Minacciate le amiche di Emanuela:”Per anni una vita nel terrore”

La madre di Raffaella Monzi, l´ultima ragazza che vide la Orlandi:
“Nessuno mostrò gli identikit a mia figlia”

Marino Bisso
«Gli identikit dei presunti rapitori non vennero mai mostrati a mia figlia nel corso degli innumerevoli interrogatori nonostante fosse stata l´ultima persona a vedere Emanuela Orlandi. Allora tutti pensavano alla pista del terrorismo internazionale e non a quella della malavita legata alla banda della Magliana. In ogni caso da quel giorno la vita di Raffaella non è stata più la stessa. Dovemmo andare via da Roma ma c´erano persone che hanno continuato a seguirci e a controllarci…». Ne è convinta la Carla Monzi, la madre di Raffaella che per ultima vide e dialogò con Emanuela quel pomeriggio del 22 giugno di 25 anni fa. Fu lei a riferire che Emanuela le aveva confidato di essere stata avvicinata da una persona e dell´offerta di lavorare per l´Avon per 375 mila lire al mese.
Dopo la scomparsa di Emanuela, lei come altre amiche e compagne della scuola di musica di piazza Apollinare frequentata dalla Orlandi ricevettero minacce. Erano le testimoni che videro i presunti rapitori della ragazza: in base alle loro descrizioni furono ricavati gli identikit divenuti fondamentali nelle nuove indagini sulla banda della Magliana e su Renatino De Pedis. «Eravamo tanto esasperati e spaventati che decidemmo di andare via da Roma e di trasferirci a Bolzano» racconta la madre di Raffaella. E fu allora che successe qualcosa che non è mai stato raccontato. «Raffaella fu seguita da un giovane biondino. Ogni volta ce lo trovavamo davanti e un giorno disse a Raffaella: “Vieni via con me, lascia i tuoi genitori…”. Fu un episodio che ci colpì anche se decidemmo di non darci peso pensando che fosse uno spasimante». Ma non fu l´unico. «Tornati a Roma, Raffaella mi raccontò che una persona la fotografava per strada. E un giorno ricevetti una telefonata: “Ho visto tua figlia sul treno: è bellissima. La voglio sposare”. Non ho mai saputo chi fosse e come avesse avuto il nostro numero di telefono. Di certo era una persona che controllava Raffaella. Per mia figlia è stato un incubo dal quale non si è più ripresa». (Espresso Local 30 giugno 2008)

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