Chicago nella bufera, arriva il liceo per gay, lesbiche e trans

I sostenitori del progetto: “Difenderà i giovani omosessuali dalla violenza dei compagni”. Ma c’è chi teme che la scuola diventi un ghetto

E.L.

Se i ragazzi e le ragazze omosessuali, presi di mira dai compagni, abbandonano gli studi molto più di frequente dei loro coetanei eterosessuali, bisogna che la scuola sia fatta a loro misura.
Ma per le autorità scolastiche di Chicago, ciò non significa varare nuovi progetti per l’integrazione di questi studenti nei licei esistenti: la Windy City punta a creare una “scuola gay”, un istituto dove quello che altrove è considerato strano e diverso diventi la normalità.

Il progetto della “School for Social Justice – Pride Campus” potrebbe diventare realtà nell’autunno 2009 o 2010, se il Comitato locale per l’istruzione darà il proprio voto favorevole nell’incontro del 22 ottobre prossimo. Una riunione che si preannuncia infuocata: se i sostenitori del progetto ritengono che il nuovo liceo creerà un ambiente più sereno e sicuro per i giovani omosessuali, i detrattori si chiedono se invece non diventerà un ghetto, dove iscriversi sarà fonte di vergogna e di ansia in famiglia. “Vogliamo creare nuove possibilità per quelle comunità che, tradizionalmente, godono di minori attenzioni”, spiega Arne Duncan, preside e membro del comitato, “Se si guarda ai dati nazionali, è evidente che il tasso di abbandono degli studi è più alto fra gay e lesbiche. Penso che ci siano lacune che possiamo riempire”.

Chad Weiden, 29 anni, candidato a diventare preside del nuovo istituto, conferma: la vita di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali nelle scuole è a volte così dura da sfociare non solo nell’abbandono degli studi, ma nell’alcolismo, nella dipendenza da stupefacenti e, nei casi più difficili, anche nel suicidio. “I miei compagni si prendevano gioco di me e gli insegnanti facevano finta di non vedere”, ricorda Weiden, “Avevo paura di prendere lo scuolabus al mattino. Spesso pranzavo rinchiuso nei bagni: erano il solo luogo dove mi sentissi al sicuro”.
Le cifre peraltro parlano chiaro: una ricerca, presentata dalla Rete per l’istruzione di gay e lesbiche, rivela che su 6000 studenti omosessuali intervistati a livello nazionale, quasi il 90% è stato vittima di violenze verbali e fisiche a scuola e circa il 61% non si sente sicuro quando è in classe.

Il Pride Campus, spiega l’aspirante preside, promette di cancellare questo clima di violenza e insicurezza, ma per il resto sarà in tutto e per tutto simile a qualsiasi altra scuola pubblica di Chicago: quattro anni di lezioni di inglese e matematica, tre anni di scienze e lingue straniere e corsi di storia, arte, educazione fisica. L’unica differenza starà nella particolare attenzione che verrà riservata a temi come l’identità sociale e sessuale nella storia e nella letteratura e nel numero di allievi, che verrà limitato a 600 per garantire un ambiente in cui gli studenti siano seguiti in modo particolarmente attento e costante.

Soprattutto, sottolinea Widen, la scuola non si presenterà in alcun modo come “il liceo gay”: sarà aperta a tutti, senza distinzioni, e al momento dell’iscrizione ai ragazzi non verrà chiesto assolutamente nulla riguardo la loro identità sessuale. Con questa politica i sostenitori del nuovo istituto vogliono rispondere a chi teme che la “School of Social Justice” si trasformi in uno spazio di segregazione e che la sua creazione sia un modo facile per evitare il bullismo senza intervenire in tutte le scuole: “Non sarà una scuola gay: qualsiasi studente può scegliere di venire qui”, assicura Widen, “Semplicemente in questo liceo ragazzi e ragazze omosessuali saranno certi di trovare degli alleati, gente capace di accettare e apprezzare la diversità”.

Quello di Chicago non è un esperimento del tutto nuovo: una scuola simile esiste a New York dal 2003. Intitolata al politico e leader del movimento di liberazione omosessuale di San Francisco Harvey Milk, il liceo conta oggi circa 100 studenti.

+ Leggi l’intervista a Chad Weiden sul Chicago Tribune
+ Finestra sull’America, di Maurizio Molinari
La Stampa 10 ottobre 2008

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