Processo a don Mauro Stefanoni:in aula la mamma scoppia a piangere

 
  Ex parroco di Laglio
 
 
 
«Questa storia mi ha accorciato la vita di trent’anni». Scoppia a piangere, Annamaria Bonora, la madre di don Mauro Stefafoni, nel corso della deposizione al processo che vede suo figlio accusato di violenza sessuale su un minore. Lo sfogo arriva dopo un’ora di domande del pubblico ministero, Maria Vittoria Isella, e dei legali della difesa, Guido Bomparola e Massimo Martinelli. È solo l’inizio di un’udienza infuocata, in cui non sono mancanti i colpi di scena e le dichiarazioni accese che hanno coinvolto anche il collegio composto dal presidente Alessandro Bianchi e a latere da Luciano Storaci e Paola Braggion. Come quando la difesa ha chiesto di mettere a verbale la «difformità di trattamento» con l’accusa (a cui ha replicato il pm), oppure come quando il presidente del collegio, Bianchi, ha dichiarato inammissibili dodici domande consecutive degli avvocati di don Mauro.
Una giornata calda, insomma, conclusa dopo cinque ore d’udienza e quattro interruzioni. In molti pensavano che la madre dell’ex parroco di Laglio, in quanto parente, si sarebbe avvalsa della facoltà di non rispondere. Invece, di buona mattina, è in aula a parlare di tutto, puntando il dito contro i famigliari del minore che lo accusa e che nel frattempo è diventato maggiorenne.
«Avevano dei rancori nei confronti di don Mauro, volevano che se ne andasse per comandare loro».
Scappa anche la parola «complotto», prima di tirare in ballo pure Comunione e Liberazione.
«Erano una famiglia di Cl – sono le parole della madre, che poi ricorda anche precedenti problemi a Ponte Tresa – C’era un gruppo di Cl che portava via i ragazzi dall’oratorio. Don Mauro andò in curia e disse: ‘O io o loro’. Se la presero molto».
Una lunga parte delle domande verte sul rapporto con i parenti della vittima. «Avevano sempre da dire. I contrasti nacquero prima ancora del suo arrivo a Laglio, quando mio figlio chiese di ritirare tutti i mazzi delle chiavi dell’oratorio per poi darli a chi diceva lui». La madre dell’imputato parla anche della presunta vittima. «Lo chiamava in continuazione: don, don, don. Il citofono era rotto ma lui entrava lo stesso in casa appena vedeva il cancello o la porta aperta. Faceva sempre versi, imitava atti sessuali. Chiesi a don Mauro perché non faceva niente, mi rispose che c’erano già problemi con i parenti e che era meglio lasciar perdere».
Le domande hanno poi interessato anche le amicizie di don Mauro, una in particolare. Quella con un ragazzo di Ponte Tresa.
«Erano amici fraterni – ricorda la madre – Si telefonavano spessissimo. La sua ragazza non voleva che si vedessero. Le diceva che andava ad allenamento e poi scappava da don Mauro. Qualche volta non lo diceva neppure ai genitori che veniva a Laglio. Arrivava soprattutto di mercoledì, vedevano le partite, giocavano ai videogiochi».
L’ultimo importante riferimento è alla patologia dell’imputato che, secondo la difesa, gli procurerebbe dolore in caso di atto sessuale. «Da bambino si contorceva dal male – dice la madre – Perché non l’ho mai fatto operare’ Perché pensai che da grande avrebbe poi deciso lui cosa fare. Non mi sono mai posta il problema se questo avrebbe potuto procurargli problemi sessuali». A tal proposito, si tornerà in aula il 7 febbraio con un consulente urologo della Procura, prima della deposizione dell’imputato. Nelle successive udienze toccherà poi ai testi della difesa, una cinquantina.
Il Corriere di Como Mauro Peverelli

Mostro di Firenze:chiesto ergastolo per mandante. Processo Strage di Erba “Una giuria tutta di donne” e “Meredith murder” in english su:

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