La Franzoni parla dal carcere di Bologna: “L’assassino di Samuele merita il massimo della pena”

BOLOGNA – Anna Maria Franzoni dal carcere della Dozza, a Bologna, lancia una provocazione: “Penso che l’assassino di Samuele meriti il massimo della pena. Ho visto lo scempio che è stato fatto del corpo del bambino: nessuna attenuante per un omicidio così brutale”.Queste le parole della Franzoni, in carcere dallo scorso giovedì, pubblicate sulle pagine di ‘Qn’, dopo il lungo colloquio con il suo ex direttore Giancarlo Mazzucca, ora parlamentare del Pdl. Il messaggio ai magistrati appare come una sfida.

“Condannandomi i giudici hanno commesso una doppia ingiustizia: hanno colpito me, che già avevo avuto il dolore atroce (che non auguro a nessuno) di perdere un figlio in quel modo, ma – afferma – hanno anche fatto un torto alla memoria del piccolo Samuele: il suo assassino è libero e indisturbato mentre io sono qua dentro”.

Romagna oggi 26 maggio 2008

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One thought on “La Franzoni parla dal carcere di Bologna: “L’assassino di Samuele merita il massimo della pena”

  1. Sei anni di processi e una sentenza definitiva. Annamaria Franzoni dovrà scontare sedici anni di carcere per l’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, ucciso a Cogne la mattina del 30 gennaio 2002. “Giustizia è fatta”, ha dichiarato il capo dei Ris di Parma Luciano Garofano, una volta chiuso il sipario. Ma alla fine dell’odissea mediatica quello che resta è una condanna con troppi “se” e troppi “ma”.
    Come giustificare, ad esempio, il fatto che Annamaria Franzoni, in quel raptus omicida, stesse brandendo un mestolo? E come può una madre macchiarsi di un crimine così efferato?
    In un nuovo libro una possibile risposta alle troppe domande. “La chiave di Cogne” – edito dalla Cavallo di Ferro – è l’inchiesta di due giovani giornaliste, Valentina Magrin e Fabiana Muceli, realizzata con la guida del giornalista Paolo Cucchiarelli.
    Secondo le autrici, l’opinione diffusa che vede linearità nel racconto della donna e nelle testimonianze di quanto accaduto quella mattina è falsa: “Il nostro lavoro è consistito proprio nello scomporre e analizzare ogni singola dichiarazione di Annamaria Franzoni, mettendola a confronto con le altre per trovarne analogie e differenze al fine di – dichiarazione dopo dichiarazione, tassello dopo tassello – ricostruire il puzzle di quella mattina. Ci siamo chieste perché, con il passare degli anni, Annamaria Franzoni abbia continuato a contraddirsi in quei passaggi che abbiamo verificato essere i punti critici della vicenda. Una volta completato il quadro, davanti ai nostri occhi è comparsa la scena del delitto, l’assassino e l’arma da lui impugnata”.
    L’arma del delitto: non un mestolo, non un sabot. Bensì un mazzo di chiavi, quello della Franzoni. Più volte compare nei verbali eppure non è mai stato preso in considerazione. Le due autrici partono dal presupposto che non si tratti di un omicidio premeditato. La Franzoni deve quindi avere utilizzato necessariamente un’arma impropria con cui si è trovata ad interagire quella mattina.
    Quando Samuele si sveglia – si legge nel libro – Annamaria Franzoni sta girando le chiavi nella toppa per fare uscire fuori a giocare il figlio più grande Davide. Samuele piange sulle scale e lei ha ancora le mani nella maniglia della porta. La donna sarebbe scesa quindi al piano di sotto con il mazzo di chiavi, quelle chiavi che poi lei stessa, durante i soccorsi, consegnerà a Daniela Ferrod, la prima indicata dalla famiglia Franzoni come possibile assassina.

    “Annamaria, in preda ad una furia cieca afferra il mazzo di chiavi come fosse un pugnale e lo scaglia ripetutamente sulla testa del figlio che con un gesto disperato tenta invano di difendersi con una manina Dura tutto pochi secondi, poi la rabbia inizia a scemare. I colpi sferrati perdono di intensità, la presa è meno sicura e il mazzo di chiavi ora è come una frusta che picchia sulla testa del figlio. Annamaria rimane ferma, immobile, quasi non capisce cosa sia accaduto. Poi si solleva e, con un gesto istintivo, ricompone il bimbo e lo copre con il piumone”. Il mazzo di chiavi, aggiungono le autrici, sarebbe compatibile con il tipo di ferite e spiegherebbe il tipo di macchie di sangue sui muri e sul soffitto: può dare quell'”effetto pennello” che rimase sulla parete della camera da letto di casa Franzoni. E’ poi un oggetto che comunemente può trovarsi in uno zaino, lo zaino che Annamaria Franzoni aveva con sé quella mattina, in cui è stata rinvenuta una traccia di sangue. Le due studiose elencano anche altri elementi che portano a riconoscere nel mazzo di chiavi l’arma del delitto: ad esempio il tipo di ferite presenti sulla mano del piccolo e la lacerazione denominata in perizia “numero 9”, situata al centro della fronte, che reca chiaramente impresso il calco di una chiave “a farfalla”.

    Resta da capire ancora il movente. “Abbiamo analizzato diversi malori, di cui è stato trovato riscontro, accusati da Annamaria Franzoni in un arco di tempo che va dal 2000 al marzo 2002”. Diciassette episodi in cui la donna ha manifestato degli scompensi fisici del tutto simili a quelli avvertiti tra la notte e la mattina prima dell’omicidio. “Escludendo che la Franzoni possa essere stata vittima di diciassette congestioni, come la famiglia ha sempre sostenuto, siamo portate a pensare che si tratti di disturbi psichici”.
    Ma anche sui tempi ci sono delle considerazioni inedite. “Ricordiamo che la Franzoni ha testimoniato di essere stata a lungo a letto con Davide, dalle 7.30 alle 8.00, mentre dalle 8.00 alle 8.10 l’unica sua azione è preparare la colazione al primogenito: latte freddo e corn-flakes. Alle 8.10, la donna realizza di essere in ritardo e diventa sorprendentemente attiva. Ma è difficile pensare che i tempi dichiarati da Annamaria siano attendibili, e che in quei cinque minuti possa aver concentrato tutte le azioni di quella mattina. Più ragionevolmente, può aver allungato un po’ troppo il tempo in cui è stata senza far niente, ossia nel letto con Davide. Seguendo questo filo logico, Davide avrebbe fatto colazione ben prima delle 8.00, probabilmente guardando i cartoni animati, per poi uscire a giocare, mentre la madre scendeva al piano di sotto”.

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