La pista Orlandi porta a 5 delitti in fotocopia

di Gian Marco Chiocci

 C’è un filo rosso che lega la scomparsa di Emanuela Orlandi al destino di altre donne uccise a Roma nello stesso periodo. Un filo sottilissimo che ha ripreso corpo con le dichiarazioni dell’amante del boss Enrico De Pedis convergenti con le risultanze trovate dal giudice del processo alla Magliana, Otello Lupacchini, nel libro Dodici donne, un solo assassino redatto insieme allo scrittore Max Parisi. Le scoperte sono ora al vaglio degli inquirenti del caso Orlandi perché i riscontri cominciano a essere troppi. A cominciare da Mario Ilario Ponzi che rivendicò il sequestro di Emanuela chiedendo la liberazione di Ali Agca. Arrestato nel 1982 per una rapina che attirò l’attenzione del Papa, Ponzi venne rinchiuso nella cella proprio accanto a quella di Agca. Scarcerato sei mesi prima della sparizione di Emanuela, venne riarrestato nel 1985 perché considerato l’autore dei messaggi depistanti siglati «Turkesh». Fu giudicato un mitomane, anche se quei comunicati contenevano riferimenti che solo gli autori del sequestro (compreso il misterioso telefonista Mario) potevano sapere. A cominciare dai capelli di Emanuela, tagliati corti, dettaglio ribadito dalla superteste Sabrina Minardi. E dal collegamento con un’altra ragazza scomparsa nel nulla, Mirella Gregori, adescata con lo stesso trucco usato per la Orlandi (profumi Avon, sfilata con le Sorelle Fontana) visto che anche lei si occupava dei medesimi prodotti cosmetici. Questo personaggio risulta irreperibile ma vive a Londra, dove frequenta l’ambasciata italiana e un alto prelato cresciuto all’ombra di Marcinkus che lo avrebbe aiutato nella latitanza. Quando si trovava a Roma, Ponzi viveva in piazza Vescovio, dirimpetto il garage frequentato da illustri personaggi del processo alla Magliana e del delitto Calvi, garage nel quale il funzionario del Sisde, Giulio Gangi, rintracciò l’auto del sequestro descritta dal vigile urbano Sambuco, l’ultimo a vedere viva Emanuela. Lo 007 trovò anche la donna che aveva portato l’auto in officina: albergava presso il residence «Mallia» dove troverà la morte (con un colpo di pistola alla testa) anche la segretaria del criminologo Aldo Semerari, perito di fiducia della Magliana. L’incontro non andò bene, Gangi fu messo bruscamente alla porta e quando tornò in ufficio venne esautorato dalle indagini. Lo 007 non esclude che quella signora bionda fosse proprio la superteste Sabrina Mainardi, amante di De Pedis e moglie del calciatore Bruno Giordano, compagno di squadra dello stopper Arcadio Spinozzi citato a chissà quale titolo in uno criptico scritto del «Turkesh».

Secondo questa nuova pista, Emanuela non sarebbe stata uccisa da «Renatino» De Pedis bensì da uno o più serial killer collegati indirettamente alla Magliana che in quegli anni fecero fuori, con il medesimo modus operandi, almeno altre 11 ragazze. La Bandaccia probabilmente subentrò in seconda battuta nel sequestro. Sfruttò il clamore del caso accentuato dai ripetuti appelli del Papa per rientrare, attraverso lo Ior, dei 24 miliardi dati a Calvi (trovato impiccato a Londra): lo fece minacciando il Vaticano. Entrò nel rapimento Orlandi attraverso un noto faccendiere, amico di Diotallevi, proprietario di un negozio vicino al luogo in cui Emanuela fu vista l’ultima volta e del garage dove finì la Bmw Touring utilizzata per il rapimento. La ragazza, dunque, sarebbe stata assassinata da un uomo (o più di uno) che prima di lei aveva ucciso già un’altra ragazza e dopo ne eliminò altre dieci. La tredicesima vittima predestinata, oggi noto avvocato romano, sorella di un famosissimo attore, conferma d’esser stata attirata in una trappola uguale a quella tesa a Emanuela ed altre ragazze e scoperta dallo 007 del Sisde che ne ebbe conferma direttamente dalla casa di moda: «È vero – risposero negli uffici delle Sorelle Fontana – altre ragazze sono venute qui chiedendo spiegazioni su queste sfilate con profumi Avon. Ma nessuna sfilata c’è mai stata». Di lì a poco capitò che il Sisde convinse una giovane, contattata con le solite modalità, a reggere il gioco nell’appuntamento all’Eur. Venne fermato un ragazzo ma fu subito rilasciato perché non combaciava con la descrizione del vigile Sambuco. Poi si è scoperto che quello stesso ragazzo era in società con un amico del boss De Pedis che abitava nello stesso, minuscolo paese, del depistatore «turco» Mario Ilario Ponzi. Questo filo, con analoghe modalità, si dipana su dodici donne morte ammazzate a Roma tra il 7 aprile 1982 e il 7 agosto 1990 (l’ultima è Simonetta Cesaroni). Di queste, cinque avrebbero catturato l’attenzione degli inquirenti per determinate analogie sulla modalità di ricerca della preda e sull’esecuzione del delitto. La prima è Rosa Martucci, 20 anni, ritrovata sull’Appia Antica. A seguire Augusta Confaloni, poi Katy Skerl, Cinzia Travaglia, Marcella Giannitti. Tutte attirate in trappola e poi strangolate. Tutte rimaste senza colpevole.

IL GIORNALE 28 GIUGNO 2008

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