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Il giornale della casa di cura

pag. 1 Santa Rita

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In Italia, ogni anno, muoiono per infezioni contratte durante il ricovero circa 7000 malati, numero paragonabile a quello degli incidenti stradali, con un costo sociale di almeno 100 milioni di euro. La percentuale delle infezioni nosocomiali è fissa intorno al 6,7% dei ricoveri, con un prolungamento medio della degenza di 5 giornate per episodio.

Questi i dati allarmanti di un fenomeno che dai tempi di Semmelweis miete vittime nelle corsie degli ospedali a causa di un nemico tanto subdolo quanto micidiale:le infezioni ospedaliere.

E’ il 1846 e la Clinica Ostetrica di Vienna è tristemente nota per l’epidemia di febbri puerperali che uccidono le giovani madri colà recatesi per partorire. Un giovane medico ungherese, Ignacz Philipp Semmelweis (1818-1865), ha la brillante intuizione di invitare i medici tirocinanti a lavarsi le mani con del cloruro di calce

prima di visitare le partorienti. Era infatti usanza che i giovani medici passassero direttamente dal Teatro Anatomico della clinica universitaria (dove imparavano l’anatomia umana sui cadaveri)alla Sala Parto, infettando con mortiferi germi le donne gravide.

La salvifica intuizione del giovane Semmelweis (poi magistralmente narrata da Louis-Ferdinand Celine nella sua tesi di laurea, nonché suo primo romanzo “Il dottor Semmelweis”) costò al giovane medico ungherese l’isolamento, la carriera e la vita, in un’amara storia

di genio e di invidie professionali.

La Direzione Sanitaria della Santa Rita, congiuntamente

all’Ufficio Infermieristico, hanno sempre avuto ben chiara

la necessità di proteggere i propri pazienti dal rischio di contrarre un’infezione durante un momento così delicato quale è il ricovero.

A tal proposito, esiste già da alcuni anni un CIO (Comitato per la lotta alle Infezioni Ospedaliere), organo della Direzione Sanitaria composto da medici e infermieri, appositamente istituito per la sorveglianza e la prevenzione delle infezioni ospedaliere,

costantemente impegnato a programmare efficaci strategie

di controllo degli eventi infettivi correlati al ricovero, tra cui:sistemi di sorveglianza epidemiologica “attiva”, basati cioè sulla

conduzione periodica di indagini volte all’individuazione di quei fattori di rischio in grado di provocare infezioni a carico delle vie urinarie in pazienti portatori di catetere vescicale, setticemie

in pazienti portatori di Catetere Venoso Centrale, infezioni delle ferite chirurgiche nei pazienti operati;

sistemi di sorveglianza epidemiologica “passiva”, fondati

sul controllo sistematico delle segnalazioni alle Autorità sanitarie dei casi di malattie infettive diagnosticate in Pronto Soccorso

e nei reparti di degenza, con il fine di prevenire l’insorgenza di epidemie ospedaliere oltre che di tutelare il personale sanitario operante all’interno della struttura; controllo del rispetto delle Linee Guida internazionali sulla profilassi antibiotica pre-operatoria (l’infezione della ferita chirurgica comporta fino al 20% del totale delle infezioni

ospedaliere e la profilassi antibiotica è uno degli elementi ritenuti più importanti nel ridurne l’incidenza);

Attualità di Semmelweiss

La prevenzione

delle infezioni ospedaliere

Gianluca Merlano

Direzione Sanitaria

gianluca.merlano@casadicura-santarita.it

introduzione di nuovi approcci valutativi del rischio

di infezioni correlato alle procedure infermieristiche più diffuse (il cateterismo urinario, per esempio) secondo l’approccio dell’HACCP

(Hazard Analysis and Critical Control Points), sistema

di auto-valutazione sviluppato dall’ente spaziale americano (NASA)per garantire la sicurezza alimentare nei programmi spaziali, ove l’insorgenza di una epidemia di tossinfezione alimentare tra i cosmonauti avrebbe effetti catastrofici per la missione.

Questo metodo, partendo dal presupposto che non tutte le fasi in cui è possibile suddividere una procedura assistenziale sono ugualmente cruciali ed indifferibili per la trasmissione dei germi al paziente, consente di isolare e sottoporre a controllo solamente quelle ad alta criticità rendendo più veloce e sicura la procedura

medesima;campagna di sensibilizzazione del personale sanitario sull’efficacia e sull’importanza di una corretta igiene delle mani tramite la diffusione di un opuscolo e l’affissione (in tutte le postazioni mediche ed infermieristiche) di un poster a colori che richiami costantemente l’attenzione degli operatori su questa

pratica igienica tanto antica quanto ancora oggi fondamentale per la prevenzione della trasmissione delle infezioni;

istituzione di un “Registro delle Cataratte”, per monitorare l’insorgenza di eventuali endoftalmiti post-chirurgiche nei pazienti operati di cataratta.

Tutte queste sono le misure adottate dal CIO della Santa Rita per proteggere i propri malati dal più temibile quanto subdolo avversario, capace di compromettere l’esito del più brillante intervento, portare a morte un paziente che versa in condizionicritiche, infettare una ferita chirurgica in via di guarigione.

Ecco perché la guardia non va mai abbassata e sempre nuovi mezzi di lotta e di sorveglianza devono essere, ogni giorno, progettati e sperimentati. Per quanto riguarda Semmelweis, 15 anni dopo la sua morte, avvenuta in un manicomio a soli 47 anni, gli venne

intitolata la Clinica Ostetrica di Vienna ed eretto un monumento a Budapest, tardivo quanto beffardo tributo a colui che, scoprendo l’origine della febbre puerperale, mise a punto la tecnica dell’asepsi,

tanto importante per il progresso della medicina e della chirurgia moderna.

Semmelweiss e la diminuzione della mortalità materna con il lavaggio delle mani

PROSPETTIVE FUTURE

Il paziente affetto da aritmia e scompenso cardiaco deve

ricevere un trattamento il più possibile completo

e garantito da reparti ad elevata specializzazione.

Un Centro di Aritmologia non solo deve garantire tutte

le possibilità diagnostiche e terapeutiche più avanzate,

ma soprattutto deve risiedere all’interno di un Reparto

di Cardiologia ed Emodinamica. L’elettrofisiologo deve cioè

lavorare in stretta collaborazione con gli altri settori

della cardiologia clinica ed interventistica in modo

da poter far fronte a 360 gradi alle esigenze cliniche imposte dall’assistenza a questo tipo di pazienti.

La cura delle aritmie dello scompenso cardiaco

Per “aritmia” si intende qualsiasi disturbo del normale ritmo cardiaco, comunemente descritto dai pazienti come una sensazione “di batticuore”. Il cuore, infatti, deve mantenere una frequenza cardiaca adeguata alle condizioni di attività dell’individuo.

Quando la frequenza cardiaca è troppo elevata si parla

di tachicardia, se invece è troppo bassa si parla di bradicardia.

Alcune aritmie sono idiopatiche, avvengono cioè in persone

col cuore sano, e sono quelle più diffuse tra i giovani.

Altre invece sono secondarie ad un’altra patologia cardiaca (in genere un infarto miocardico), una cardiomiopatia o una valvulopatia. L’importanza clinica di un’aritmia dipende principalmente dalla tipologia di aritmia e dalla presenza o meno di un’altra cardiopatia organica.

Vi sono aritmie che rappresentano solamente un disturbo

della qualità della vita, e altre che possono essere potenzialmente letali. Le moderne tecniche di intervento dell’Aritmologia moderna comprendono lo Studio elettrofisiologico e l’ablazione transcatetere,

l’impianto di defibrillatori e di pacemaker cardiaci.

Studio Elettrofisiologico ed Ablazione Transcatetere.

La metodica base della moderna Aritmologia è lo studio

elettrofisiologico endocavitario, che consente di effettuare l’analisi delle caratteristiche del battito cardiaco direttamente dall’interno del cuore, mediante sonde (elettrocateteri) collocate, in anestesia

locale, attraverso una o più vene periferiche in modo totalmente indolore per il paziente. Lo studio può essere quindi seguito dalla riproduzione di una vera e propria mappa elettrica della propagazione dell’impulso cardiaco durante l’aritmia e, se indicato, dall’ablazione transcatetere, che consiste nella distruzione delle cellule cardiache responsabili dell’aritmia,

ottenuta anch’essa in modo indolore riscaldando la punta

di una sonda mediante una radiofrequenza.

Da quando questa pratica è stata introdotta sono stati compiuti grandi progressi nel renderla affidabile, efficace e sicura, tanto che la maggior parte delle aritmie possono oggi essere guarite,anziché con farmaci assunti quotidianamente per anni, con un solo

intervento che richiede appena 2 giorni di ricovero in Ospedale.

Un discorso a parte merita poi la fibrillazione atriale, che provoca un battito completamente irregolare e caotico delle camere cardiache, oltrechè rischi di ictus cerebrale e scompenso cardiaco.

Nei casi refrattari alla terapia farmacologica, si può ricorrere ad una metodica di ablazione che consiste nell’isolamento elettrico delle strutture cardiache responsabili della fibrillazione stessa.

I risultati conseguiti finora ci consentono di prevedere

un ampliamento nell’utilizzo di questa metodica in pazienti con fibrillazione atriale adeguatamente selezionati sulla base

delle caratteristiche cliniche.

Per quanto riguarda le aritmie ventricolari, infine, l’ablazione transcatetere rappresenta la terapia di prima scelta nella maggior parte dei pazienti con tachicardie ventricolari idiopatiche, nei quali le percentuali di successo sono elevate.

Nei casi di tachicardie ventricolari secondarie ad una cardiopatia infartuale o ad una cardiomiopatia, invece, l’ablazione può essere indicata solo in una percentuale ristretta di pazienti (un 20% circa)mentre la maggior parte dei pazienti viene trattata mediante l’impianto di “defibrillatori automatici”.

Massimo Mantica

Responsabile Servizio di Elettrofisiologia

massimo.mantica@casadicura-santarita.it

Defibrillatori e Pacemaker cardiaci.

L’impiego dei defibrillatori automatici impiantabili ha determinato

un miglioramento significativo della terapia e della prognosi dello scompenso cardiaco nonché delle aritmie ventricolari maligne.

L’apparecchio, di piccole dimensioni, viene collocato (in anestesia locale) nella regione pettorale con una tecnica d’impianto simile a quella di un comune pacemaker. Esso è così in grado di monitorizzare continuamente il ritmo cardiaco, intervenendo in caso di arresto cardiaco, e ripristinando il battito regolare così da salvare il malato da morte improvvisa, un evento purtroppo più frequente di quanto non si pensi.

Può inoltre interrompere le tachicardie ventricolari più lente,ed agire infine come un normale pacemaker, in caso di bradicardia.

E’ stato dimostrato da numerosi studi clinici che l’efficacia terapeutica di questo strumento nel prevenire la morte cardiaca improvvisa e nel prolungare la sopravvivenza dei malati affetti da tachiaritmie ventricolari maligne è superiore a quella delle altre

modalità terapeutiche disponibili. La novità principale in questo settore è l’attuale disponibilità dei defibrillatori bi-ventricolari che hanno la capacità di stimolare in modo sincrono le due camere atriali e le due camere ventricolari. Questa nuova modalità di stimolazione viene sfruttata nei pazienti affetti da scompenso cardiaco avanzato refrattari al trattamento farmacologico,con disturbi di conduzione tali da determinare una de-sincronizzazione della contrazione ventricolare.

Gli studi clinici finora effettuati hanno dimostrato un miglioramento sia clinico che delle capacità funzionali di questi pazienti,grazie al ripristino di una coordinata sequenza di contrazione ventricolare e, recentemente, anche di un miglioramento

della sopravvivenza a lungo termine.

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Nuove tecnologie

per la diagnosi precoce

delle patologie intestinali

Negli ultimi anni sono stati fatti enormi progressi nel campo

dell’endoscopia digestiva. Gli endoscopi dei primi anni ‘80 (a visione

diretta) sono stati sostituiti da endoscopi dell’ultima generazione,

dotati di monitor ultrapiatti ad alta definizione e, nel caso di quelli

acquistati recentemente dalla nostra struttura, provvisti

di un complesso sistema di lenti in grado di amplificare l’immagine

di ben 150 volte. Questa elevata capacità di ingrandimento

(“magnificazione” in gergo tecnico), unitamente all’utilizzo

di specifiche colorazioni sopravitali (cromo-endoscopia) consentono

al medico di riconoscere e definire nel modo più preciso le lesioni

della mucosa gastrica ed intestinale ad uno stadio iniziale

consentendoci spesso di rimuoverle completamente già nel corso

dell’esame endoscopico senza dovere ricorrere al bisturi del chirurgo.

Seguendo l’esperienza degli endoscopisti giapponesi, veri pionieri

e maestri in questo campo, si sono ormai diffuse procedure

impensabili fino a pochi anni fa, quali le “mucosectomie”

e la “dissezione sottomucosa”, entrambi interventi aventi come

scopo l’asportazione radicale, se possibile in blocco unico, di lesioni

anche tumorali in stadio precoce.

Per consentire simili procedure sono stati brevettati molti dispositivi

che consentono l’escissione locale di polipi sia benigni che maligni

tramite la dissezione degli strati più profondi della tonaca

mucosa realizzando a tutti gli effetti un intervento chirurgico privo

di incisione cutanea.

Per quanto concerne la compliance dell’esame, va detto che

la sedazione del paziente non viene tuttora applicata

routinariamente e con le medesime modalità in tutti gli ospedali

e questo è fonte di grave disagio per i malati. Nel nostro caso

invece, tutti coloro che vengono sottoposti ad esame endoscopico,

sia del tratto digestivo superiore che inferiore, vengono

sottoposti, previo consenso, a sedo-analgesia. Questa pratica,

applicata in ambito ambulatoriale e con paziente monitorizzato,

prevede la somministrazione di un analgesico a rapida eliminazione

unitamente a piccoli quantitativi di un sedativo che induce solo

un pò di sonnolenza: la rapidità dell’effetto analgesico e la sua

efficacia consentono di eseguire l’esame con il paziente in sedazione

ma perfettamente cosciente, mentre la rapidita’ di eliminazione

del farmaco impiegato offre la possibilità di tornare a casa

poco dopo.

Paolo Beretta

Responsabile Servizio di Endoscopia

paolo.beretta@casadicura-santarita.it

L’eco-endoscopia ci consente di studiare le patologie dell’apparato

gastroenterico tramite una sonda ecografica introdotta all’interno

del tubo digerente in stretta prossimità con le strutture e gli organi

che occorre studiare, effettuando sia biopsie mirate che trattamenti

terapeutici.

Che dire poi della videocapsula, una vera e propria “navicella” che

una volta attivata e ingerita è in grado di fotografare le pareti

del tubo digerente? Le immagini digitali trasmesse in tempo reale

ad un sistema ricevente e riprodotte in sequenza ricostruiscono

il “viaggio” della videocapsula lungo l’intestino tenue

consentendoci di rilevare lesioni che fino a pochi anni fa non erano

nemmeno lontanamente identificabili e che richiedevano

l’esplorazione chirurgica del piccolo intestino, talvolta con resezioni

massive addirittura “alla cieca”. Certo la videocapsula non sarà

mai un’alternativa alla gastro o alla colonscopia: le indicazioni

infatti restano limitate allo studio del piccolo intestino (tenue).

Come si evince da questa breve ma suggestiva carrellata,

l’endoscopia digestiva un tempo esclusivamente diagnostica e quasi

ancillare alla chirurgia ha conquistato oggi una propria autonomia,

contendendo alla chirurgia addominale ed oncologica medesime

sempre più ampi territori diagnostici e terapeutici.

Ileo normale

Giunzione

esofago-gastrica

Attualità nella terapia

del tumore del colon retto

Emilio Galli

Responsabile UO Chirurgia Generale

Michele Crespi Chirurgia Generale

emilio.galli@casadicura-santarita.it

L’interessamento del meso-retto rilevato con esami diagnostici

pre-operatori può inoltre guidare il malato verso interventi più

articolati quali la radio/chemioterapia pre-operatoria (detta anche

neoadiuvante) il cui scopo è quello di ridurre la massa del tumore

riducendo la diffusione metastatica per consentire in un secondo

tempo la massima radicalità chirurgica con la conservazione

della funzione defecatoria.

L’intervento di TME (Total Mesorectal Excision – asportazione totale

del meso-retto) viene oggi considerato il momento fondamentale

dell’intervento resettivo, in quanto l’analisi anatomo-patologica

di questa struttura condiziona la condotta terapeutica

post-chirugica nonchè la prognosi.

E’ il caso, infine, di ricordare il ruolo determinante dell’oncologia

medica che, grazie a farmaci sempre più attivi e meno tossici,

è in grado di offrire trattamenti pre e post-operatori tali da favorire

e consolidare il lavoro dei chirurghi.

La chirurgia moderna del cancro del colon-retto è oggi una chirurgia

che rispetta il più possibile la conservazione dell’integrità fisica

del malato senza rinunciare alla radicalità e alla sicurezza

dell’intervento; infatti solo in pochi casi è necessario ricorrere

all’intervento di Miles al quale va comunque riconosciuto il grande

merito di aver aperto la strada per la cura di una malattia fino

a poco tempo fa considerata incurabile.

Il tumore maligno del colon-retto, tra le malattie neoplastiche

che colpiscono l’apparato digerente è, in assoluto, una delle più

frequenti con circa 30.000 casi diagnosticati ogni anno in Italia,

di cui 20.000 al colon e 10.000 al retto.

Dal punto di vista epidemiologico, è sul terreno della prevenzione

che si gioca la partita più importante, promuovendo stili di vita

e alimentari considerati “protettivi” nei confronti di questa forma

tumorale maligna (prevenzione primaria) e interventi di diagnostica

precoci (prevenzione secondaria) quali la ricerca del sangue occulto

nelle feci e gli accertamenti endoscopici (colonscopia) nei soggetti

risultati positivi al test.

Dal punto di vista della terapia, se per i tumori del colon

(ascendente, trasverso e discendente) l’intervento di asportazione

costituisce ancora oggi il trattamento di elezione, per il tumore

del retto l’unica possibilità terapeutica consisteva nell’intervento

di Miles, cioè l’asportazione totale del retto e il confezionamento

di una colostomia permanente (stomizzazione). Tale esito viene

da sempre considerato dal malato una vera e propria maledizione,

in quanto, violandone l’integrità somatica sconvolge in modo

irreparabile la qualità della vita obbligando il paziente ad un difficile

percorso assistenziale, a pratiche assai fastidiose e, spesso,

conducendolo alla emarginazione.

I chirurghi, pur riconoscendo all’operazione di Miles

le caratteristiche di radicalità necessarie ad un intervento salvavita

hanno concentrato i loro sforzi nello studio della neurofisiologia

della pelvi al fine di giungere alla migliore delimitazione della linea

di confine tra radicalità oncologica e conservazione

anatomo-chirurgica delle delicate strutture nervose che presiedono

alla funzione degli organi pelvici, nonché della defecazione.

Infatti, dal punto di vista diagnostico si sa come una diagnosi

il più possibile localizzata, ottenibile mediante ecografia

addominale, TAC toraco-addominale, eco-endoscopia e, soprattutto,

la Risonanza Magnetica Nucleare (RMN) fornisca i dati più precisi

e dettagliati sul grado di infiltrazione dei tessuti adiacenti

al tumore, ed in particolare del “meso-retto”, che è una sorta

di «imballaggio» del retto costituito da tessuto adiposo in cui

decorrono vasi sanguigni, linfatici e linfonodi che, drenando la linfa

proveniente dal viscere rappresentano il primo filtro per le cellule

tumorali che si distaccano dalla massa neoplastica tendendo

poi a diffondere nell’intero organismo sotto forma di metastasi.

FOTOGRAMMI DELL’INTESTINO TENUE

OTTENUTI CON LA VIDEOCAPSULA

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Prevenzione e chirurgia

del tumore della mammella

Il tumore della mammella femminile rappresenta ancora oggi

la neoplasia maligna di più frequente riscontro tra le donne

e costituisce la prima causa di morte per patologia oncologica

e la seconda in generale. Ogni anno, in Italia, vengono descritti circa

32000 nuovi casi, con circa 11000 decessi.

L’incidenza è andata costantemente aumentando negli ultimi 50

anni tanto che, oggi, il rischio di sviluppare un carcinoma mammario

nell’arco della vita di una donna è di una ogni dieci.

La precocità della diagnosi, grazie ad efficaci programmi

di screening, ha prolungato di molto la sopravvivenza delle donne

affette tanto da poter parlare, anche se impropriamente,

di guarigione. In ambito di prevenzione secondaria, l’esame

più indicato è la mammografia da effettuarsi in prima istanza a 40

anni, quindi ogni 18-24 mesi fino ai 45 anni ed ogni 12 mesi oltre

i 45; in caso di presenza di uno dei fattori di rischio (obesità,

menarca precoce, menopausa tardiva, assunzione prolungata

di estrogeni, esposizione a radiazioni ionizzanti e, in particolare,

famigliarità positiva per carcinoma mammario) la prima

mammografia può essere anticipata addirittura a 35 anni

con controlli successivi a cadenza annuale.

L’ecografia mammaria costituisce invece un esame per lo studio

della patologia benigna e solo di completamento per quella

oncologica, dove, in caso di ulteriore dubbio diagnostico deve essere

eseguita la RMN (Risonanza Magnetica Nucleare) della mammella.

Infine non bisogna dimenticare che la prevenzione secondaria

(diagnosi precoce) prevede sempre anche l’apprendimento, da parte

della donna, della pratica della auto-palpazione.

In caso di sospetto di neoplasia mammaria non esiste un vera

e propria stadiazione pre-operatoria poichè l’asportazione del

nodulo sospetto viene effettuata sempre e comunque (pure in stadio

avanzato) e questa prassi è ormai unanimemente accettata

e condivisa da tutte le Scuole oncologiche più prestigiose (la nostra

Unità Operativa di Chirurgia Toracica opera in stretta collaborazione

con diversi Centri di Prevenzione e Diagnosi Precoce del Tumore

della Mammella afferenti alla Lega Italiana per la lotta contro

i Tumori, di cui costituisce un centro di riferimento chirurgico).

La stadiazione (staging) può quindi definirsi “completa” solamente

dopo l’effettuazione di una radiografia del torace, un’ecografia

dell’addome, una scintigrafia ossea e la rilevazione dei markers

neoplastici CA 15-3, CA 125 e CEA.

Presso il nostro reparto di Chirurgia Toracica la chirurgia del tumore

del seno prevede tutte le tecniche più “conservative” (secondo

quanto previsto dalle linee guida internazionali) ed il tipo

di trattamento viene scelto in base alla precocità della diagnosi

medesima. L’indicazione all’intervento viene posta sulla base

dell’esistenza della malattia iniziale, di eventuali trattamenti

terapeutici integrati (chemioterapia neo-adiuvante a scopo

citoriduttivo) e sulla base del risultato dell’esame

anatomo-patologico della neoplasia.

L’intervento di “quadrantectomia” viene eseguito in tutte

le neoplasie monofocali con dimensioni compatibili con l’intervento

conservativo (tumori infiltranti, carcinomi in situ e dopo

trattamento neoadiuvante con riduzione della lesione) mentre,

in percentuali minori, viene effettuata la “mastectomia”

limitatamente ai casi monofocali di dimensioni non compatibili

con una quadrantectomia conservativa ed ai casi multifocali (anche

in situ in cui il rischio che la malattia sia diffusa a tutta

la mammella è molto elevato).

Pier Paolo Brega Massone

Responsabile UO Chirurgia Toracica

paolo.bregamassone@casadicura-santarita.it

Il nostro indirizzo terapeutico prevede, in prima istanza, la radicalità

oncologica ma sempre con un occhio di riguardo anche all’aspetto

estetico della cura (incisione di piccole dimensioni, ricostruzione

ghiandolare precisa, sutura cutanea intradermica con fili assorbibili),

elemento particolarmente importante per la donna stessa che

non deve sentirsi “menomata” da tale intervento, che resta

comunque un intervento salvavita. La quadrantectomia

della mammella, infatti, prevede l’asportazione del tumore insieme

ad una porzione di mammella limitrofa permettendo alla paziente

di conservare il seno. A questo intervento, in caso di neoplasia

infiltrante o in situ, va sempre associata la radioterapia

postoperatoria per la bonifica di eventuali microfocolai di malattia

residua. Anche nel caso dell’effettuazione di una mastectomia viene

utilizzata la tecnica “skin-sparing” associata al posizionamento

dell’espansore mammario in collaborazione con il chirurgo plastico.

Tale tecnica prevede il risparmio massimo possibile della cute

(quando ovviamente oncologicamente sicuro) favorendo

una migliore riespansione con la possibilità di posizionare

una protesi di volume simile all’altra mammella. Per quanto

concerne il trattamento dei linfonodi regionali, viene eseguita

la tecnica mini-invasiva del “linfonodo sentinella” solamente

in presenza di neoplasia mammaria di piccole dimensioni (anche

se va tenuto presente il rischio di “skip-lesion” cioè di possibili salti

di livello linfonodale), mentre negli altri casi si utilizza

la dissezione linfonodale ascellare radicale per una più sicura

completezza diagnostica. La nostra tecnica prevede comunque,

in tale caso, un’incisione verticale in regione ascellare di piccole

dimensioni con ottimo risultato estetico. A completamento

diagnostico per la decisione terapeutica definitiva

postchirurgica vengono eseguiti, presso la nostra struttura, anche

le indagini immunoistochimiche che ci permettono di valutare

le caratteristiche della malattia e quantificare la velocità di crescita.

Oggi infatti il trattamento chemioterapico post-intervento viene

effettuato non solo in caso di positività linfonodale ma anche

nel caso in cui i linfonodi risultino negativi ma le indagini

immunoistochimiche siano significative per un trend di replicazione

elevato. Al termine del trattamento completo (chirurgia + eventuale

chemioterapia + radioterapia) le pazienti con positività recettoriale

(per estrogeno e/o progesterone) completano la cura con la terapia

ormonale per 5 anni. Tutte le nostre pazienti vengono poi seguite

presso il nostro ambulatorio di Chirurgia Toracica per un follow-up

che deve essere doverosamente continuo. I controlli avvengono

a 4-6 mesi fino ai 5 anni e successivamente ogni 12 mesi.

Sono pure previsti, in base allo stadio della malattia, esami

diagnostici per monitorare la malattia a livello mammario

e a distanza (per l’eventuale comparsa di metastasi a polmoni,

fegato e ossa in particolare).

Tali esami comprendono una radiografia del torace, un’ecografia

addominale e la scintigrafia ossea ma, in casi particolari, anche

una TAC encefalo-torace-addome e/o la PET “total body”.

La mammografia viene effettuata ogni 12 mesi ed, in casi

particolari, può venire prescritta un’ecografia mammaria a distanza

di sei mesi dalla prevista mammografia

Esito a 30 giorni di ricostruzione mammaria (parenchimale autologa)

successiva ad intervento di quadrantectomia, con conservazione

delle dimensioni pre-intervento e della simmetricità delle mammelle.

Il trattamento dei linfedemi

I linfedemi si suddividono in primari, cioè dovuti ad una serie

di malformazioni congenite dei vasi linfatici e in linfedemi secondari

determinati da traumatismi o da postumi di interventi chirurgici,

questi ultimi con una più alta incidenza rispetto ai precedenti.

I linfedemi secondari si riscontrano più di frequente a seguito

di interventi di chirurgia oncologica (soprattutto mammaria)

quando, oltre alla massa tumorale vengano asportati pure i linfonodi

drenanti la zona interessata. Inoltre, il sovrappeso, la scarsa attività

fisica e gli sforzi eccessivi possono sempre peggiorare il quadro

dei linfedemi, di qualsiasi natura essi siano.

Un esempio classico, ad esempio, è il linfedema dell’arto superiore

che compare nelle donne operate per mastectomia

o quadrantectomia per il tumore maligno del seno, quando,

per una metastatizzazione linfonodale prossimale si sia resa

indispensabile l’asportazione parziale, o anche totale, dei linfonodi

del cavo ascellare.

Purtroppo non esiste, a tutt’oggi, una terapia farmacologica

risolutiva dei linfedemi; l’approccio più efficace per il linfedema

consiste in un trattamento riabilitativo multidisciplinare denominato

“trattamento decongestionante complesso” così come è stato

definito già dal 1996 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità

(OMS). Le pazienti che si rivolgono a noi per trattare i linfedemi

vengono sottoposte al “trattamento decongestionante complesso”

durante un ricovero breve all’interno del day hospital

flebo-linfologico.

L’equipe di flebo-linfologia è un gruppo multidisciplinare composto

da chirurghi vascolari, fisiatri, fisioterapisti ed infermieri.

Il chirurgo vascolare si occupa dell’inquadramento diagnostico

del paziente e dell’eventuale indicazione al trattamento, mentre

il fisiatra effettua una valutazione funzionale ed imposta

il programma fisioterapico.

Luisella Troyer Ambulatorio di Flebolinfologia

Laura Brignole UO Riabilitazione

luisella.troyer@casadicura-santarita.it

misurazioni centimetriche e volumetriche: rilevazione pre

e post-trattamento della dimensione dell’arto;

rilevamento fotografico: vengono eseguite fotografie pre

e post-trattamento per oggettivare i miglioramenti;

igiene e detersione della cute: con sostanze detergenti, idratanti

e lenitive;

trattamento linfodrenante manuale: trattamento

massofisioterapico secondo il decorso delle vie linfatiche,

della durata di circa un’ora;

bendaggio multistrato a corta estensibilità: viene applicato

un bendaggio consistente di 5 strati sovrapposti di 5 materiali

diversi da mantenere per 24 ore;

esercizio isotonico ad arto bendato: il paziente viene invitato

in palestra per seguire un protocollo specifico di esercizi attivi

assistiti con eventuale impiego di macchine come cyclette o tapis

roulant;

eventuale prescrizione di tutori: al paziente verrà eventualmente

prescritto l’utilizzo di tutori elastici personalizzati con lo scopo

di mantenere nel tempo i risultati ottenuti.

Il Servizio di Flebolinfologia della Santa Rita grazie

alla competenza ed alla professionalità della sua equipe

è diventato oggi, per i medici di medicina generale

e per i loro pazienti, un punto di riferimento nel trattamento

di questo invalidante quanto frequente postumo della chirurgia

oncologica.

Il trattamento decongestionante complesso prevede infatti:

I nostri telefoni utili:

Centralino

02 2393 1

Portineria e consegna referti

Via Jommelli, 2

02 2393 2501

Pronto Soccorso

Via Jommelli, 13

02 2393 3030

Prenotazioni di visite ed esami

ambulatoriali (CUP)

Con il SSN

02 2393 3011

A pagamento

02 2393 2041

Disdetta prenotazioni

ambulatoriali

02 2393 2211

Prenotazione ricoveri

02 2393 4003

Ufficio Relazioni con i

il Pubblico (URP)

02 2393 2222

Santa Rita Notizie

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Dott. Maurizio Sampietro

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n° 206 del 24.03.2003

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Istituto Clinico Santa Rita

Via Jommelli, 17

20131 Milano

Notizie in breve

Elettrofisiologia

Da poche settimane, l’UO di Cardiologia si è arricchita di una esperta equipe di medici Aritmologi, guidata dal dott. Massimo Mantica. Il nuovo Servizio di Aritmologia ed Elettrofisiologia clinica della Santa Rita è esperto nella diagnosi e nel trattamento di tutte le aritmie cardiache (dalle tachicardie alla fibrillazione atriale,

dal flutter alla sindrome di Wolff-Parkinson-White)

e dello scompenso cardiaco tramite: studi elettrofisiologici, ablazioni transcatetere, impianto di elettrostimolatori cardiaci e defibrillatori.

Tutte le procedure vengono effettuate con tecniche

mini-invasive, attraverso sondini (cateteri) che raggiungono il cuore per via percutanea.

Onde d’urto nella cura della malattia di La Peyronie

L’UO di Urologia della Santa Rita è tra i pochissimi Centri in Lombardia ad utilizzare un nuovo approccio “non invasivo” e praticamente privo di effetti collaterali, nella cura della malattia di La Peyronie (induratio penis plastica), la patologia fibrotica deformante dei corpi cavernosi del pene, tra le maggiori cause di disfunzione erettile nel maschio. La procedura consistente nell’applicazione di cicli di onde d’urto a livello locale e garantisce ottimi risultati senza dover ricorrere al bisturi del chirurgo.

pag. 7 Santa Rita

Santa Rita Milano

s r

Istituto –

Clinico
http://www.casadicura-santarita.it

attraverso tecniche manuali specifiche. L’osteopata considera l’uomo come un’unica unità funzionale, nella quale i vari apparati cooperano per mantenere il benessere dell’organismo. Basandosi

sulla conoscenza approfondita delle scienze fondamentali come l’anatomia e la fisiologia, l’osteopata basa il suo intervento nella valutazione delle relazioni tra le strutture anatomiche e gli apparati fisiologici, ponendo il paziente nella sua globalità al centro del progetto terapeutico.

L’osteopata ricerca le disarmonie interne per risolvere i problemi del paziente, indagando quattro sistemi funzionali:

– il sistema strutturale (ossa, muscoli e articolazioni),

– il sistema viscerale (organi interni),

– il sistema cranio-sacrale (ossa del cranio e del sacro),

– il sistema fasciale (le guaine del tessuto connettivale).

L’osteopata cura il sintomo restituendo alle strutture del corpo la capacità di svolgere la loro funzione in modo corretto.

Il trattamento è esclusivamente manuale e va dalle mobilizzazioni articolari alle tecniche di rilasciamento delle tensioni muscolari e fasciali, fino alle tecniche craniosacrali e viscerali, intervenendo laddove si è creata una limitazione di mobilità in una o più zone del corpo tale da alterare l’equilibrio posturale dell’individuo.

I referenti sono il Signor Darwin A.Pozzi, dottore in Fisioterapia e Osteopata O.D. ed il Signor Massimo Migliorini, dottore

in Fisioterapia e Osteopata O.D.

L’accesso ai trattamenti avviene tramite l’ufficio Casse Solventi.

osteopatia@casadicura-santarita.it

Osteopatia

Dal mese di dicembre 2006 è attivo presso l’Istituto Clinico Santa Rita l’ambulatorio di Osteopatia.

L’Osteopatia è una scienza della salute che si basa sulla ricerca dei disequilibri e delle restrizioni di mobilità nelle diverse parti del corpo umano e si propone la loro normalizzazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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