Clinica degli orrori, decine di morti sospette: «Riesumate quei cadaveri»

Sono almeno 54 i decessi su cui si concentra l’attenzione degli inquirenti. In alcuni casi non è stata fatta l’autopsia: perché?
dI SEGUITO GLI ARTICOLI: INTERROGATO PER QUATTRO ORE GIUSEPPE SALA-QUANDO LUI MI PRESE IL POSTO- I due studi di Brega Massone- «Cercava aiuto, ma non potevo fare nulla»
MILANO 13/06/2008 – L’epilogo peggiore per le vittime degli sciacalli della sanità: non riposare in pace neppure da morti. Presto, a seguito dell’inchiesta della Procura che ha travolto la clinica Santa Rita potrebbe scattare un’ondata di riesumazioni dei pazienti deceduti in via Jommelli. Analisi utili ad accertare la reale causa di morte. Sono 54 i casi sospetti per i quali il decesso potrebbe essere conseguenza diretta degli innumerevoli interventi praticati solo per fare cassa con i rimborsi. Il confine è ancora tutto da stabilire. Perché – ironia della sorte – a decidere se procedere o meno all’esame autoptico erano gli stessi medici-carnefici. Liberi, quindi, di seppellire i loro reati con le vittime nel buio di una bara, meglio ancora, polverizzarli per sempre con una cremazione che equivale all’oblio.

I SOSPETTI DEI PARENTI
I primi a chiedere che vengano esumati i cadaveri sono i parenti. A far sorgere i sospetti sono state le storie sconvolgenti emerse in questi giorni di gente che è entrata nella clinica per un nodulo alla gola e si è risvegliata senza un polmone. Gente, però, che è uscita sulle proprie gambe e che oggi può raccontare. Ma su chi è rimasto dentro restano il dubbio e il mistero. «Ci chiamano i parenti e chiedono come possono fare per avviare la trafila che porta alla riesumazione», spiegano i funzionari della Guardia di Finanza.
Ieri, al comando di Tributaria di via Fabio Filzi, sono arrivati in tre a piangere i loro parenti. Una vedova, un figlio rimasto senza padre e la sorella di un 60enne malato di tumore. Una decina, invece, le telefonate arrivate ai centralini del 117 e ai carabinieri. Uno di loro è morto dopo l’asportazione di un polmone, pochi mesi dopo essere stato dimesso dalla Santa Rita.

QUANTI SONO I MORTI?
Così dalle storie dei vivi si arriva alla storia clinica dei morti. Quanti? I decessi sospetti secondo gli inquirenti sono moltissimi. Su cinque cadaveri l’autopsia potrebbe essere disposta a breve. Ma la stessa sorte potrebbe toccare a decine e decine di ex pazienti.
«Attribuire ad un paziente deceduto un numero maggiore di malattie per le quali non è mai stato curato è il modo più semplice per ottenere dal servizio pubblico maggiori rimborsi», spiega Amerigo Cicchetti, ordinario di organizzazione aziendale all’Università Cattolica del sacro Cuore di Roma. I magistrati hanno in mano un dossier “decessi” e valuteranno caso per caso se procedere o meno a un nuovo esame, quando possibile. Del resto, il numero di decessi registrati alla Santa Rita in un anno in alcuni reparti è fino a dieci volte superiore a quelli in strutture grandi venti volte di più come il Niguarda o il Maggiore. Ovvero: un morto al giorno. E precisamente 245 pazienti deceduti nel 2005, 336 nel 2006. Dal reparto di rianimazione, in particolare, sono usciti senza vita in 54 nel 2006 e 74 nel 2005.

«DUE AUTOPSIE ALL’ANNO»
La clinica, poi, non ha un reparto di anatomia patologica. Così i cadaveri per cui eventualmente decideva di procedere all’autopsia venivano portati altrove. Fino al 2007 presso la clinica Macedonio Melloni. «Sì, ma da noi arrivavano uno o due cadaveri l’anno», precisa il direttore del reparto Roberto Colombi. Così gli accertamenti possibili sono due.
Da una parte, per i cadaveri sottoposti ad autopsia, gli inquirenti non faranno altro che verificare la conformità delle diagnosi e delle terapie con il materiale biologico contenuto nei vetrini che la clinica stessa deve conservare per legge per 20 anni. Con questa verifica potranno essere accertati altri casi di accanimento o di interventi inutili ma dannosi fino a procurare la morte del paziente. Ma restano quei cadaveri che nessun patologo ha mai esaminato.

Arianna Giunti
Thomas MacKinson Cronaca Qui Milano 13 giugno 2008

INTERROGATO GIUSEPPE SALA
MILANO 13/06/2008 – E’ durato quattro ore l’interrogatorio di Giuseppe Sala, il capo degli anestesisti nella clincia degli orrori, coinvolto nell’inchiesta sulla Santa Rita per concorso in truffa e falso.
Dopo aver sentito nei giorni scorsi nove anestesisti della clinica, il nome di uno dei quali è poi finito nel registro degli indagati, il magistrato ha inteso con questo interrogatorio fare luce su eventuali responsabilità di questi specialisti che hanno partecipato alle operazioni svolte dal primario del reparto di Chirurgia
Cronaca Qui Milano 13 giguno 2008
I due studi di Brega Massone
In sala operatoria a Milano, ma visitava a Pavia e a Stradella
Altre voci a suo favore: «Scrupoloso, a volte non si faceva pagare»
PAVIA. Non solo l’istituto clinico Santa Rita di Milano. Pier Paolo Brega Massone visitava anche in strutture private della provincia di Lodi e, soprattutto, di Pavia. Nel capoluogo, ad esempio, lavorava al centro «Medicus» di viale della Libertà. Suo collega è stato il professor Renato Corsico, allergologo che lo definisce «una persona molto gentile e corretta». I due, data la differente specialità, non avevano pazienti in comune. Ma di fronte alle notizie dei giornali e della Tv, il professor Corsico commenta: «Che idea mi sono fatto? La cambio ogni 5 minuti a seconda di ciò che leggo o ascolto. Mi auguro solo che presto si capisca di più». Brega Massone, poi, visitava pazienti anche a Stradella.
Alla clinica Santa Rita di Milano, dove era primario di chirurgia toracica, il dottor Brega Massone, i suoi pazienti li operava. Poi, nella maggior parte dei casi, le visite di controllo venivano effettuate presso studi medici associati o addirittura a domicilio, se necessario. A Stradella, il dottor Brega Massone si appoggiava all’«HTC» di via Martiri Partigiani. «Certo che lo conosciamo – conferma la segretaria – da noi non veniva a cadenza periodica, ma solo qualche volta all’anno».
Effettivamente, come conferma una paziente, il dottor Pier Paolo Brega Massone, raggiungeva Stradella anche per un solo appuntamento, che concordava direttamente con il malato.
Nonostante tutto, il costo di una visita oscillava tra gli 80 e i 100 euro, con regolare ricevuta e spesso «c’era da tribolare a pagarlo», dicono i suoi tanti pazienti oltrepadani. Patrizia, 40 anni di Broni, racconta: «Sono stata operata da lui due anni fa in seguito ad una radiografia che evidenziava un piccolo nodulo ad un polmone. Dopo la prima visita che, avvertendo la mia angoscia, mi ha addirittura fatto a casa sua, mi ha consigliato di scegliere se toglierlo o provare a tenerlo controllandolo periodicamente. Abitando in Oltrepo e sapendo come possono evolvere queste diagnosi, non me la sono sentita di aspettare, ho preferito sottopormi all’intervento: adesso sto bene e non posso che ringraziarlo. Venale? ho pagato solo 100 euro per la prima visita e poi più nulla. Lo stesso vale per un mio famigliare e alcuni conoscenti che so essere in cura da lui. Non posso credere a neppure una delle accuse che gli vengono attribuite: per me è e rimane, un medico scrupoloso e capace, rispettoso dei suoi pazienti».
(Provincia Pavese 13 giugno 2008)

«Quando lui mi prese il posto»
Volpato da marzo è tornato alla Santa Rita a dirigere Chirurgia «Chiamato da Pipitone, ma nessuno mi chiede di fare profitti»
PAVIA. Il professor Gino Volpato arriva in treno da Milano nel tardo pomeriggio. Reduce dall’ennesimo tormentato giorno di lavoro alla clinica Santa Rita dove, dal primo marzo, è stato chiamato a dirigere l’unità operativa di Chirurgia toracica. Quella che, si racconta nell’ambiente, nel 2005 gli era stata “scippata” da Brega Massone, caldeggiato – così si dice – da un certo ambiente politico. E’ li da marzo, da quando è stato riorganizzato il reparto, azzerato già prima dello scandalo.
Professore il suo collega, intercettato, parla di lei quasi con sufficienza…
«La cosa non mi tocca. Io all’epoca non avevo un rapporto continuativo con la struttura, facevo attività libero professionale e operavo pochi pazienti al mese nella struttura. Quei 4 di cui si parla, ad esempio. E poi ne ho fatti altri 4 poco dopo, ma fa niente».
E aggiunge che si faceva accompagnare in auto con la scusa di essere docente universitario….
«Si, ma sembra avessi la limousine. In realtà ci davamo passaggi a vicenda con i miei specializzandi, perché la clinica è convenzionata con l’Università di Pavia, dove io insegno. E quell’auto era una vecchia Punto rossa demolita tre mesi dopo».
Insieme a Brega è mai entrato in sala operatoria?
«Mai. E dei colleghi, comunque, di solito non mi piace parlare. Aspettiamo che i fatti si chiariscano».
Alcuni colleghi meno diplomatici dicono che Brega Massone peccasse di presunzione, per questo era poco amato. Lei se lo ricorda ai tempi dell’Università?
«Non è stato mio allievo. Ma ha frequentato la specialità in clinica chirurgica al San Matteo dove anch’io lavoravo come docente della scuola. Però non ha concluso a Pavia la specialità, si è trasferito all’Istituto dei Tumori. Una scelta sua, mi sembra, non della direzione».
Professore, anche lei ha lasciato Pavia e per un po’ ha frequentava il Santa Rita. Perché nel 2005 se ne è andato anche da lì?

«La proprietà ha deciso così. Per un attimo è sembrato dovessi dirigere la Chirurgia toracica invece è stato chiamato Brega Massone. E così sono partito per l’Afghanistan, ho lavorato sei mesi insieme a Gino Strada per Emergency. Poi abbiamo avuto qualche divergenza…».
Beh, si dice che lei abbia un brutto carattere…
«E’ vero, credo dipenda dalla mia determinatezza».
Poi lo stesso notaio Pipitone, padrone della clinica, l’ha richiamata. Come mai?
«C’è un rapporto di vecchia data. Era notaio a Bormio, da dove arriva anche mio padre padre, pure chirurgo. Quando Brega Massone fu sospeso nell’autunno scorso mi ha contattato. E siccome tra i miei doveri di docente universitario c’è anche l’attività clinica, ho accettato».
Tra le accuse mosse agli indagati c’è quella di aver operato a cottimo per fare profitto. Funziona così?
«Da quando lavoro lì non ho mai ricevuto pressioni in questo senso, nessuno mi ha mai detto come comportarmi. E io del resto non sono tanto d’accordo sull’aziendalizzazione della sanità».
Un paziente ha raccontato di essere entrato in clinica per un’attività diagnostica ed esserne uscito senza un pezzo di polmone.
«Detta così sembra strana. In realtà può accadere. Se si scopre una neopplasia grave durante un’esame si può anche decidere di intervenire rapidamente. E’ il medico che valuta».
Ma il paziente dovrebbe esserne informato. O no?
«Ovviamente. Perdiamo pomeriggi a spiegare la situazione ai pazienti».
Com’è il clima in questi giorni di bufera alla clinica Santa Rita?
«Più che la sfiducia dei pazienti, che anzi ci telefonano per sapere come stiamo, c’è grande scoramento tra il personale. Io ho operato litigando con il mondo fino a ieri. Ma non c’è un clima sereno. Mi guardavano come un matto. Ma erano due pazienti adolescenti, non si potevano certo sottoporre a stress psicologico dicendo che l’intervento era rinviato».
Ma cosa accade ora?
«E’ stato sospeso l’accreditamento. E probabilmente andremo incontro a un commissariamento. Ci sono 900 posti di lavoro in gioco. A mio parere la decisione della Regione è stata presa sull’onda dell’emotività. Non ha senso chiudere il nostro Pronto Soccorso: in quella zona è di alta frequenza. E il numero degli indagati non è neppure il 10% del resto del personale. Poi andrebbe fatta un’altra distinzione importante: una cosa sono gli illeciti amministrativi sui drg, un’altra i presunti reati, sempre che trovino conferma, ai danni dei pazienti».
(Provincia Pavese 13 giugno 2008)

«Cercava aiuto, ma non potevo fare nulla»
PAVIA. «Ma quale pista politica? Mi hanno tirato in mezzo e adesso sto spiegando a tutti i giornali che non c’entro niente». Antonio Maconi, medico, ex vicepresidente del consiglio provinciale di Alessandria per Alleanza nazionale, spiega cortesemente al telefono che non era lui l’uomo in grado di intervenire su Antonio Mobilia, l’ex direttore generale dell’Asl di Milano, di area An, che avviò le verifiche sulle cartelle cliniche del Santa Rita. E, soprattutto, non nega l’amicizia con il chirurgo pavese in carcere: «Abbiamo studiato Medicina insieme a Pavia. Avevamo lo stipetto confinante al San Matteo e abbiamo lavorato con il professor Forni. Ma io non potevo “influire” politicamente su nessuno. E Mabilia non lo conosco nemmeno». Maconi, attualmente, è capogruppo di An nel consiglio comunale di Alessandria.
Dottor Maconi, in un’intercettazione telefonica il dottor Brega Massone parla di lei…
«L’ho letto questa mattina sui giornali e sono rimasto sorpreso».
Nel senso che non lo conosceva?
«Certo che lo conosco. Abbiamo la stessa età, siamo stati compagni di corso all’Università di Pavia. Abbiamo anche fatto la scuola di specialità insieme».
E poi?
«E poi le nostre strade si sono separate. Sono trascorsi almeno una decina d’anni senza che lo sentissi più. Lui aveva scelto il percorso della chirurgia toracica a Milano. Avevo saputo che era diventato primario».
Un traguardo prestigioso per un 43enne.
«Certamente. E le dico che quando sono venuto a saperlo mi ha fatto piacere».
Ma quando è stata l’ultima volta che l’ha sentito?
«Qualche mese fa mi telefonò. Mi disse che era rimasto vittima di una grave ingiustizia professionale».
E le spiegò anche di che si trattava?
«Si riferiva al fatto che lo avevano sospeso dal ruolo di primario nella struttura privata di Milano dove lavorava».
Cosa le domandò, di preciso?
«Se potessi aiutarlo. Ma io gli spiegai che non potevo fare nulla per lui».
Secondo le intercettazioni lui la riteneva “l’unico che possa intervenire su Mobilia”.
«Ma guardi, io questo Mobilia non lo conosco nemmeno. Sulla situazione di Brega Massone non potevo incidere assolutamente».
Se avete studiato insieme, lo conosce bene. Che idea si è fatta?
«Il ricordo professionale è quello di una persona volenterosa e studiosa».
E della vicenda?
«Prima ero abbastanza agnostico sul tema delle intercettazioni. Ora sto cambiando idea».
(Provincia Pavese 13 giugno 2008)

I verbali sono stati secretati
Santa Rita: interrogato per 4 ore Giuseppe Sala, capo anestesista
MILANO 13/06/2008 – E’ durato quattro ore l’interrogatorio di Giuseppe Sala, il capo degli anestesisti nella clincia degli orrori, coinvolto nell’inchiesta sulla Santa Rita per concorso in truffa e falso.
Dopo aver sentito nei giorni scorsi nove anestesisti della clinica, il nome di uno dei quali è poi finito nel registro degli indagati, il magistrato ha inteso con questo interrogatorio fare luce su eventuali responsabilità di questi specialisti che hanno partecipato alle operazioni svolte dal primario del reparto di Chirurgia toracica e dai suoi vice ora accusati di omicidio volontario aggravato e lesioni.
Cronaca Qui Milano

 

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