GARLASCO, LO SFOGO DI ALBERTO STASI: “SE NON MI CREDESSERO SAREBBE UNA PERSECUZIONE”

Quotidiano.net
In attesa della decisione della procura, la famiglia del ragazzo è fiduciosa: “Crediamo nella giustizia”. I genitori di Chiara: “Nostra figlia merita che sia condannato chi l’ha uccisa”

GARLASCO (Pavia), 1 ottobre 2008 – «SE NON MI dovessero credere sarebbe una persecuzione». Lotta contro la tensione montante. Contro l’interesse dei media che si è riacceso e lo sta accerchiando come i primi tempi. Contro sospetti e curiosità. Da Alberto Stasi ad Alberto Stasi. Dopo più di tredici mesi rimane l’unico indagato, accusato dell’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, massacrata nella sua villetta la mattina del 13 agosto 2007.

 

C’è aria di grande slam. Annunciato e sussurrato, il pronunciamento della procura per il giovane bocconiano pare di giorno in giorno più vicino nonostante le smentite di prammatica. Una ventina di faldoni racchiudono gli atti dell’inchiesta e il destino di Stasi. «Ho la speranza – confida Alberto a chi gli è vicino – che si chiarisca tutto. Ho fiducia nella serenità dei pubblici ministeri. Se ci sarà questa serenità potranno solo archiviare».

I DIFENSORI, Angelo Giarda, cattedratico alla Cattolica di Milano, Giuseppe e Giulio Cesare Colli, glielo hanno spiegato in lunghi colloqui. Dopo una lunga strada tortuosa l’inchiesta mette Alberto davanti a un bivio senza alternative: la procura di Vigevano invierà l’avviso di chiusura delle indagini (ipotesi vista come la più probabile e scontata) per poi chiedere il rinvio a giudizio dell’indagato oppure deciderà per l’archiviazione, come richiesto dalla difesa.

«MI DISPIACEREBBE – dice Alberto – se si andasse avanti in una certa direzione. Sarebbe una persecuzione. Allora dovrei pensare che non mi avrebbero creduto neanche se fossi stato ripreso da una telecamera in casa mia, mentre qualcuno uccideva Chiara. Io voglio solo giustizia: per me e per lei. Giustizia per me vorrebbe dire, automaticamente, giustizia anche per Chiara. Si cercherebbe il vero colpevole. Una volta chiarito tutto, potrei cercare di riprendere un dialogo con i suoi genitori. Spero che mi credano. Altrimenti dovrei pensare che ce l’hanno avuta con me da subito, che non hanno guardato in nessun’altra direzione».
I giorni sono ancora più lunghi. Stasi riempie le ore affinando il suo inglese, ripassando le materie fiscali studiate in università. Le visite degli amici. Solo un’uscita la settimana.

SPERANZA. Sono i genitori, gli altri involontari protagonisti della storiaccia lomellina. La dignità di Nicola Stasi, la sua fiducia incrollabile nel figlio, ne fanno una grande figura paterna: «Aspettiamo la giustizia. L’attesa non è facile. Speriamo che si proceda alla svelta. È stato un anno da non dimenticare». Solo le pause tradiscono la sofferenza accumulata. Tempo fa dichiarava di non credere più alla giustizia. E ora? «Dipende. È la giustizia giusta che deve venire da noi».

ATTESA. Quella dei genitori di Chiara. Abbiamo imparato a conoscere Rita, la mamma, dolce e fortissima: «Leggo i giornali. Non so niente oltre a quello che leggo. Aspetto. È andata così, sarà stato il destino di Chiara. Qualunque giustizia umana non mi ridarà più Chiara». È un attimo di rassegnazione, ma subito il pensiero della figlia che le è stata strappata contro ogni logica e umanità, fa sprizzare altre parole: «Chiara ha diritto alla giustizia. Soprattutto lei. Ho fiducia. Ma mia figlia non me la ridarà nessuno».
È come se Chiara fosse stata uccisa una seconda volta, aveva detto mamma Rita quando Alberto era stato fermato e portato in carcere a Vigevano. Rita Poggi oggi non lo ripete: «L’ho detto una volta. Non lo dico più». Ma Giuseppe, il marito, ripensa a quella frase: «È vero, è così. Chi pensava a una cosa del genere. Se fosse stato lui… Non so. Vediamo. Certo che è l’unico indagato. Almeno è quello che si sa». È un uomo triste, pacato. Esamina con realismo quello che accadrà: «Non vivo uno stato d’animo particolare. Non sono giornate speciali. Oggi non è una diverso da ieri. Qualcosa sta per succedere, vederemo. Non dico ‘finalmente’ perché non è finita e non so quando finirà. Tanto Chiara non c’è più».

di Gabriele Moroni

/10/2008
Garlasco,Alberto:”Non processatemi” “Se non mi credete è persecuzione”

Giorni di attesa spasmodica per Alberto Stasi, l’unico indagato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, il 13 agosto 2007, nella sua villetta di Garlasco (Pavia). La procura sta per pronunciarsi sul neolaureato e chiederne o meno il rinvio a giudizio. Ma lui dichiara: “Se non mi dovessero credere, sarebbe una persecuzione”. E poi: “Ho fiducia nella serenità dei pubblici ministeri. Se ci sarà questa serenità potranno solo archiviare”.

Secondo fonti del “Giorno”, Alberto dice a chi gli è vicino: “Ho la speranza che si chiarisca tutto. Ho fiducia nella serenità dei pubblici ministeri. Se ci sarà questa serenità potranno solo archiviare”.

I suoi difensori, Angelo Giarda, cattedratico alla Cattolica di Milano, Giuseppe e Giulio Cesare Colli, gli hanno spiegato che al termine dell’inchiesta dei pubblici ministeri di Vigevano l’ipotesi più probabile è la chiusura delle indagini con la richiesta di rinvio a giudizio dell’indagato.

Ma lui non si rassegna: “Mi dispiacerebbe – prosegue sempre il “Giorno” – se si andasse avanti in una certa direzione. Sarebbe una persecuzione. Allora dovrei pensare che non mi avrebbero creduto neanche se fossi stato ripreso da una telecamera in casa mia, mentre qualcuno uccideva Chiara. Io voglio solo giustizia: per me e per lei. Giustizia per me vorrebbe dire, automaticamente, giustizia anche per Chiara. Si cercherebbe il vero colpevole. Una volta chiarito tutto, potrei cercare di riprendere un dialogo con i suoi genitori. Spero che mi credano. Altrimenti dovrei pensare che ce l’hanno avuta con me da subito, che non hanno guardato in nessun’altra direzione”.
TG COM 1 OTTOBRE 2008

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