IL GIALLO DI GARLASCO:Il dramma silenzioso del delitto dimenticato

Un anno dopo i genitori di Chiara e Alberto. Giuseppe Poggi: “Non odio nessuno. Mia figlia è morta e con lei sono finiti tutti i sogni”. Nicola Stasi: “Mio figlio è sereno. Ma oggi mi chiedo se la giustizia esiste veramente”

Garlasco (Pavia), 5 luglio 2008 – DIALOGANO a distanza. Senza accuse. Senza astio. Senza odio. Nella tragedia di Garlasco sono le figure più belle e umane, le più positive. Incutono rispetto e ispirano qualcosa che assomiglia molto all’affetto. Sono i genitori. Quelli che hanno perduto una figlia. Quelli che si battono per non perdere il loro. Via Ungaretti. Via Pascoli… I genitori di Chiara Poggi sono tornati ad abitare nel quartierino dei poeti, nella casa dove Chiara fu uccisa. Giuseppe Poggi è un uomo forte, desolato. “Si sopravvive. Col passare del tempo si sente sempre più la sua mancanza. Il nostro stato d’animo non è cambiato. E’ un anno, ma a me sembrano quindici giorni”.PAROLE quiete e forse per questo più grevi e dolorose. Senza odio. “Io non odio nessuno. Chi devo odiare? E’ una parola che non mi ha mai nemmeno sfiorato. La cosa è questa. La situazione è questa. Bisogna accettarla e conviverci. Non so niente. Aspetto che mi dicano qualcosa. Accetterò quello che mi diranno. Con la morte di Chiara sono crollati tutti i miei sogni di padre. Quando era bambina avevo fatto su mia figlia certi sogni, la scuola, le cose di tutti i papà. Era una donna e facevo altri sogni. E’ finito tutto”.
Al comune di Gropello Cairoli è discreto ma vigile il filtro attorno all’ufficio di ragioneria dove lavora Rita Poggi. E’ serena, quasi radiosa. “E’ Chiara che mi dà la forza di essere serena e di andare avanti. Io la cerco sempre. Ci vuole anche una grande fede. Io ce l’ho. E vado avanti. In una tragedia come questa si deve mantenere la calma, cercare di essere il più possibile tranquilli”. Un attimo solo, di pausa. “Però solo io so quello che mi sento dentro”.

ALBERTO Stasi, il fidanzato di Chiara, il bocconiano modello, si è laureato in economia e commercio. Sul frontespizio delle 230 pagine della tesi una dedica: “A Chiara, che qualcuno ha voluto togliermi troppo presto”. Oggi fa pratica nello studio di un commercialista, si prepara a concorsi, a colloqui per il posto. Come ogni bravo ragazzo che ha completato gli studi, come ogni bravo figlio su cui i genitori hanno fatto ogni possibile investimento. Nicola Stasi è torre che non crolla. Anche quando l’emozione pare infiltrarsi nelle mura della fortezza e gli occhi, gli stessi occhi verde-azzurri del figlio, accennano a inumidirsi. “Non c’è giustizia. Mi chiedo anche se Dio esista. Non lo so”. I clienti del negozio di autoaccessori in via Tramia gli danno ragione. Dov’era Dio la mattina del 13 agosto di un anno fa, quel lunedì che fermò il tempo e i cuori di due famiglie? Nicola e la moglie Elisabetta erano al mare a Spotorno, tornarono precipitosamente, si ritrovarono nel tunnel.

“DA ALLORA non ho più fatto ferie. Poi è venuto tutto questo stress. In questi giorni è ripreso l’assedio dei giornalisti, delle telecamere. C’è gente che per una foto venderebbe sua madre. Ma perché? La gente è cattiva”. Ma quando parla di Alberto torna il combattente indomito. “Mio figlio è sereno. Si è laureato, come sapete benissimo. Fa pratica da un commercialista. Ha la fiducia dei genitori e ha quella degli amici. E’ importante”. La stretta di mano del congedo si trasforma in un abbraccio. Garlasco si avvia nell’afa verso il primo anniversario. Da piazza Repubblica, spartiacque fra chiesa e municipio, parrebbe sparita la gogna montata dove chi poteva portava il suo contributo di condanna e sberleffo per il fidanzato di Chiara. I cori del crucifige. I chiacchiericci dal parrucchiere e i bisbigli dall’estetista.

SUL DRAMMA hanno a lungo gracidato i corvi, singoli, in coppia, a gruppi. Per zittirli è sceso in campo il legale della famiglia di Marco Panzarasa. Marco, uno degli amici di Alberto Stasi, suo compagno in una vacanza di studio a Londra un mese prima del fattaccio, in camere separate e su piani diversi, divisi anche dai corsi d’inglese. Lettere anonime di insulti e minacce. Persino un paio di blog in Rete da dove uscivano i veleni di commenti diffamatori. Marco e Alberto sono stati compagni di classe al liceo scientifico di Mortara, poi hanno imboccato strade differenti all’università.
Le figurine rientrano nell’album decise a non uscirne più. Come Paola e Stefania Cappa, le gemelle cugine di Chiara. Dopo essere state protagoniste di un festivalino agostano che richiamò a Garlasco anche Fabrizio Corona, oggi aborrono pubblicità e media. “La nostra ferita – dice Paola – si riapre senza bisogno di ricorrenze. All’epoca siamo state sotto i riflettori, in un anno le cose cambiano”. “Chiara – echeggia Stefania – non c’è più. E’ la cosa da non dimenticare. L’abbiamo persa,quello che accadrà interessa la giustizia terrena. L’importante è che Chiara abbia giustizia divina”.

dall’inviato GABRIELE MORONI

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