Caserta, segregata 18 anni: “Maria? E’ tanto che non si vede”

 

DALL’INVIATO Santa Maria Capua Vetere. All’angolo estremo di via Cormons, quello che affaccia sulla piazzetta e sulla chiesa, un capannello di uomini osserva le auto dei carabinieri. Non parlano, occhi bassi e pelle cotta dal sole della campagna. Non commentano, perché c’è poco da commentare. Li conoscevate, i Monaco? Uno solo risponde: «Brava gente, una delle famiglie migliori di Sant’Andrea». E la ragazza? Già, la ragazza Maria, quella che avevano visto per l’ultima volta quasi vent’anni fa. Malata di mente, ha detto il medico che l’ha visitata quando è stata liberata dai carabinieri. Ma era già ammalata, vent’anni fa? «Mai stata malata, non era pazza. Solo che quando è uscita incinta non l’ha vista più nessuno». E il padre del ragazzo? Una scrollata di spalle è la sola risposta.

 La madre di Maria, Annarosa Golino

A Sant’Andrea abita anche la famiglia di Enrico Di Monaco, un ragazzo di 17 anni ammazzato qualche anno fa. Lo zio passa, sa poco o nulla di Maria: «Erano anni che non la vedevo. Sapevo che dopo una delusione d’amore non era stata più tanto bene». Dopo la storia d’amore, dopo la nascita del figlio; prima, dicono tutti, Maria Monaco era stata una ragazza normale. Ed è un particolare, sostengono i carabinieri e il pm Antonio Ricci, che cambia sostanzialmente la storia, rafforzando l’ipotesi che la segregazione sia stata causata dalla gravidanza da nascondere a tutti i costi e non dalla malattia mentale, probabilmente causata o aggravata dal sequestro, della giovane donna. Anche sulla malattia c’è molto da scoprire. La patologia è stata certificata e ha consentito alla famiglia Monaco di incassare pensione di invalidità e sussidio di accompagnamento. Ma chi è il medico che ha visitato Maria e non si è accorto delle condizioni disumane in cui era costretta a vivere? O, peggio, che ha visto e non ha denunciato? r.cap.

Segregata in casa per diciotto anni

    
DALL’INVIATO ROSARIA CAPACCHIONE Santa Maria Capua Vetere. L’odore di chiuso e di orina prende alla gola appena il portone di ferro viene spalancato. Aumenta d’intensità man mano che ci si avvicina alla casa – intonaco giallo rifatto di recente, vasi di fiori sul ballatoio, panni stesi sulla corda – una comune casa contadina. E soffoca quando si varca il cancelletto verde, forzato poco prima dai carabinieri. Un corridoio di lenzuola umide e sporche, lenzuola di canapa con la elle ricamata a punto pieno, indica la strada per la stanza dell’orrore, la camera spoglia e lercia che per diciotto anni è stata la prigione di Maria. Non aveva ancora trent’anni quando vi fu rinchiusa. L’hanno portata via a forza i carabinieri, all’ora di pranzo di ieri, su una barella di fortuna servita ad accompagnarla fino all’ambulanza e poi al policlinico, a Napoli. Di Maria Monaco, quella che era stata una bella ragazza bruna cresciuta oltre il portone di ferro di via Cormons, era rimasto ben poco: il volto gonfio e tumefatto, il corpo sformato coperto a stento da una camiciola verde-blu, lo sguardo vitreo e assente, una peluria fitta e scura su tutto il viso. Reclusa per diciott’anni, sequestrata in casa per nascondere la vergogna di una gravidanza fuori del matrimonio e forse anche un’altra vergogna tutta familiare. Liberata per caso, quando una delle persone – tutta la contrada contadina di Sant’Andrea – che conoscevano il segreto della famiglia Monaco ha avvertito i carabinieri, che sono andati a controllare se la voce anonima aveva detto il vero. Era vero, com’era vera la cantina blindata di Amstetten. Come Elisabeth Fritzl, anche Maria Monaco era prigioniera dei suoi parenti, ridotta alla demenza e a un’esistenza bestiale: una branda sfasciata come letto, brandelli di lenzuola sporche di feci e di sangue, una scodella di alluminio per il pranzo e la cena. Come se fosse un cane. «Quando siamo entrati – racconta, ancora sconvolto, il capitano Carmine Rosciano – ci ha accolto con un suono simile a un ululato, un urlo disumano». Una sedia al posto del comodino, un orinatoio di plastica bianca accostato alla parete, un altro letto – vecchio e sformato ma con la biancheria fresca di bucato – accanto al giaciglio di Maria. Era là che dormiva la sua carceriera, la madre Anna Rosa Golino, 80 anni e il pugno di ferro, la donna che ha deciso la sorte dei suoi tre figli. Che non ha battuto ciglio quando i carabinieri hanno fatto irruzione nella sua casa, quando hanno portato via Maria, quando hanno scattato le foto all’orrido sgabuzzino adibito a bagno privato: diciott’anni di immondizia accumulata sul lavandino, sul pavimento, nel water. Oltre il ballatoio, nell’ala «nobile» del fabbricato, protetta da una porta blindata che fa a cazzotti con i vecchi infissi di legno del resto della casa, vivono la sorella, il fratello e il figlio – non ancora diciottenne – di Maria Monaco. Michelina, 51 anni, fa l’insegnante alla scuola materma di San Tammaro. Quando le è stato chiesto di seguire i carabinieri in caserma, è andata a indossare il vestito buono, gli orecchini della festa, l’orologio di valore. «Non voleva curarsi, mia sorella non voleva curarsi», solo questo ha detto. Prisco, 45 anni, è agricoltore come lo era stato il padre, morto nell’85. In caserma c’è andato con la sua auto, assieme alla madre. Ne sono usciti insieme, tutti e tre, mentre l’Italia giocava la sua partita: Anna Rosa ai domiciliari, gli altri due in carcere, accusati di sequestro di persona e maltrattamenti aggravati. Forse anche di altro. Sono loro ad aver incassato, per anni, la pensione di invalidità e il sussidio di accompagnamento. «Se ne andavano tutti in sigarette, non abbiamo preso niente», solo questo hanno saputo dire. Per Maria neppure una parola.

 Il Mattino 14 giugno 2008

 

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