Violentò la figliastra: dodici anni di carcere

La donna ora rischia il concorso nel reato per omessa tutela della figlia
La 14enne subì ripetute sevizie per anni. La madre sapeva, ma non aveva mai denunciato il marito

SALVATORE DE NAPOLI Roccapiemonte. Condannato a 12 anni di reclusione per avere ripetutamente violentato per quattordici anni la figliastra. Una vicenda da brividi quella su cui si è dovuta esprimere il giudice dell’udienza preliminare Donatella Mancini del tribunale di Nocera Inferiore. Una dramma talmente crudo che ha segnato anche i magistrati e l’avvocato della difesa all’uscita dall’udienza preliminare. La decisione del Gup ha portato alla luce anche un altro aspetto tragico di questa vicenda: la mamma della ragazza sapeva tutto e non ha mai denunciato il marito e per questo il giudice ha pensato che potesse aver concorso nel reato di violenza carnale per omessa tutela della figlia. L’inchiesta del pm Roberto Lenza ha ricostruito una storia incredibile. Un uomo sposa una ragazza, madre di una figlia avuta da una precedente relazione. Quasi da subito, appena iniziata la convivenza con la donna e la figlia, il patrigno ha riversato le sue morbose attenzioni sulla bambina fino a diventare violenze sessuali perpetuate anche quotidianamente e che dureranno 14 anni. Di tanto in tanto il patrigno faceva dei regalini alla ragazza per cercare di tenerla buona. La vittima, però, non voleva sottostare alle attenzioni del patrigno, a quelle violenze che scavavano un solco profondo nella sua anima. In più occasioni la ragazza si era rivolta alla madre per chiedere un aiuto che non ha trovato. La vittima urlava, urlava quando il padre abusava di lei ma la madre non ha fatto nulla di concreto per evitare che queste nefandezze continuassero. La paura della pubblica opinione, il timore di vedere il proprio uomo finire in carcere, la speranza che le violenze potessero finire: chissà quali saranno stati i fattori che hanno frenato quella mamma nel denunciare il marito orco. Poi un giorno la ragazza ha trovato il coraggio di raccontare ai carabinieri quanto le accadeva e i militari arresteranno il patrigno mentre, con la promessa di darle qualcosa di soldi (qualche decina di euro), cercava di rabbonirla e di non farsi denunciare. La necessità di non far risalire all’identità della vittima non permette di dilungarsi in altri particolari agghiaccianti di questa vicenda che a raccontarla turba anche il cronista di nera più avvezzo ad affrontare tragedie varie. La pena di 12 anni inflitta è certamente pesante (il pm ne aveva chiesti 18), soprattutto se si tiene conto che a questa si giunge dopo aver decurtato un terzo da quella stabilita, avendo l’imputato chiesto il giudizio con il rito abbreviato. La pena è simile quasi a quella per un omicidio, giustamente, visto che in casi del genere a morire è l’innocenza e l’equilibrio psicologico della giovanissima vittima che mai potranno resuscitare. Al patrigno orco non sono state concesse le attenuanti generiche e proprio per vedersele riconosciute che l’imputato potrebbe presentare appello avverso la sentenza del Gup, nella speranza così di una diminuzione della pena di un altro terzo, arrivando a una condanna attorno agli otto anni di reclusione. «Vista la gravità indiziaria emergente dagli atti processuali a carico del mio assistito -afferma l’avvocato Enrico Bisogno, difensore dell’imputato- possiamo ritenere equa la decisione del giudice. Crediamo, però, che vista l’ammissione dei fatti resa dal mio assistito durante il processo, questi possa beneficiare delle attenuanti generiche nel giudizio di appello».
IlMattino 26 settembre 2008

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