Don Mauro Stefanoni: ecco le motivazioni della condanna

«Il ragazzino violentato Non ha inventato nulla Il suo racconto è credibile»
di CORRADO CATTANEO
– COMO –
HANNO CREDUTO alle testimonianze del ragazzo che ha subito gli abusi sessuali, un parrocchiano minorenne all’epoca dei fatti e affetto da una lieve…

HANNO CREDUTO alle testimonianze del ragazzo che ha subito gli abusi sessuali, un parrocchiano minorenne all’epoca dei fatti e affetto da una lieve infermità mentale, i giudici del Tribunale di Como che hanno condannato il 29 maggio scorso l’ex parroco di Laglio, don Mauro Stefanoni, a 8 anni di carcere e a 150mila euro complessivi di risarcimento. La motivazione della sentenza di primo grado, depositata nei giorni scorsi, in oltre cento pagine parla chiaro circa le valutazioni fatte dal collegio della sezione penale lariana presieduto dal giudice Alessandro Bianchi. E DIVERSAMENTE non poteva essere vista l’entità della condanna, che lo ha giudicato colpevole di violenza sessuale ai danni di un minore – «psichicamente debole e bisognoso di affetto e cure, incapace di ribellarsi efficacemente ad un soggetto adulto circondato da rispetto» – e visto che la conoscenza dei fatti accaduti dipende soprattutto dalle dichiarazioni della vittima, anche se a corroborare la sentenza entrano anche riscontri diretti e indiretti. Nel corso del processo, quindi, il minore «ha rilasciato reiterate dichiarazioni in ordine all’accaduto che, valutate nel loro pieno contenuto e coordinate logicamente con le altre risultanze probatorie, hanno confortato l’impianto accusatorio», questo sebbene l’esposizione del giovane «sia sempre caotica, confusa».

PER I GIUDICI i particolari nuovi emersi durante il procedimento non sono mai stati «in tale contraddizione da mettere in discussione la veridicità del suo racconto», mentre alcune «incongruenze evidenti», hanno comunque trovato «adeguata spiegazione, tale da non compromettere l’attendibilità dell’intera narrazione».

IN PARTICOLARE, visto che il ragazzo si confessò inizialmente con dei compagni di scuola, per il collegio «appare alquanto strano e poco plausibile» che il giovane volle stupirli raccontando le proprie «prodezze», così come «l’invenzione fantasiosa di rapporti sessuali con un sacerdote richiederebbe una capacità intellettiva ed una rielaborazione tipiche di una persona matura» che per i giudici sono «sconosciute» al ragazzo.
In sostanza per il Tribunale il giovane ha confidato gli episodi contestati – che spaziano dall’estate del 2003 all’ottobre del 2004 – «in modo sufficientemente coerente e congruente, con una progressione logica e con contraddizioni non sostanziali e nei limiti impostigli dalla sua patologia». Non fantasia, quindi, né una malattia capace di «minare interamente la sua capacità di rapportarsi al reale» nei suoi racconti di abusi, reiterati, di vario tipo. E così per i giudici sono cadute le due principali argomentazioni difensive per contrastare la credibilità della parte lesa: il complotto della famiglia e l’invenzione del ragazzo, considerati «del tutto inconsistenti».

Il Giorno 2 settembre 2008

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