Palermo, “Orchi dell’Albergheria”: don Meli torna a Santa Chiara

Ballarò, il mercato nel quartiere Santa Chiara di Palermo

Ballarò, il mercato nel quartiere Santa Chiara di Palermo

DI WILDGRETA

Riporto questo articolo perchè ci offre l’occasione di ripercorrere la storia degli “Orchi dell’Albergheria“, un quartiere di Palermo in cui intorno al 2000 fu scoperto un atroce giro di pedofilia. Oggi i due sacerdoti che aiutarono i bambini vittime degli orchi, torneranno in quel quartiere e consiglio la lettura di tutti e tre gli articoli che seguono. Particolarmente toccante l’articolo di Panorama, che chiude con la considerazione di uno degli agenti della Squadra Mobile di Palermo impegnato in quelle drammatiche indagini:

“….Poi chi parla smette la divisa e aggiunge, da cittadino: «Noi facciamo il nostro lavoro fino in fondo. Ma non basta. Bisogna occuparsi dei bambini anche dopo le indagini e i processi: della loro sopravvivenza fisica e di quella psicologica. Quelli che hanno i soldi si possono permettere uno psicologo a vita, per superare l’inferno. Gli altri si mettono a turno alla asl: un consulto ogni sei mesi»….”

Palermo, Don Meli torna a Santa Chiara

di Roberto Puglisi

Torna con un groppo in gola che il suo coraggio di uomo verticale ammette e inghiotte a fatica. Don Baldassare Meli, domani, sarà a Santa Chiara, a cinque anni di distanza dall’addio ai luoghi che l’hanno visto costruire la sua missione in difesa dei più piccoli.
Torna, per celebrare alle undici e mezza il funerale di un ragazzo mauriziano morto in un incidente. «Me lo ha chiesto la famiglia – sussurra don Meli al telefono -. Non potevo rifiutare. Certo, la memoria sarà una compagna di viaggio non da poco in questo viaggio». Che lo riporta a casa.
Nel cuore di quello che era considerato l’osceno paese degli orchi. Nell’Albergheria infelice che massacrava l’innocenza dei suoi bambini. Non erano tutti carnefici e complici. Solo alcuni scellerati pedofili che passarono alla storia e alla cronaca giudiziaria proprio come «gli orchi dell’Albergheria». Era l’esatta metafora di una violenza che divora il cuore dei piccoli e li rende grandi troppo in fretta.
Non fu una stagione facile quella di don Baldassare Meli e di don Roberto Dominici, suo inseparabile braccio destro. La trama del riscatto si confuse e si inceppò nelle polemiche con la macchina della giustizia, sulla riservatezza e sulla discrezione delle indagini e con le istituzioni latitanti. Le accuse piovvero di rimando, con le botte. La gente del quartiere non sempre capì il prezzo del valore. Don Dominici conobbe l’accerchiamento e la violenza delle percosse. Poi, il linciaggio morale, voci infamanti, ombre proiettate ad arte. I due sacerdoti decisero di andare avanti fino al trasferimento suggerito dai vertici salesiani per limiti temporali di servizio. A Santa Chiara ebbe inizio la pastorale di don Gianni Giummarra, un prete onesto, ma non si è più parlato di pedofilia, né di abusi, né di violenza. Don Baldassare è finito a Castelvetrano. Si occupa di immigrati e di pescatori. L’ultima volta che è stato a Palermo, in casa di amici, aveva la barba bianca e un filo di pancetta. Il dolore e il rimpianto di avere lasciato incompiuta la sua battaglia ancora lo tormentavano.
Ora torna. E chissà che faccia avrà l’uomo che difese l’innocenza, sacrificando se stesso. La voce al telefono, in una mattina d’estate e amarcord, è cordiale come sempre. Solo alla fine scema in una specie di singhiozzo, quando dice: «Domani ci vediamo a Santa Chiara».

Palermo 3 settembre 2008 I LOVE SICILIA.IT

ECCO ALCUNI ARTICOLI SUGLI “ORCHI DELL’ALBERGHERIA”

Gli “orchi” sono tornati

di Pino Martinez

Palermo 18 maggio 2000

Il 5 maggio scorso a Palermo giovani e bambini hanno sfilato in corteo per dire “NO” agli abusi sessuali e al racket dei pedofili dell’Albergheria che costringono i bambini a fare sesso davanti alla telecamere.

Chi ha messo in allarme, su quello che i bambini del quartiere andavano mormorando, sono stati ancora loro, i salesiani del centro sociale Santa Chiara, don Baldassare Meli e don Roberto Dominici, che da anni stanno vicino ai bambini dell’Albergheria nel tentativo di aiutarli a crescere in modo equilibrato e sereno.

Questi preti hanno scelto di essere coerenti con la loro missione e hanno fatto il loro dovere denunciando quanto tutti sapevano nel quartiere. Hanno fatto il loro dovere di sacerdoti e di semplici cittadini, nonostante le difficolta` e i rischi a cui vanno incontro, condividendo con gli abitanti del quartiere i drammi di una citta` dove il frutto della cultura mafiosa non riesce ad essere adeguatamente combattuto.

Quattro anni fa`, sempre nello stesso quartiere, fu scoperta una organizzazione che adescava i piccoli del luogo per filmarli in pose oscene per poi mettere in commercio le videocassette. Come allora, la storia si ripete con la stessa crudelta`, come sta emergendo dalle notizie dei giornali che riferiscono di conferme che gli inquirenti hanno avuto ascoltando i bambini. Come mai, visto che qualche imbonitore politico va sostenendo che la coscienza dei palermitani ha acquisito una nuova cultura ? I silenzi omertosi, purtroppo, continuano a provocare i guasti sociali che ancora affliggono la nostra periferia. In una citta` che vuole crescere, che vuole liberarsi dalla cultura mafiosa, che vuole risolvere i grandi problemi di vivibilita` che l’affliggono, e` stato fatto poco.

Dobbiamo aiutare a formare coscienze non aride, altrimenti potremo costruire piccole o grandi strutture, ma saranno “cattedrali nel deserto” partorite da menti che operano per il soddisfacimento della propria vanita`.

Per chi prova amore per i propri figli credo che la cosa che piu` deve stare a cuore, in una situazione di degrado sociale che arriva a questi livelli, sia sapere se le creature che hanno messo al mondo sono rimaste vittime di uomini senza scrupoli. La cosa piu` tragica di questa storia invece e` l’incomprensibile comportamento di alcuni genitori di quei bambini che sono stati portati – in modo non traumatico – in questura per cercare di chiarire se tutto cio` e` frutto di fantasia, come vogliono sostenere alcuni personaggi del quartiere, oppure c’e` del vero. Un comportamento incomprensibile perche` a priori non hanno esitato a dare dello sbirro ai due sacerdoti nonostante quelle voci che si dicevano in giro sui bambini. In questo contesto degradato e nonostante l’esperienza del recente passato che ha visto mortificare la dignita` dei piccoli, le istituzioni non sono state capaci di radicarsi nel territorio. E in un quadro sociale di questo tipo tanti sono i rischi e tante sono le precauzioni da prendere in difesa di chi opera per il riscatto dell’ Albergheria.

Noi del Comitato Intercondominiale, che con padre Puglisi abbiamo collaborato nel tentativo di risvegliare le coscienze degli abitanti di Brancaccio, nel periodo del nostro impegno non ci siamo sentiti accanto le forze istituzionali e religiose, e sappiamo quanto sia pericoloso cio`. Ecco perche` e` importante che, ogni giorno che passa, siamo sempre di piu` ad offrire il nostro braccio a don Meli, don Dominici e ai loro collaboratori, e insieme a loro camminare per il quartiere.

Chi sta dall’altra parte della barricata – il pedofilo, il mafioso, chi opera per arrecare danno alla dignita` dell’uomo – deve provare la sensazione della solitudine e sentire il disgusto da parte della societa` civile. Non noi !Fonte:http://digilander.libero.it/Intercondominialeorchi.htm

CRONACHE NERE – GLI ORCHI IN CITTÀ

I bambini per duti di Palermo

In un giorno qualsiasi nel capoluogo siciliano un pool della squadra mobile, guidato da una donna, indaga su almeno tre o quattro episodi di violenza su minorenni. Ma le storie sono decine: una finestra sull’orrore, raccontata da uno scrittore che conosce bene la realtà siciliana.

di Davide Camarrone

21/2/2007

URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001040189

In un giorno qualsiasi, a Palermo, 14 poliziotti investigano su tre o quattro casi di bambini violentati, torturati, stuprati. Quattordici poliziotti della squadra mobile. Un pool. Ogni squadra mobile in Italia ne ha uno, a occuparsi di violenze su minorenni. C’è un altro pool, in procura, formato da otto pubblici ministeri che fra una violenza e l’altra indagano su una rapina, un omicidio, una truffa.
Sono decine i casi aperti. Sui quali non si può perder tempo. Bisogna lavorare bene e in fretta. A guidare i 14 poliziotti è una donna, Rosaria Maida: sguardo dolce e polso d’acciaio. Palermo può essere una città durissima. Pochi giorni fa il questore, Giuseppe Caruso, che ha arrestato capi vecchi e nuovi di Cosa nostra, ha rimesso a posto cronista e vocabolario, in un’intervista: niente domande difficili, era il senso, e poi, alla lettera, «Io sono uno sbirro». Questi sono tra i pochi nomi che si possono fare.

Del resto, dei casi più recenti di violenze su minorenni, piovuti sulla città come un lungo temporale, nelle scorse settimane, occorre tacere ogni dettaglio. Del quattordicenne che ha abusato di una bambina di 3 anni. Dell’uomo, ammalato di aids, che ha compiuto atti sessuali sulla figlia di altre persone conosciute in una comunità. Che tipo di comunità? Di recupero? Nessuna risposta.
Non può esser detto, tagliano corto gli investigatori, il nome di quell’uomo di 38 anni che ha violentato una bambina di 13 mesi, figlia della sua convivente, in un quartiere periferico di Palermo: un quartiere X, il nome del quale non può esser detto. Non può esser detto il nome della bambina: per legge e per non segnarla, a vita, più a fondo del marchio ricevuto, per non farne un bersaglio della pubblica maldicenza (nella comune inversione della colpa, dal carnefice alla vittima).

Né nomi né altro. Con quali parole si potrebbe riferire il volto sgomento delle infermiere, delle più dure, avvezze a ogni segno di morte, o il pianto del medico intento alla medicazione? Non possono esser detti i nomi di quei 10 ragazzini che insieme, per mesi, nel loro istituto professionale, in un quartiere popolare della città, hanno profittato di una quattordicenne, portatrice di un handicap, di una tragedia che si fa piccola, persino, dinanzi alla nuova; e ignari delle loro efferatezze raccontavano quelle gesta, le mostravano, riprese a bassa risoluzione sui telefonini.
Non può esser detto il nome dell’architetto che ferì le sue bambine: sarebbe doloroso, per la Palermo bene, scoprirsi infetta. Non può esser detto il nome del nonno, profittatore della nipotina: infangherebbe la categoria dei nonni. Non può esser detto il nome del bidello, di un asilo di un paese vicinissimo a Palermo, che straziò sette bambine, e che non fu allontanato per tempo.

Non può dirsi, in casi del genere, il nome del colpevole, giacché la vergogna, improvvisa, può assalirlo come una razza marina, e pungerlo e paralizzarlo, dalle membra al cuore, come un maglio che pesa sul torace e non lascia respiro. Accadde nel Palermitano, poco tempo fa, quando un contadino ritrovò una bambina legata col fil di ferro al pilone di un ponte, nascosta alla vista dei passanti, la bocca incerottata.
Avrebbe dovuto morire, la bambina, e imputridire, e nascondere così, nel disfacimento, anche al bisturi del patologo, le violenze subite dal fidanzato di una familiare, il quale non aveva trovato il coraggio di ucciderla e di sotterrarne il cadavere. Fu fermato, il sospetto, e torchiato a dovere, e lui confessò ogni cosa: il suo nome si riseppe, e quando i parenti inferociti diedero l’assalto alla caserma e alla camera di sicurezza, lui si appese alle sbarre, il collo avvolto in un lenzuolo.

Non può esser detta quella città sfuggente che s’incista nel ventre di Palermo e la fa più crudele verso i suoi figli, matrigna come tante altre città, in Italia. Non possono esser dette le denunce anonime che 10 anni fa presero a perseguitare i due sacerdoti che nel quartiere dell’Albergheria avevano raccolto, nel loro oratorio, i segni dello stupro sui volti pallidi dei bambini, riferendoseli tra le lacrime: gli scatti, e i silenzi, e le diffidenze, e poi le ripetizioni di certi atti sessuali, gesti che, di certo, non potevano appartenere a dei bambini.
Tre anni fa, prima l’uno e poi l’altro, i due sacerdoti finirono in esilio, in altre città siciliane. Qui la riflessione sull’impedimento potrebbe condurre a silenzi insospettabili. Eppure, a loro si doveva l’avvio della prima grande inchiesta giudiziaria sulla pedofilia, prima nell’intera storia europea, culminata in due processi, con 18 imputati e 71 vittime.

L’Albergheria, o «Briarìa», un tempo era stato borgo separato, città nella città, enclave popolare fra la Chiesa e il nobilato degli stucchi e dei palazzi, degradando poi dalla solidarietà delle antiche corporazioni all’abbandono dei tufi anneriti, delle corde tese fra ghisa e ghisa, con gli abiti miserevoli offerti alla misericordia del sole.
Quei sacerdoti misero a dura prova la doppiezza di quelle madri che concedevano le carni dei loro figli per poche migliaia di lire e li carezzavano con mano tremante, e protettiva, riaccogliendoli nei loro uteri svuotati per sempre, dinanzi alle domande: «Ma che è successo a suo figlio?». Nessuna risposta poteva venire. Non possono esser riportati gli interrogatori dei bambini, i loro racconti, strappati a fatica dagli psicologi e dai pubblici ministeri, sulle violenze, camuffate dai regali, o rese esplicite da pratiche d’autentica tortura.
Le denunce di abusi sui minorenni arrivano soprattutto dalle famiglie e dalle scuole
Non può esser detto il nome di quel ragazzo che oggi sarebbe alto e forte, se le sue fondamenta, con lo stupro, prolungatosi per anni, non fossero state incise fino all’osso, e i nervi bruciati dal contatto con il fuoco; di quel ragazzo che trascorre le sue giornate su un fondo di letto, perdendo le parole, impermeabile agli sguardi, il volto disarticolato da milioni di frenetiche compulsioni, tante da raggiungere la più perfetta immobilità, la memoria come un lago stagnante, senz’acqua nuova.
Pochi si costituirono parte civile, ovvero dalla parte della civiltà, e i processi si trascinarono nella polvere prodotta dai codici e dalle cronache dei giornali, nello sfarinamento delle pagine, perdendo accusatori e accusati, il tempo e le ragioni stesse dell’accusa. A chiederlo, per le strade della «Briarìa», nessuno ti dirà in quale fondaco si svolsero quei sabba per soli uomini, e dove forse ancora si svolgono, incuranti d’ogni precetto e comandamento.

Ma ogni stregoneria esige un rogo, nel costume antico di questa città, che corre dietro a ogni capopopolo e sa lasciarsi alle spalle l’eco delle proprie urla. Così, fu segretamente accolta come una rivalsa antimorale la denuncia di quei baci e di quei toccamenti che di lì a poco costò a un altro sacerdote, un prete antimafia, l’allontanamento, un altro esilio, e un rinvio a giudizio. Per non dire, anche stavolta, delle voci disseminate ad arte per sviare le indagini sull’uccisione di un altro sacerdote, che i bambini (nel 1993, a Brancaccio, in casa dei boss Graviano) aveva tentato di ricondurli sulla strada buona, sottraendoli alla via della mafia.
Voci che suonano ancora come una bestemmia. Non può esser detto in quali altre zone della città matrigna si abusi dell’innocenza e quanti e quali siano (a richiesta dei sociologi, di chi fissa la morale e il suo infrangersi in soglie di normalità e di eccezionalità) i casi di violenza, l’età delle vittime, il censo dei carnefici (con la professione, i precedenti giudiziari, i traumi e le tare conseguenti, tali da indurre alla ripetizione della violenza).

Il fenomeno, posto che sia conoscibile fino in fondo, attraversa le classi sociali e gli individui e si replica come un tessuto canceroso, inarrestabile. I torturati mutano in torturatori, e crescono le violenze su minori da parte di altri minorenni. Sono più rari i casi simili a quello di Marco Marchese, stuprato a 12 anni, e ora, a 25, fondatore di un’associazione contro la pedofilia (Marco vuole che il suo nome sia detto).
Forse, quella trasversalità della ferocia contro i bambini, eletta a codice interpretativo, riguarda anche la mafia, i suoi adepti e le sue masse: come si spiegherebbe allora l’empietà con la quale il figlio tredicenne di un pentito fu ucciso e sciolto nell’acido? Al termine di un sequestro lungo due anni, e non prima che gli fosse mozzato un braccio, con il quale un giorno egli si sarebbe certamente vendicato: fu pure quello un atto esemplare.

Quel che non si potrebbe dire a Palermo vien detto in continuazione, vero o falso che sia: del potere e dei suoi peccati, delle vie lunghe e tortuose da preferirsi alle vie brevi. Si dicono i nomi, a voce alta e in pubblico, o vi si allude, per mostrarsi a parte di un meccanismo più grande, fra le tribune concorrenti del bene e del male. Quel che procura dolore, invece, non si dice ancora abbastanza.
Di frequente, infatti, il lupo si nasconde in casa e ha il volto di un patrigno, di uno zio, di un vicino premuroso, di un insegnante o di un compagno di scuola poco più adulto: tentati, tutti quanti, dall’oscurità. Forse, qualcosa sta cambiando e l’aumento delle denunce, a Palermo, non è il sintomo di un aggravarsi della malattia, bensì di una possibile guarigione.

«La gente comincia a fidarsi di noi» dicono alla squadra mobile, tra le scrivanie ingombre di fascicoli. «Le denunce arrivano dalle famiglie per lo più durante le separazioni e i divorzi, o dalle scuole, dalle comunità, dai servizi sociali. E così quasi sempre (salvi i casi emersi in ospedale) le violenze vengono alla luce in ritardo. I bambini si confidano con gli assistenti, gli educatori, gli insegnanti, o questi ultimi notano comportamenti sessualizzati, prematuri».
Poi chi parla smette la divisa e aggiunge, da cittadino: «Noi facciamo il nostro lavoro fino in fondo. Ma non basta. Bisogna occuparsi dei bambini anche dopo le indagini e i processi: della loro sopravvivenza fisica e di quella psicologica. Quelli che hanno i soldi si possono permettere uno psicologo a vita, per superare l’inferno. Gli altri si mettono a turno alla asl: un consulto ogni sei mesi».

 PANORAMA 21 FEBBRAIO 2007

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