laura e Filomena sono piuttosto sconvolte. Anche Raffaele. Io sono arrabbiata. All’inizio ero spaventata, poi triste, poi confusa, poi incazzata nera e ora… non so. Non riesco proprio a concentrami con la mente. Non ho visto il suo corpo e non ho visto il suo sangue perciò è quasi come se non fosse successo. Ma è successo, proprio nella camera accanto alla mia. Il sangue era nel bagno che ho usato per farmi la doccia oggi. La porta di casa era aperta a causa del vento e io ora sono senza una casa, senza più una persona che era parte della mia vita e non so che cosa fare o pensare.

È un diario nuovo. Scandisce le tue giornate. Ti aiuta a sopravvivere. Hai cominciato a scriverlo l’8 novembre, due giorni dopo l’arresto “perché voglio ricordare”. E poi hai continuato:

Voglio ricordare perché questa è un’esperienza che tante persone non avranno mai. Non sto dicendo che sia felice che tutto ciò che è successo sia successo. Se fosse stato per me la mia amica non sarebbe mai stata uccisa e noi tutti vivremmo ancora insieme a casa nostra. Noi stavamo proprio bene insieme. Noi tutte avevamo il nostro ruolo in casa. Ammiravo Laura. È una donna forte e dalle molteplici opinioni, che suona la chitarra e sente la musica. Filomena è sicuramente la più amata, credo perché canta ed è assai divertente. Dà consigli a tutti ed è sempre felice.
Meredith era la più studiosa e anche lei andava fuori con i suoi amici in discoteca e a cena. Era molto intelligente e con me è sempre stata una buona amica. Mi ha dato consigli e mi ha protetto quando mi sono trovata in situazioni difficili. Era la più solitaria di tutte noi, ma soltanto perché a casa amava stare in pace per leggere i suoi gialli, ma allo stesso tempo si univa a noi per guardare sciocchi programmi in TV insieme. E poi c’ero io, la più piccola. Giovane, ma anche molto particolare.

IL BLOG DI RAFFAELE
La richiesta per tornare all’ONAOSI, il collegio riservato ai figli dei medici dove hai sempre vissuto a Perugia, è stata presentata in ritardo, quando i posti erano finiti. Allora hai cercato una casa in affitto, ti sei organizzato per vivere da solo. Avere un appartamento tutto per sé è una conquista, ma a leggere il tuo blog, con i ricordi che hai trasformato di fatto in un racconto, sembri quasi dispiaciuto

La verità è che non ti accorgi mai dell’importanza di una cosa fino a quando non la perdi. Il collegio lo vedevo come un posto dove castrano la gente. In effetti un posto dove ci sono 350 maschi e non puoi fare entrare nessuno sembra fatto apposta per tenere a freno gli istinti. Ma c’è qualcosa in più in effetti perché ti lavano e ti stirano la roba, ti garantiscono quattro pasti giornalieri, infermeria, biblioteca, sala computer, sala musica, cappella che non mi interessa affatto ma per essere una specie di chiesa è carina. In effetti ti metti lì a studiare, a seguire le lezioni, di che cosa ti devi preoccupare? Risposta: del rettore. Dannatamente rompipalle, i rettori che si alternano nei collegi sono delle spine nei coglioni. Sì mi sto sfogando, ma è la verità. Ti dicono sempre: “Sposta l’auto, qui non può stare! Non puoi tenere tanta roba in camera tua! Non hai messo la firma prima di uscire!” Questo è dovuto ovviamente alla difficile amministrazione, ma tutto crea un’atmosfera di insofferenza che si traduce in odio cosciente e perpetuo. Ogni volta che dalla segreteria ti dicono “sposta la macchina” oppure “il tuo amico deve presentare un documento per entrare negli studioli” e tanti altri esempi, il tuo petto si gonfia di bestemmie come un pallone aerostatico e appena sei fuori dal raggio di ricezione del personale di portineria inveisci cantando una lunga preghiera di cataclismi e apocalissi che coinvolgono tutti i dipendenti, il rettore e i capi fino a raggiungere il Sacro romano impero… Alla fine penso che stando nel collegio riesci meglio a inquadrare i tuoi obiettivi e a raggiungere prima la laurea (non hai molto altro a cui pensare). Tutto ciò è positivo fino a che cominci ad andare di testa e a cercare una valvola per respirare, quindi prima o poi ti trovi in un bivio che ti costringe a scegliere come successe a me: “Continuo fino alla sfinimento o progetto Erasmus?”

IL RACCONTO DI RUDY
La tua fuga comincia due giorni dopo. Ti senti braccato anche se nessuno ti sta cercando. Nessuno sa che eri lì con lei, che piccole tracce del suo sangue sono ancora sul tuo corpo

In quel momento ero confuso, ero proprio impallato. Potevo arrivare a Trieste, andare a Napoli. Ho preso il treno da Perugia e sono arrivato a Firenze Santa Maria. Avevo la carta d’identità, il passaporto no perché ero in attesa di fare il rinnovo del permesso di soggiorno. Avevo 50 euro. Ho pagato l’Eurostar per andare a Bologna, ma la mia intenzione era arrivare a Milano perché c’ho degli amici, oppure a Lecco dove c’è mia zia e così avevo qualcuno con cui parlare. Però quando sono arrivato a Modena mi ha fermato il controllore, mi ha chiesto il biglietto, ha visto che era Bologna e allora mi ha fatto scendere perché l’avevamo superata. Allora ho aspettato l’altro treno per Milano e sono arrivato che era circa mezzanotte. Quello per Lecco passava alle 5 di mattina, ma io non sono tipo da aspettare e allora sono andato in questo posto che si chiama Sol to sol. Ci sono rimasto tutta la notte e quando il locale ha chiuso ho camminato a piedi fino alla stazione centrale. C’erano dei poliziotti e ho avuto una colluttazione. Non so perché l’ho fatto. Sono diventato aggressivo, forse volevo farmi fermare. Invece non è successo niente e sono andato verso i binari. Ho preso il primo treno che passava. Ho fatto Trento, il Brennero, l’Austria. Alla frontiera mi hanno fermato. Mi hanno fatto una perquisizione, mi hanno preso le impronte e poi mi hanno rilasciato anche se non avevo il permesso. Non sapevo che cosa fare, poi mi si è avvicinato un ragazzo nero che andava in Germania e mi ha chiesto se volevo viaggiare con lui. Quando sono arrivato a Monaco sono stato fermato di nuovo da un poliziotto. Mi ha portato alla ferroviaria, mi hanno fatto la copia di tutti i documenti e mi ha detto che entro mezzanotte dovevo rientrare in Italia. Quando sono uscito ho incontrato un gruppo di neri, gli ho detto che non avevo soldi e loro mi hanno portato in un centro della Caritas. Ho conosciuto un altro ragazzo e ho cominciato a stare con lui. Poi gli ho raccontato la verità. Gli ho detto che una ragazza è stata uccisa, gli ho confidato che io ero lì con lei e che sono scappato perché ho avuto paura. Ma gli ho giurato che non sono io l’assassino.

Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera 24 novembre 2008(ultima modifica: 26 novembre 2008)

 Il delitto di perugia
Dalla villetta al tribunale:anatomia di un mistero
La scoperta del corpo. Gli interrogatori. Gli indizi. Uno dei gialli più intricati degli ultimi anni

Amanda e Raffaele
L’immagine che forse rimarrà a simbolo del delitto di Perugia è un’immagine dolce e d’amore. Così stridente rispetto allo scenario da Halloween e vampiri che gli fa da sfondo: quella di due giovani dall’aria indifesa e pulita che si guardano negli occhi, si sfiorano, si baciano come in un nuovo Notorius, mentre a pochi metri da loro gli agenti di polizia cercano di fare luce sulla morte di una ragazza di nome Meredith uccisa la sera prima nella sua camera da letto con una coltellata alla gola. Una loro amica. Amanda e Raffaele, così si chiamano, sono sospettati di averla ammazzata durante una violenza sessuale con Rudy, un ragazzo ivoriano che per quel delitto è appena stato condannato a 30 anni. Loro adesso sono in galera e non si baciano più. E il prossimo 4 dicembre saliranno sul banco degli imputati per essere giudicati. Allora si potrà finalmente sapere se dietro a quell’immagine si nascondeva davvero una coppia di innamorati alla Peynet o solo una coppia diabolica. E assassina.

L’ORRORE ENTRA NELLA VILLETTA
Ma facciamo un passo indietro e cominciamo dall’inizio. Il giallo comincia alle 13 del 2 novembre 2007 quando in una villetta a 200 metri dal centro storico di Perugia viene rinvenuto il cadavere di una studentessa inglese di 22 anni, Meredith Kercher, detta Mez, che si è trasferita a Perugia grazie al progetto Erasmus per imparare l’italiano. Sul luogo ci sono alcuni agenti della polizia postale arrivati lì per restituire alla ragazza i suoi cellulari che un vicino di casa ha ritrovato nel proprio giardino la mattina stessa. Ma sono presenti anche i carabinieri, avvertiti poco prima da Amanda Knox, 20 anni, studentessa americana, una delle ragazze con cui Meredith divideva la casa, e dal suo fidanzato, Raffaele Sollecito, pugliese, 24 anni, laureando in ingegneria, che abita però da un’altra parte. I due, insospettiti da alcune macchie di sangue in bagno, dalla casa in disordine, da un vetro della finestra sfondato, ma soprattutto dalla porta della stanza di Mez chiusa a chiave, dopo aver cercato invano di forzare la serratura e di entrare dalla finestra decidono di chiamare il 112.

La stanza sembra il set di un film dell’orrore. Ci sono schizzi di sangue sul pavimento, sulle ante dei mobili, sui muri. E a terra, da sotto un piumone beige, spunta un piede (sinistro) nudo. Quel piede appartiene proprio a Meredith, che giace con gli occhi sbarrati, la testa girata verso sinistra, le gambe allargate e gli indumenti sollevati a scoprire il seno. Ha una lunga, profonda ferita al collo che qualcuno le ha inferto cercando poi di inscenare un furto (anche se, a parte la sparizione di circa 300 euro da un suo cassetto, non manca nulla di rilevante). La prima impressione è quella di un omicidio a sfondo sessuale, ma il timore è che non sarà facile stabilire la dinamica dell’accaduto. Si comincia ascoltando amici e compagni di università, primi fra tutti coloro che dividevano la casa con la vittima: le tre ragazze – Filomena, Laura e Amanda – che vivevano al suo piano, e i quattro ragazzi italiani che occupavano il piano di sotto, tra cui Giacomo Silenzi, che da tre settimane aveva una relazione con Meredith. Tutti hanno alibi di ferro, ma fin dai primi colloqui appare chiaro che sarà Amanda, una ragazza sensuale e disinibita, dal «viso d’angelo» dolce e impenetrabile, un po’ da bambina e un po’ da mangiatrice di uomini, a rivestire un ruolo centrale nell’inchiesta. Gli inquirenti pensano che sappia più di ciò che dice, e che dietro alle sue parole («Sono stata da Raffaele tutta la notte») e di quelle del suo fidanzato («Siamo sempre stati insieme») si nascondano altre verità.

LE PRIME RITRATTAZIONI
Dopo qualche giorno, infatti, entrambi cambiano versione. Lui fa crollare l’alibi di lei («Ero a casa da solo, Amanda è arrivata da me verso l’una»), e lei ammette che la notte del 1° novembre si trovava nella casa del delitto. Coinvolgendo a sorpresa un’altra persona: Lumumba Diya, detto Patrick, africano di 38 anni, che gestisce a Perugia il pub Le Chic dove Amanda lavora due giorni la settimana. Racconta che quella sera Patrick si era appartato con Meredith e che lei era rimasta in cucina. Finché a un certo punto aveva sentito delle urla e, spaventata, si era messa le mani alle orecchie per non sentire.

È così che il 6 novembre 2007 i tre vengono arrestati con l’accusa di concorso in omicidio volontario e violenza sessuale. Per tutti è stato Lumumba a uccidere Meredith e continuerebbe a essere così se una settimana dopo l’arresto un professore svizzero, Romano Mero, non lo sollevasse da ogni sospetto affermando che all’ora della morte di Meredith (fissata intorno alle 22) lui era nel suo pub.

Patrick esce così dall’inchiesta – anche se lascia il carcere solo il 20 novembre – e vi entra un altro straniero: Rudy Hermann Guede, 21 anni, detto Byron. Su di lui pesano gravi indizi, a cominciare dall’impronta del palmo della sua mano impressa sul cuscino macchiato del sangue della vittima, e le sue feci nel water. Grazie a un amico che si mette in contatto con lui via chat, Guede viene rintracciato in Germania, dove è scappato il giorno dopo il delitto, e successivamente estradato in Italia. All’inizio sostiene di non entrarci nulla con il delitto e di non essere mai stato in quella casa, poi ammette che invece c’era. Si trovava in bagno quando, spaventato da alcune urla, era uscito imbattendosi in un giovane italiano «poco più basso di me con i capelli castano scuri» che stava aggredendo Meredith. Quest’uomo, che lui non conosceva, era fuggito dopo averle dato una coltellata. Guede allora l’aveva soccorsa, ma vedendo che non c’era più nulla da fare aveva avuto paura ed era scappato.

IL PM: SONO LORO I COLPEVOLI
Da questo momento in poi – sono passati appena venti giorni dal giorno del delitto – i tre, rinchiusi nel carcere di Perugia, cominciano a cambiare versione continuamente: aggiungono nuovi elementi, scrivono memoriali, smentiscono le loro stesse dichiarazioni, in un gioco delle parti – per dirla con l’accusa – che va avanti mesi. Nonostante ciascuno sia concentrato a costruire con ogni mezzo la “propria” estraneità al delitto – Amanda Knox che esalta lo splendido rapporto d’amicizia con Meredith nonostante più di un’amica affermi il contrario; Raffaele Sollecito che ribadisce fermamente la sua assenza dalla casa del delitto; e Rudy Hermann Guede che arriva addirittura a costruirsi un flirt con la vittima – man mano che il tempo passa tutti e tre gli imputati appaiono ormai l’uno contro l’altro, cosa che avvantaggia l’accusa, sempre più convinta che i tre mentano. Lo dimostrano i rilievi scientifici che, secondo il pm Giuliano Mignini, dimostrerebbero la loro presenza sul luogo del delitto: le tracce del dna di Meredith e di quello di Amanda rispettivamente sulla punta e sul manico del coltello trovato a casa di Sollecito, e il sangue misto delle due ragazze nel lavandino e nel bidet; l’orma della scarpa lasciata nel sangue della vittima compatibile con quella di un paio di Nike di Sollecito e il suo dna sul gancetto del reggiseno; il cromosoma “y” di Rudy nel tampone vaginale di Meredith, segno quella sera che ebbe un rapporto sessuale con lei. Forti indizi, se non propriamente prove, sulla base dei quali nel dicembre 2007 il Tribunale del Riesame nega a tutti e tre gli arresti domiciliari e danno all’accusa una possibile ricostruzione dell’accaduto: «Meredith è inginocchiata davanti all’armadio. Rudy le tiene immobilizzato il braccio sinistro mentre cerca di violentarla. Raffaele la immobilizza dall’altra parte. Amanda è di fronte a lei e la punzecchia col coltello. Meredith tenta di sfuggire alla presa e di respingere con la mano destra la lama. Raffaele le stringe il braccio destro per bloccarla. Ma la situazione precipita e Amanda le affonda la lama nel collo».

È così che il 28 ottobre scorso, a quasi un anno dal delitto, Rudy Guede, l’unico dei tre ad aver chiesto il rito abbreviato, viene condannato 30 anni, mentre Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono rinviati a giudizio. Le udienze del processo cominceranno il prossimo 4 dicembre. Ma per la sentenza definitiva si dovrà attendere almeno due anni, quando la Cassazione metterà (forse) la parola fine a uno dei casi più intricati degli ultimi anni.

Lorenzo Viganò
Corriere dela Sera 24 novembre 2008(ultima modifica: 26 novembre 2008)

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