Paolo Onofri, ritratto in chiaro-scuro di un uomo che non ha smesso di lottare

di Silvio Marvisi

Di Paolo Onofri si è detto di tutto da quel tragico 2 marzo 2006. In poche ore è passato dall’essere un padre di famiglia in pena per il figlioletto rapito nella notte a interrogato come un malvivente, per ore e ore. Poi sono arrivate le dicerie sulle piste sataniche, per un crocefisso che aveva al collo, l’accusa forte di pedopornografia per le molte immagini che gli sono state trovate nel computer che teneva in una cantina di via Jacchia. L’ultimo passo è stato il processo per il rapimento e l’uccisione di Tommy a cui non ha mai mancato nemmeno a un’udienza. Un metro e novantacinque d’uomo ben piantato di quelli che solo una pistola spianata contro il viso del proprio figlio riesce a far indietreggiare. Quella che si è visto puntare contro nella notte del 2 marzo 2006 quando due delinquenti a viso coperto si sono introdotti nell’abitazione di Casalbaroncolo e hanno simulato una rapina, in realtà volevano portare via il bimbo di 17 mesi.

Quell’omone, legato mani e piedi, tenuto sotto controllo da uno dei due balordi era con il viso schiacciato a terra quando ha visto i piedini di Tommy che venivano sfilati dal seggiolone. Quando i due rapitori sono usciti ha provato a inseguirli ma ha trovato solo il buio della notte. Poi sono venuti i giorni delle ricerche, interminabili, angosciose. Ogni giorno lui e la moglie speravano di ricevere una telefonata o una comunicazione che dicesse loro che il piccolino era stato trovato. Tutto sarebbe tornato a posto. Forse sarebbe bastato anche un messaggio da parte dei rapitori, sarebbe bastato sapere che Tommy stava bene e che qualcuno chissàddove voleva dei soldi in cambio. Ma così non è stato. Nessuna telefonata, nessun contatto. Solo 29 giorni, terribili, fino alla sera del primo aprile 2006 quando Mario Alessi ha confessato dopo che il complice Salvatore Raimondi è stato incastrato per un impronta digitale lasciata sul nastro adesivo per immobilizzare la famiglia Onofri al momento del rapimento. Il bimbo è là, nel greto dell’Enza dove non nessuno si permetterebbe di seppellire nemmeno un vecchio cane rognoso. Il corpo è stato abbandonato sotto un mucchio di paglia e sterco, con il visino infilato nel fango.

Di vicende ne ha dovute sopportare tante, non si poteva certo dire che era un uomo dal cuore debole e che mancasse di spirito combattivo. La sua vita è stata rivoltata come un guanto più e più volte. A partire da alcuni piccoli precedenti al matrimonio che aveva portato alla nascita di Carlo Alberto. Padre e figlio erano molto legati ma le cose fra Paolo e la prima moglie non andavano bene così sono arrivati alla separazione. Poi Paolo Onofri ha conosciuto Paola e sono nati Sebastiano e poi Tommaso che aveva non pochi problemi di salute. Il piccolino infatti soffriva di attacchi di epilessia e già nella prima infanzia è stata necessaria la somministrazione del Tegretol, lo sciroppo diventato tristemente famoso negli appelli che gli Onofri hanno lanciato verso i rapitori. A rischio c’era la vita del bimbo. A fine del 2006 grazie a un lascito di una zia aveva acquistato un casolare sperduto nella campagna parmense, fra Casalbaroncolo e Casaltone. Paolo aveva già messo in cantiere tutta una serie di ristrutturazioni per poter vivere al meglio con la sua famiglia. Ma il sogno è poi stato interrotto da quei due piombati in casa il 2 marzo 2006.

Ha incrociato lo sguardo dei carnefici del figlioletto, prima quello di Salvatore Raimondi giudicato a Bologna con il rito abbreviato e condannato a 20 anni di prigione. Poi ha guardato in faccia Antonella Conserva, la moglie dell’orco, giudicata nell’aula d’assise del tribunale di Parma. Onofri non ha mai voluto mancare nemmeno a un’udienza fino alla fine quando ha potuto guardare in faccia il carnefice del piccolo di 17 mesi. Ha cominciato a piangere alla parola “ergastolo” rivolta dalla presidente della Corte a Mario Alessi, riconosciuto colpevole del sequestro e dell’uccisione di Tommaso Onofri. Lacrime liberatorie dell’ansia durata mesi, un momento in cui liberare lo stato d’animo che teneva represso dentro e che chiedeva altro che giustizia per il figlio e per quello che era stato fatto. I due si conoscevano già: Alessi aveva eseguito alcuni lavori come muratore nell’abitazione degli Onofri di Casalbaroncolo. Proprio Paolo Onofri aveva pagato il manovale in anticipo perché il piccolo Giuseppe, il figlio di Alessi, aveva avuto qualche problema, aveva bisogno di visite e la famiglia non se la passava certo bene, non se le poteva permettere.

La Repubblica Parma 14 agosto 2008

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