l Ris smonta la difesa «L’ha trascinata da solo e lei era ancora viva»

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MILANO – L’ha trascinata sul pavimento, lei era ancora viva. Ha reagito, ha stretto i pugni, mentre l’assassino la portava verso le scale. Così, in un dossier consegnato alla Procura pochi giorni fa, i carabinieri del Ris di Parma ricostruiscono il delitto di Chiara Poggi. Con una certezza: l’assassino era solo, contro di lui ci sono prove sufficienti per mandarlo davanti alla Corte d’assise: dalle scarpe, alle tracce di sangue sui muri, sulle porte, sulla bici.In dodici pagine, il colonnello Luciano Garofano smonta la difesa di Stasi e conferma i «gravi indizi» raccolti in quattordici mesi di indagini dal pubblico ministero di Vigevano Rosa Muscio. Non solo. La relazione del Ris attacca i consulenti tecnici di Stasi, primo fra tutti il professor Francesco Maria Avato: «La ricostruzione dei consulenti può disorientare la serena valutazione del pm prima e del giudice poi».

La presenza di due persone
È stato il colpo di scena della relazione di Avato: in due sul luogo del delitto e l’ipotesi che il cadavere sia stato spostato (dal salotto alle scale della cantina dov’è stato trovato) da «una persona che sosteneva gli arti inferiori e l’altra che provvedeva a sollevare il tronco». Le strisce di sangue per terra, deduceva Avato, sarebbero il segno lasciato dal dorso delle mani di Chiara, ormai senza vita. Impossibile, ribattono i Ris. Per più di un motivo. La morfologia delle due strie di sangue mostra che Chiara è stata trascinata, non sollevata, «verosimilmente attraverso la presa dagli arti inferiori». E quei segni sono lasciati dai polpastrelli di lei mentre strisciano sul pavimento: «Non possono che essere generate con la parte inferiore delle mani imbrattate di sangue».

Il dettaglio finora sconosciuto sta nel passaggio successivo: «la morfologia delle due tracce – scrive il colonnello Garofano – raffigura senza tema di smentita l’immagine di due mani che si contraggono». E ancora: «È una contrazione quasi all’unisono di entrambe le mani, indicativa di una reattività della vittima». Era Chiara che stringeva le mani insanguinate nel suo ultimo sussulto. Chiara che respirava ancora quando è stata buttata giù dalle scale.

Le impronte delle scarpe
Il punto forse più discusso di tutta l’inchiesta. Poteva Alberto passare per il salotto e il corridoio cosparsi di tante macchie di sangue senza sporcarsi le scarpe che ha consegnato poi ai carabinieri? I suoi consulenti dicono che il motivo è semplice: le scarpe erano idrorepellenti. Il Ris definisce questo argomento come «un disperato tentativo » di difesa. E annuncia tre esperimenti «condotti con scarpe nuove e quindi ancora più idrofughe di quelle indossate dallo Stasi»: un carabiniere ha calpestato sangue su una scena del delitto simile a quella di Garlasco, ci ha poi camminato per tutto il giorno e alla fine le sue scarpe «hanno dimostrato di catturare e trattenere materiale ematico anche a seguito di fugaci contatti col pavimento ». E poi ci sono le impronte (una molto netta) di una calzatura nel sangue di Chiara. Per il pm la misura è compatibile con il piede di Alberto, la difesa è convinta che appartenga a un piede più piccolo. Ma al di là di questo il Ris mette in luce che quelle impronte «sono tutte riferibili a un’unica tipologia di suola». Un modo per ribadire che in casa c’era una e non due persone.

Il sangue
Fu il dettaglio che convinse il pubblico ministero a chiedere il fermo di Alberto (scarcerato dal gip dopo quattro giorni): una traccia microscopica di sangue sul pedale della sua bicicletta dal quale fu estratto il dna di Chiara e che per i Ris è «ragionevolmente attribuibile al sangue della vittima». I consulenti della difesa hanno sempre sostenuto che invece quella macchia non è sangue ma materiale biologico di Chiara legato alla «manipolazione» dell’oggetto. Sudore, suggerivano le loro parole. Il Ris si dilunga su considerazioni iper-tecniche per concludere che quella del sangue «è l’unica ipotesi scientificamente sostenibile». E scrive: pur volendo considerare la manipolazione «non si spiega» come mai non è stato ottenuto il profilo genetico «dai prelievi sulle altre parti della bicicletta: il manubrio, la canna, la sella ma soprattutto le manopole ».

Le tracce vicino alla porta
I consulenti tecnici di Alberto definiscono alcune macchie di sangue «come da gocciolatura»: sono quelle sullo stipite e sul muro accanto alla porta che si apre sulle scale della cantina, dov’era il cadavere. I Ris disegnano tutt’un altro scenario: nessuna gocciolatura, piuttosto «goccioline che si sono staccate da un oggetto insanguinato fornito di manico, cioè l’arma del delitto» che colpiva Chiara. Quell’arma non è mai stata trovata.

Giusi Fasano
Corriere della Sera 04 novembre 2008

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