Sanità: il caso Marcelletti (aggiornamenti)

Colpito al cuore
di Riccardo Arena(Articolo tratto da “S” n.7 d)

Lui se n’è uscito dandosi dell’idiota, dicendo che è stata la sbandata di un momento, che è stato un terribile errore. Ma Carlo Marcelletti, il primario di Cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Civico di Palermo, sulla graticola dai primi di maggio, sa bene che l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico non è la più grave, tra quelle che gli vengono mosse: perché gli contestano pure truffa, peculato, concussione, che sono addebiti tutt’altro che da ridere. Eppure i rapporti “messaggiati” con una tredicenne sono gravissimi, perché connotano negativamente la personalità dell’indagato, lo rendono un emarginato e un reietto, in una società che bolla la pedofilia come il peggiore dei propri mali. Quegli sms hard, centinaia, possono fare lievitare la pena, sì, ma prima ancora hanno, ad esempio, fatto saltare la catena di solidarietà che si era messa in moto, tra fiaccolate e manifestazioni di protesta, ad opera della vera “parte debole” di tutta questa storia: i pazienti bambini e i loro genitori.
È anche per questo, allora, che Palermo e il mondo della sanità in generale temono l’uragano Charlie, l’effetto delle dichiarazioni che Marcelletti ha reso in gran segreto ai pubblici ministeri Fabrizio Vanorio e Caterina Malagoli, due napoletani che, a Palermo, hanno messo sotto torchio un marchigiano come il cardiochirurgo pediatrico, tanto amato eppure sempre discusso. Aveva il vizio o il vizietto di farsi passare per ragazzino, Marcelletti, di entrare in un gioco grande e proibito con quella “tredicenne che pare una ventenne”, così ha candidamente confessato, senza però riuscire a guardare negli occhi i propri interlocutori.
Lei, all’inizio, non sapeva, non aveva capito di scambiare sms e mms con un sessantatreenne: poi, complice anche la mamma (questo secondo la ricostruzione della Procura) si sarebbe prestata al gioco. Ma per quanto apparentemente ventenne nel fisico, all’anagrafe e mentalmente la ragazzina era ed è pur sempre una “infraquattordicenne”, una che ha meno di 14 anni, e la protezione di cui gode, per legge, è severissima.
Marcelletti lo sa, lo ha imparato a sue spese in questi giorni di arresti domiciliari, trascorsi nella prigione dorata dell’Addaura Residence Hotel, a due passi da Mondello, con la moglie accanto. E non è certo – o non lo è del tutto – un sollievo, in casi del genere, avere la presenza della consorte al fianco. “Un fesso, un idiota, ho sbagliato tutto, mi sono rovinato”. Lo hanno visto così, nei primi giorni trascorsi agli arresti in casa. E gli è pure andata bene: i pm lo volevano in cella ed è stato il giudice delle indagini preliminari Pasqua Seminara a stabilire che potevano bastare i domiciliari. La Procura ha fatto ricorso, i difensori, gli avvocati Roberto Tricoli, Carmelo Piazza, Massimiliano Miceli e Raffaella Geraci, hanno replicato cercando di giocare la carta della revoca persino dei domiciliari e ne è venuto fuori un compromesso, una rinuncia bipartisan, di accusa e difesa, ai due ricorsi.
Perché Marcelletti ha ammesso molti fatti e forse la derubricazione dell’accusa di istigazione alla produzione e alla diffusione, ma anche di detenzione di materiale pedopornografico, che il cardiochirurgo divide con la mamma della tredicenne-pseudoventenne, potrà bastare a rendere meno amara la situazione e quella che appare come un’inevitabile condanna, magari patteggiata, per i reati di concussione (e forse anche di corruzione), truffa e peculato. Perché non finirà certo con una confessione e un patteggiamento: poi dovranno esserci pure deposizioni a raffica, nei vari processi che potrebbero aprirsi a breve grazie al neo “dichiarante”.
Se già nel primo interrogatorio, davanti al Gip Seminara, il professore aveva parlato ampiamente, nei successivi, resi ai pm, avrebbe “messo il carico”, consentendo agli investigatori della Squadra Mobile e del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, di ampliare enormemente il campo. Il cardiochirurgo, secondo l’accusa, avrebbe convinto i genitori dei suoi piccoli pazienti a ricorrere a un sistema alternativo (e illecito, afferma la Procura), rispetto a quello ordinario, previsto dall’ospedale per i ricoveri e le operazioni «intra moenia»: se in questi ultimi casi la sottoposizione a un regime sostanzialmente privatistico costa al paziente circa ventimila euro, Marcelletti avrebbe fatto pagare cifre ridotte (3000-3500 euro) a condizione che queste venissero versate alla Abc, da lui costituita. Chi incassava i soldi della onlus? Da questo dipende adesso gran parte dell’indagine.
«Siamo l’unico reparto in tutta Palermo che, anziché vedere i pazienti uscire dalla regione, li vede entrare», aveva detto Marcelletti sicuro di sé. Ed era tanto sicuro di sé da considerare «formalità», le differenze di trattamento tra coloro che sceglievano il regime “intra moenia” (il medico che opera in regime privatistico, l’ospedale pubblico che ti tratta come fossi un cliente privato) e un «accordo tra di noi», con l’intervento della Abc, l’associazione privata, la onlus apparentemente benefica che, sostiene chi indaga, era invece il grimaldello che apriva tante porte: l’ospedale pagava il ricovero, il paziente veniva trattato come se pagasse esso stesso per il ricovero privato, ma i soldi li riceveva la Abc. Sullo sfondo c’è l’ombra di questa tredicenne che pare una ventenne: non ci fosse stata lei, chi lo sa, forse il primario non avrebbe mai parlato…
I papà, le mamme, quanta possibilità di scelta avevano? «L’impor-tante, per me, professore, è una cosa sola; che lei tenga presente mio figlio…», diceva uno. E un altro: «Lei verrà ad assisterci… Speriamo che non ci abbandoni…». Risultato: in intra moenia, in sei mesi, va solo un paziente. Gli altri scelgono la terza via. Chi prendeva quei soldi? Non certo Marcelletti, replicano i difensori: «Quel denaro – dicono gli avvocati Tricoli e Piazza – serviva per comprare roba per il reparto… Dal 2003 ad oggi, il reparto di cardiochirurgia pediatrica ha subito un cambiamento notevole grazie soprattutto alle donazioni volontarie fatte dai genitori dei piccoli pazienti. Questo vuol dire che il professor Marcelletti non intascava per sé i soldi ricevuti dai parenti dei bambini».
Per provare questa tesi, la difesa si è rivolta ad un consulente che ha avuto l’incarico di effettuare un’analisi contabile sulla gestione amministrativa dell’«Abc» presieduta da Marcelletti. L’accusa è convinta invece che il chirurgo abbia intascato parte delle donazioni destinate all’associazione e che comunque i conti siano stati gestiti in modo piuttosto «elastico». E poi c’è il capitolo appalti, legato per certi versi anche alle donazioni. Alcune, secondo gli investigatori, sarebbero state fatte anche da imprenditori del settore sanitario, interessati a lavorare nel reparto di eccellenza di Marcelletti. Un modo per ottenere una corsia preferenziale nelle forniture, sul quale ci sono diversi accertamenti in corso da parte della guardia di finanza. Ed è proprio questo, che fa tremare altri primari e imprenditori: il rischio che, zitta zitta, nasca una mini o maxi tangentopoli in salsa palermitana.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...