Udine.Molestie da prete salesiano, parla il ragazzo: «ecco perché l’ho denunciato»

Fonte laiciforumcommunity/Il Gazzettino
«Ho fatto la denuncia perché un amico mi ha convinto ad andare dai carabinieri. Mi sono detto: devi farlo perché è giusto che non succeda ad altri». Dice così il ragazzo che a marzo scorso ha raccontato ai militari che avrebbe subìto presunti abusi sessuali quando, ancora minorenne, era ospite del Bearzi di Udine. Il giovane ha anche denunciato una persona precisa, un salesiano. Accuse pesantissime, che starà all’inchiesta avviata dalla Procura verificare. Il Bearzi fa quadrato intorno al sacerdote, ritenuto «uomo integerrimo».
http://www.gazzettino.it/VisualizzaArticol…08-9-7&Pagina=3

Ha ventisette anni, è nato in Eritrea: «Mi sono successe cose che non posso dimenticare. C’è un video con le prove»
«L’ho denunciato perché non accada più»
Parla il giovane che accusa un salesiano di molestie sessuali: «Sono sereno e non ho paura»

Lui, racconta, è «uno che vive la notte». Un’esistenza «a marengo», per usare le sue parole, «di uno che si arrangia». Vuol dire «a remengo» e si corregge, ma va bene così. Perché, nella storia che racconta, le cose che stravolgono la visione “normale” del “giusto” e “sbagliato” sono molto più pesanti di un errore lessicale.
Camicia blu, jeans, la barba di qualche giorno e due cerchietti ai lobi delle orecchie, il ragazzo che ci siede di fronte in un bar della zona vicino alla stazione è lo stesso ragazzo che a marzo scorso è andato dai carabinieri del Nucleo investigativo coordinato dal tenente Fabio Pasquariello per raccontare la sua verità: ai militari ha riferito che avrebbe subìto presunti abusi sessuali quando, ancora minorenne, era ospite della casa famiglia del Bearzi di Udine, e ha anche denunciato una persona precisa, un salesiano. Accuse pesantissime, che starà all’inchiesta avviata dalla Procura verificare. Accuse che il ragazzo ripete davanti al bloc notes del cronista.

Lui, 27 anni da compiere fra poco, ha un nome che non diremo, è «nato in Eritrea da mamma italo-etiope e papà eritreo» ma vive in Italia fin da piccolo: al Bearzi ha studiato «meccanica industriale» e ha fatto mille lavori, dal saldatore al fresatore. Ora si dice disoccupato. Ma perché ha deciso di denunciare nel 2008, fatti che – stando alle sue accuse – si sarebbero svolti fra il ’95 e il ’99? «In realtà – racconta il ragazzo – ho iniziato a parlare di quanto accadeva già all’epoca, ma nessuno mi ha ascoltato. Non ho fatto denuncia, allora. Poi, sono passati gli anni. Un amico mi ha dato una mano moralmente, mi ha capito e mi ha convinto a fare la denuncia. Mi sono detto: devi farlo perché è giusto che non succeda ad altri. Ma non l’ho fatto per vendicarmi, anche se da quel prete mi sono sentito tradito», conclude, mentre aspira una Marlboro light. Ordina «un rosso»: «Mi piace bere», dice. È un ragazzo dalla personalità complessa, direbbe uno psicologo (lui, infatti, afferma di essere stato seguito «da uno psichiatra»). Appena vede il cronista, dice di conoscere volti notissimi della tv. E sostiene di essere in procinto «di andare a Londra a brevissimo: ci sono dei media che mi hanno promesso ospitalità se racconto la mia storia». Ma potrebbe anche essere un modo per darsi importanza. Nessun problema con la legge? «Qualcosina per baruffe e basta», sostiene.

Rotto il ghiaccio, racconta: «Sono entrato nella casa famiglia del Bearzi a 13 anni – dice il giovane – perché non stavo bene con mia madre e il suo nuovo compagno. Lì dentro mi sono accadute cose che non posso dimenticare. La vicenda con il prete è durata a lungo: sia quando ero minorenne, accolto al Bearzi, sia dopo, da maggiorenne». L’inchiesta, però, verte sul periodo dal ’95 al ’99. «Quando ero al Bearzi, dopo che avevamo fatto, mi diceva: “Prendi quello che vuoi” – sostiene il ragazzo -. Di solito, prendevo diecimila lire, cose così. Il sabato e la domenica io non tornavo a casa. E, nel weekend, la sera, lui arrivava. Una volta, c’era la sagra al Bearzi, ero in uno stand e ho preso qualche soldo in anticipo. Tanto sapevo la sera cosa mi aspettava». «Una volta uscito dal Bearzi, a 18 anni – prosegue la denuncia del ragazzo -, ho continuato ad avere questi rapporti con lui perché mi stava comodo per i soldi. Io mi vendevo e lui mi comprava. Quando mi mancava il denaro per pagare l’affitto, passavo da lui. È proseguita fino a quest’anno. L’ultima volta, è venuto a prendermi in stazione: c’è un testimone. Abbiamo fatto. Poi, però diceva di non trovare più una busta con dei soldi. Ma io non l’ho presa», sostiene il ragazzo.

L’accusatore che, con la sua denuncia, ha aperto l’inchiesta, sostiene anche di sapere dell’esistenza di «un dvd con delle prove», ambientato in luoghi riconoscibili: «un video con bambini coinvolti», giura il ragazzo. Forse uno dei riscontri che gli investigatori cercavano (e pare non abbiano trovato) durante la perquisizione al Bearzi? «Chi non ha subìto quello che ho passato io – prosegue l’autore della denuncia – non sa il dolore e la tristezza che ti restano attaccati addosso. Quel malessere non ti lascia più». «Alla mia morosa – racconta – non ho detto quello che è successo, che ero io quello di cui parlano i giornali. Oggi (ieri ndr), però, una signora dopo aver letto i quotidiani, si è messa a piangere e mi ha abbracciato». Le conseguenze della sua accusa non lo preoccupano. «Il faccia a faccia con il prete – dice il giovane -, non vedo l’ora che avvenga. Sono sereno. E non ho paura, anche se stamattina (ieri ndr) mi è arrivata una telefonata che diceva: “Non parlare con nessuno” e se l’altro giorno al parco del Cormor mi hanno chiamato “spione”. Adesso vivo un po’ anche al campo di via Monte Sei Busi. I nomadi mi proteggono».

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