Archivio | novembre 1, 2007

Giuliano Ferrara:La succursale del Pulitzer

La scuola Olga Rovere 

Più che una proposta è un rammarico, quello di Ferrara su Panorama. Eh, sì. Purtroppo in Italia non c’è il Premio Pulitzer, altrimenti sarebbe dovuto andare proprio a loro, agli investigatori della carta stampata nostrana, Bonini e Cerasa. Ai novelli    Holmes e  Watson. Sarebbe anche auspicabile, aggiungo io,  una fiction su di loro e alla fine, per il contributo che hanno dato alla giustizia, il Presidente della Repubblica potrebbe nominarli Cavalieri del Lavoro. Comunque, visto che in fondo sono una persona generosa, ho tirato giù una lista di premi italiani a cui la strana coppia potrebbe accontentarsi di concorrere, in attesa che anche nel Bel  Paese aprano una succursale del Pulitzer. E’ ovvio che se Ferrara ci metterà una buona parola, potranno vincerne anche più di uno. Ecco la lista: Premio Guidarello per il giornalismo d’autorePremio UCSI Premio TERZANIPremio Mauro GavitelliPremio Cinque Stelle per il giornalismoPremio Maria Grazia CutuliPremio Mario Francese, giornalista ucciso dalla mafiaPremio Saint VincentPremio Ilaria AlpiPremio FlaianoPremiolinoPremio Hemingway.Premio BarziniPremio IschiaPremio Giornalista per 1 giorno

Premio “Citigroup Journalistic Excellence Award: alla giuria articoli senza firma e senza testata per premiare soltanto l’eccellenza”.

  Io consiglierei a Ferrara di iscrivere il suo pupillo Cerasa ai premi “Giornalista per un giorno” e “Premiolino”, mentre  il più anziano Bonini potrebbe decisamente puntare al “Citigroup Journalistic Excellence Award: alla giuria articoli senza firma e senza testata per premiare soltanto l’eccellenza”.. Sono certa che la giuria non faticherà a riconoscere la raffinata penna di Bonini che trafigge le mamme di Rignano e i loro bambini, in mezzo alle scolorite penne degli altri concorrenti.


L’arcitaliano 

Se ci fosse un Pulitzer italiano, sono Carlo Bonini e Claudio Cerasa che dovrebbero ottenerlo quest’anno. Mentre il grosso di giornali e tv si avventava in modo inconsiderato e sciatto sulla storiaccia della pedofilia a Rignano Flaminio, nella scuola Olga Rovere, i due cronisti, uno più esperto e anziano l’altro giovanissimo e appassionato, hanno accertato per tempo quel che la Cassazione ha legittimato con una sua specchiata e motivata sentenza: in quel caso di caccia al pedofilo, che minacciava di distruggere vite e rovinare una intera comunità insieme con una quantità di bambini, c’era del fumo, c’era perfino dello zolfo.
Non è vero che il giornalismo serve solo a spacchettare i dossier infilati da questo o quel magistrato disinvolto nella buca delle lettere del cronista giudiziario. Non è vero che il giornalismo serve solo a far retorica populista o a immettere pettegolezzi nel circuito della chiacchiera d’élite. Può anche servire, oltre che un evidente interesse pubblico e privato, quello alla vera giustizia (come la chiamava Natalia Ginzburg), un bisogno di accertamento sul funzionamento di modelli mentali impazziti che è tipico della nostra epoca. Non è una faccenda solo italiana, anche in Francia una causa celebre, il processo di Outreau, ha dimostrato che i meccanismi della credenza pubblica possono diventare pericolosissimi, e che in tema di difesa dell’infanzia è possibile lo scatenamento di pulsioni collettive fino all’epilogo della caccia alle streghe. L’istruttoria di Rignano Flaminio non è stata archiviata e ci sono dettagli di grande importanza e delicatezza ancora da definire. Ma le inchieste coraggiose, difficili, dei due cronisti ci hanno fatto vedere, mentre la caccia montava e con gli arresti a raffica minacciava di diventare un macello giudiziario e morale, l’altra faccia della realtà.
Ideologia ed emozioni allo sbando, calchi dalla cattiva informazione televisiva malamente e collettivamente rielaborati da una comunità, imperizia degli esperti psicologi e tendenziosità colpevolista alla ricerca dello scoop giudiziario-mediatico, un mestiere di genitori decisamente in crisi, la scomparsa di antichi filtri sociali e culturali legati alla saggezza di una buona parrocchia o di una buona tenenza dei carabinieri, la dissoluzione nel territorio di legami capaci di attivare una serena conoscenza delle cose: solo questi elementi della maionese comunitaria impazzita in un borgo alle porte di Roma possono spiegare gli errori, i fraintendimenti, le forzature che hanno condotto al racconto degli orchi di Rignano, all’interrogatorio che vessa le presunte vittime infantili nell’atto stesso in cui aspira a proteggerle, in un’orgia di buona fede e buone intenzioni che porta a conclusioni sbrigative, all’elevazione di accuse non provate, alla credulità popolare che si condensa in un appello persecutorio che ha bisogno di soddisfare i propri fantasmi di fronte al disagio dei piccoli.
Può così succedere che il bisogno di giustizia si trasformi in una urgente necessità psicologica di ingiustizia. Che i genitori di alcuni bimbi si sentano obbligati a far correre voci che si autoalimentano, che discutano in riunioni dolorose dell’infiltrazione del diavolo nella comunità, e nascono le assemblee antipedofile, i videobambini trasformati in impossibili testimoni del male, le comparsate televisive sollecitate da un’informazione irresponsabile, in un susseguirsi di psicodrammi da reality show che sfasciano la capacità di accertare davvero se, come, quando orrendi reati siano stati commessi e da chi. Pare che proprio questo sia successo a Rignano, e bisogna dire grazie a chi ha consentito di mettere le briglie al somaro imbizzarrito dell’opinione forcaiola, prima che finisse di calpestare le sue vittime.

  

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