Visita in carcere, i progetti di Amanda: amare Raffaele


Mazzuca a colloquio con la studentessa
Da quasi nove mesi Amanda Knox è rinchiusa nel carcere di Perugia con l’accusa di aver ucciso Meredith Kercher. Giancarlo Mazzuca è andato ad incontrarla: “Non sembra tanto la biondina supersexy, quanto una ragazzina acqua e sapone”

Perugia, 16 luglio 2008 – Bussi alla porta principale del carcere e ti rendi subito conto che, in Italia, ci piangiamo troppo spesso addosso: parliamo di prigioni fatiscenti e sovraffollate, di prigioni maleodoranti e in stato di quasi abbandono, e poi scopri Capanne. Edifici nuovissimi, vasti giardini dove corrono persino i leprotti (un modo per mettere sul ‘chi va là’ le guardie carcerarie?) e addirittura 15 ettari di terreni agricoli coltivati a frutta e ortaggi, purtroppo solo da qualche recluso. Peccato che un’ala intera dell’edificio sia chiusa per mancanza di personale carcerario: a Capanne potrebbero starci oltre 500 detenuti, ne ospita soltanto la metà che, per l’80 per cento, sono stranieri.Qui, da quasi nove mesi, è reclusa Amanda Knox, la ‘Foxy Knoxy’ dei giornali tabloid britannici, per l’omicidio di Meredith Kercher. Il direttore del carcere, Antonio Fullone, gentilissimo e trasferito qui da poco, mi porta subito nella sezione femminile: 28 detenute in tutto, due o tre persone e un televisore per ogni cella. Più che un carcere, sembra un ospedale: pavimenti lucidi, pulizia dappertutto. Amanda mi viene incontro, sorridente.

Non sembra tanto la biondina supersexy e rubacuori, quanto una ragazzina acqua e sapone, molto sveglia, con quegli incredibili occhi azzurri che ti guardano fisso e non s’abbassano mai, la pelle bianchissima, la voce cristallina e un sorriso incredibile. Ti domandi subito: ma com’è stato possibile tutto ciò?

Prendi l’argomento alla larga e le chiedi come trascorre le sue giornate in carcere. Amanda non ha dubbi: “Molto bene, basta avere un progetto di vita”. Lei di progetti ne ha davvero tanti, nonostante quasi nove mesi di reclusione. Intanto, è entrata molto in sintonia con le sue compagne di cella, un’italiana e una bulgara: “L’italiana ha tanti bimbi piccoli e l’ho anche aiutata a dare loro da mangiare”. Poi ha creato un buon rapporto con le guardie carcerarie della sezione femminile, tutte ovviamente donne: “Loro mi comprendono, a differenza di quanto capitò nei primi giorni di interrogatori in Questura, dopo la morte di Meredith”.

Non scrive più memoriali, ma dedica molto tempo a rispondere alle lettere di familiari e amici. Amanda non lo dice, ma il rapporto con Raffaele Sollecito, il fidanzatino pugliese di quella terribile notte dell’omicidio di Meredith, non si è affatto interrotto, anzi: “Ero arrivata a Perugia alla fine di settembre dell’anno scorso, e, quindi, avevo appena conosciuto Raffaele. Allora non si poteva certo parlare d’amore, ma di simpatia reciproca. Dopo siamo stati divisi e anche il padre di Raffaele ha tentato di allontanarmi dal figlio, ma noi non ci siamo mai lasciati”.

Insomma, quella love story, che sembrava finita così drammaticamente, non si è affatto interrotta: pochi giorni fa, al compleanno di Amanda, sono arrivati anche i fiori di Sollecito, subito dirottati nella cappella del carcere: la passioncella è diventata amore, almeno così pare. Se si sofferma volentieri su Raffaele, Amanda è invece molto restìa a parlare di Rudy Hermann Guede, l’ivoriano che è recluso come lei a Perugia per il delitto del 1° novembre: “Lo conosco molto poco, non posso aggiungere altro”.

L’incontro con Amanda Knox, lo confesso, è, per certi versi, molto singolare, quasi unico. Solitamente le persone che vedi dietro le sbarre sono disperate, spesso in lacrime, come mi capitò anche con Anna Maria Franzoni. La studentessa americana, vestita in modo semplice (una maglietta bianca e un paio di jeans blu,) ma ugualmente ricercato considerando il contesto in cui vive, pare reduce da uno stage in un college. È anche un po’ più in carne, nonostante la ginnastica (“Qui si mangia bene: mi piacciono la pasta e il riso”).

Ti continua a parlare di progetti di vita, e ribadisce che fa ottimo uso del suo tempo dietro le sbarre. Attualmente studia contemporaneamente cinque lingue straniere (italiano e tedesco, che sa meglio delle altre, più francese, russo e cinese) e fa il tirocinio con i libri che le inviano i genitori (padre e madre sono separati, ma, a turno, vengono a trovarla ogni quindici giorni: lei insegna, lui è contabile in un istituto finanziario).

La Knox non perde mai la sua ora d’aria, al mattino e al pomeriggio, e va pure a messa: a Pasqua ha parlato a lungo anche con il vescovo di Perugia. Non solo: ha frequentato la palestra in carcere (“sono in buona forma fisica”), mentre ha ultimato un corso di chitarra. “Al saggio finale ho suonato Il mio canto libero (e sorride…) di Lucio Battisti più Hey Jude e Let it be dei Beatles”.

Proprio la chitarra è il mezzo che mi consente di entrare nell’argomento che più mi interessa: quali fossero i suoi veri rapporti con Meredith, la compagna d’appartamento. Amanda smentisce i continui litigi con l’inglesina. Ti guarda negli occhi, si gratta il naso pieno di efelidi e poi ti dice: “Non è vero che ci ignoravamo o ci bisticciavamo sempre, spesso stavamo assieme e, mentre io suonavo la chitarra, lei leggeva avidamente libri gialli”.

Particolare inedito, questo dei libri gialli. Vorrei saperne di più, ma lo sguardo del direttore del carcere mi impedisce di andare oltre: con Amanda posso solo parlare della sua attuale vita da detenuta e non addentrarmi troppo nei particolari di quella notte di sangue. La Knox si limita a ribadire la sua versione: in quella notte lei era a casa di Sollecito, “ricordo che mangiammo pesce e poi facemmo l’amore”. Sarò un po’ codino, ma resto sbalordito dalla naturalezza con cui questa ragazza, che potrebbe essere mia figlia, parla dei suoi rapporti amorosi, quasi un modo per combattere la noia.

E, a proposito di noia, interrogo Amanda sulla sua vita a Perugia, una città che potrebbe sembrare provinciale, ma che è invece cosmopolita con gli studenti provenienti da tutto il mondo che ruotano attorno al centro storico: “Perugia è una città che amo e che continuo ad amare, nonostante quello che mi è successo. Così, come continuo ad amare l’Italia e gli italiani. Mi piaceva, Perugia, soprattutto di giorno, di notte era diverso, era quasi inquietante. Ricordo quando aspettavo qualcuno davanti alla fontana in piazza e in tanti mi si avvicinavano e mi chiedevano se andavo fuori con loro”.

La Perugia dai due volti: quella solare del giorno e quella ricca d’angoscia e carica d’eccessi della notte che diventa un leit-motiv per molte città universitarie italiane e di tanti centri turistici sparsi nel mondo che, soprattutto d’estate, si riempiono di giovani alla disperata ricerca dello sballo.

Scrivi di sballo, ma nell’Amanda che ho conosciuto non pare esserci spazio per questa parola. È incredibile, ma lei non sembra volere sfuggire alle incognite del suo futuro e, anzi, attende con impazienza il giorno del processo: “Mi dicono che comincerà a gennaio, ma io spero tanto che l’inizio sia fissato in novembre”. Non vedo ombra di pentimento nei suoi occhi, anche se ammette che qualche errore (quale?) l’ha commesso, e non c’è un suo pensiero spontaneo per la compagna scomparsa così tragicamente.

In lei c’è, piuttosto, voglia di vivere e del suo avvenire, quello che lei si è costruita nel suo progetto di vita, dice: “Quando tutto sarà finito, tornerò negli Usa, ma non ci starò a lungo. Da grande voglio fare l’interprete e mi piacerebbe vivere un pò qua, un pò là, in giro per il mondo”. Mi chiede poi se andrò al suo processo: ci sarò.

Giancarlo Mazzuca La Nazione

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