IO, PRETE ABUSATO, DENUNCIO L’OMERTÀ DELLA CHIESA

Adista Notizie
n° 39 del 20 maggio 2002
INTERVISTA A UN SACERDOTE DI ROMA
31369. ROMA-ADISTA. Sacerdote, abusato sessualmente per 8 anni a partire da quando ne aveva 10-11, indotto al silenzio, prima che dallo stesso abusatore, da un’educazione cattolica improntata alla teologia sacrificale, don Stefano Federici, decide di venire allo scoperto e racconta – siamo nel luglio 2000 – in un’intervista alla trasmissione televisiva “Sciuscià”, dedicata quella settimana al Gay Pride, la sua tremenda esperienza nella comunità cattolica e nella Chiesa. E comincia ad essere “perseguitato” – questa la parola che usa – dal suo cardinale, il card. Camillo Ruini, essendo don Stefano un prete di Roma. Ma nell’intervista che don Stefano ci ha rilasciato, a “viso scoperto”, con un coraggio davvero inusuale nella Chiesa, soprattutto relativamente a questi temi, non c’è la denuncia solo di un “accanimento” nei suoi confronti, bensì la denuncia di una complicità strutturale ecclesiale ed ecclesiastica, di una omertà. Scriveva d’altronde don Enzo Mazzi della Comunità dell’Isolotto di Firenze, su “il manifesto” dell’8 maggio che la Chiesa, in nome di un amore materno che vuole mantenere gli uomini bambini e che educa i bambini al senso del peccato, del sacrificio e del perdono, ha sviluppato una teologia, e una pratica, “strutturalmente pedofila”.
Fin dall’inizio del suo sacerdozio, l’attività pastorale di don Stefano è stata volta alla catechesi sacramentale, ai giovani, ai disabili, ai tossicodipendenti, per i quali ha fondato un Centro di Ascolto Caritas. Ha dato vita anche alle Comunità di Emmaus per la formazione alla fede degli adulti e ha prestato il suo servizio presso le parrocchie romane di S. Luca Evangelista, Nostra Signora di Coromoto, Nostra Signora del Suffragio, in quella della Natività. Nel 1996 è stato nominato vice rettore della Rettoria di S. Salvatore, dove ha svolto principalmente un’attività di consulenza privata di carattere psicologico-spirituale per persone separate o risposate, omosessuali e transessuali, per vittime di abusi. Qui ha ospitato per un breve periodo l’équipe di psicologi e psicoterapeuti che, sugli stessi temi, stava lavorando alla progettazione del Centro Arcobaleno di Pastorale Speciale.
La “consulenza esterna” che don Stefano ha offerto a questo Centro, nonché le consulenze private, sono motivo del “Decreto” di pena del card. Ruini, datato 27 novembre 2000. Ma al contempo nel “Decreto” gli viene contestato di aver reso noto ai microfoni di “Sciuscià” il suo personale orientamento omosessuale. Cosa che don Stefano smentisce recisamente. Alla fine delle contestazioni, al sacerdote si fa “divieto di utilizzare le strutture della Rettoria S. Salvatore della Corte (…) anche solo per incontri con persone omosessuali, come anche di continuare qualsiasi attività volta a promuovere questa o altre iniziative con finalità analoghe”; e gli si chiede di presentare “un documento scritto nel quale esplicitamente professi la sua assoluta fedeltà e il suo religioso ossequio al Magistero della Chiesa in materia di pastorale delle persone omosessuali e di valutazione morale delle tendenze e dei comportamenti omosessuali”. Qualora don Federici non avesse ottemperato “agli obblighi di cui sopra” entro il 15 dicembre successivo, sarebbe incorso, si legge nel “Decreto”, “nella censura della sospensione latae sententiae, restandogli vietato ogni atto della potestà sacramentale d’ordine”.
Di tutto questo, fino agli ultimi eventi che vedono il sacerdote privato di casa e stipendio, parliamo con don Stefano nell’intervista che segue.
Don Stefano, a che punto delle tua vita sei?
Sono sacerdote della diocesi di Roma, ho 42 anni. Sono prete dal 1987, ho studiato al seminario romano maggiore. Sono plurilaureato: in filosofia alla Statale, in teologia, in pedagogia alla Terza Università. Attualmente ho un contratto, ma non sono ancora strutturato, di docente a Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma. È una cosa molto importante per me che ho perso lo stipendio di sacerdote: un contratto significa 5-6 mesi all’anno di stipendio. Se non avessi questo, anni di studio e di lavoro, senza un pensionamento, senza una liquidazione, sarebbero buttati al vento. E ho perso anche la casa: da questa, dove siamo in questo istante, sono stato cacciato via, ho l’intimazione a lasciarla. Qui dentro ci ho messo 30 milioni per poterci vivere, e quando mi fu data era già un primo esilio.
Prima abitavi in locali legati alla tua attività pastorale?
Sì, ma dato il mio impegno in realtà problematiche ai margini, fra cui omosessualità, transessualità e pedofilia, ho avuto sempre un’infinità di problemi. Non sono i primi quelli che mi ha procurato l’intervista rilasciata a “Sciuscià” a luglio 2000, in cui raccontavo di essere stato abusato da piccolo, pur avendo, lo ammetto, paura di perdere casa e stipendio.
Malgrado i problemi seguiti a quella prima intervista, hai accettato di fare questa. Perché?
Io non voglio riportare semplicemente la mia esperienza di survivor of child sexual abuse in christian environment, cioè di “sopravvissuto ad un abuso in un ambiente cristiano”. Posso dire, come esperienza personale e come studioso, docente di psicologia, che si ha un’identità di sopravvissuti: un’identità che struttura la tua identità personale e la tua sessualità, che potenzialmente ti porta a replicare su altri l’esperienza di abuso che hai subito. Ci sono studiosi che hanno dimostrato come i grandi dittatori della storia hanno un passato di abuso. Dunque, la mia denuncia è questa: la struttura, non solo mi ha educato e mi ha cresciuto così, ma con l’omertà mi sta rendendo un potenziale abusatore. Io sono un potenziale criminale. Dunque non voglio semplicemente raccontare dell’abuso subito da me, ma denunciare che cosa mi è successo in conseguenza del fatto di aver alzato la mia voce in mia difesa e in difesa di tutti quelli che subiscono abuso all’interno della comunità cristiana, come me.
Cosa intendi quando parli di “abuso all’interno della comunità cristiana” e aggiungi “come me”?
Intendo una cosa ben precisa. Come dichiarai pubblicamente alla trasmissione televisiva “Sciuscià” in occasione del Gay Pride del 2000, ed è stato l’inizio delle mie dure vicissitudini con la Chiesa ufficiale e il motivo del Decreto del cardinale Ruini, ritengo che l’approccio teologico in base al quale si impedisce di partecipare ad una manifestazione di omosessuali durante il Giubileo è lo stesso approccio teologico che aveva tenuto me per tanti anni nell’omertà di una violenza che subivo. Perché dico dunque, in ambiente cristiano o nella comunità cattolica? Io non ho ricevuto violenza da un sacerdote, ma violenza sessuale da uno dei miei cognati, da quando avevo 10-11 anni per un lunghissimo periodo, 7-8 anni. E questo è avvenuto nella comunità cristiana: uno, perché sono vissuto in una famiglia fortemente cattolica, fortemente cristiana e in un modo “sano”, sano nella misura in cui questa fede è stata vissuta da tutti con un livello culturale molto alto, con una piena partecipazione della vita comunitaria: tutti eravamo molto coinvolti in associazioni, movimenti, attività politica. La fede non era semplicemente un approccio magico. Due: anche se fino all’età di 33-34 anni mantenni il silenzio sugli abusi subiti, fin dalla prima volta mi confessai dal sacerdote, e per questi 7-8 anni mi sono sempre confessato.
Ti confessavi perché ti sentivi in colpa?
Certo. Questa è la violenza! Tanto più il bambino non riesce a capire la violenza che subisce, tanto più la sua personalità è disturbata; tanto più suppone di avere la responsabilità di essere il seduttore, tanto più il suo comportamento è violato. Quello che io denuncio è che in questi 7-8 anni non c’è stato mai, mai, nessuno che abbia tirato fuori questo bambino dal confessionale e gli abbia detto “ehi, mamma e papà dove sono?”.
E che ti dicevano questi sacerdoti?
Mi parlavano della teologia della sofferenza, quando non mi accusavano direttamente. Mi ricordo che, a Santa Maria Maggiore, il penitenziere quando gli confessai il mio dramma, disse che avevo commesso quattro peccati mortali. Uno me lo sono dimenticato, l’ho rimosso, gli altri li ricordo bene: peccato contro natura, attentato al matrimonio di mia sorella, brutto disgraziato!, e atti contro il sesto comandamento. Ora chiedo: questo non è un crimine della Chiesa? Questo è un crimine della Chiesa. Se è vero che fare i venerdì del mese garantisce il Paradiso, io mi sono guadagnato 10 Paradisi, perché per tutti quegli anni, ogni venerdì del mese ero lì per paura dell’Inferno, e su via Marsala io attendevo all’alba l’apertura della chiesa. E poi sono entrato in seminario, ancor prima che qualcuno, a parte i confessori, sapesse della violenza che avevo subito e che per la prima volta, al di fuori della Chiesa, raccontai alla mia terapeuta.
Ma tu perché sei entrato in seminario?
Per quello che dice Drewermann: il disorientamento ontologico. Ma bisogna stare attenti nel dire questo, perché c’è una manipolazione da parte del cardinale Ruini, e di altri come lui, che prende queste mie dichiarazioni per dire: avete visto? questo non dovevano ordinarlo sacerdote, non ha vocazione, per cui: fuori dalla Chiesa cattolica! Cioè lo ritorcono contro di me, come se io non potessi rielaborare le motivazioni della mia vocazione nella maturità oggi della mia coscienza, come se la mia vocazione non fosse anche quella di oggi e fosse soltanto quella che mi ha mosso all’inizio, e che comunque mi ha mosso in uno stato indubbiamente consapevole, perché nessuno mi ha costretto a niente. Al mio rettore dissi degli abusi che mi avevano tormentato per tanti anni, ma questi non ha mai chiamato un consulente psichiatrico, uno psicologo.
A che età sei entrato in seminario?
Da adulto. Avevo 22 anni. Ma io portavo – proprio perché il mio corpo era diventato una ragione di sofferenza e non di piacere – dei cilici che dovevano creare una costante sofferenza ai miei genitali: me li ero costruiti da solo, con delle puntine e degli elastici. Il mio padre spirituale li ha visti, mi ha fatto spogliare per vederli.
Ti avrà proibito di continuare ad usarli.
Sì, ma mi ha solo proibito di usarli considerandoli un eccesso di ascetica, non una follia: non ha supposto che fosse arrivato il momento di dire: ma questo ragazzo avrà bisogno di aiuto? Un aiuto che non sia quello di offrire tutta la sua sofferenza nel perdono dell’abusatore e nel riscatto del mondo? Ma non sono un potenziale abusatore? Se non sono riconciliato con il mio corpo, come posso sublimare la mia sessualità? Allora, questo per spiegarti perché parlo di violenza in ambito cattolico. Ma la ragione per cui ho accettato questa intervista è anche per le vicende che si sono verificate, per il processo iniziato nell’anno giubilare e che mi ha portato a perdere lo stipendio, a perdere l’incarico pastorale che svolgevo, a non poter più fare insegnamento teologico …
Dove insegnavi? Avevi un contratto?
Lavoravo all’Auxilium, che è l’Università pontificia di Scienze dell’educazione, dove ero un docente “ospite”, non pienamente in organico, perché ero già una persona pericolosa in quanto mi occupavo, nella diocesi di Roma, oltre che di disabili, divorziati, drogati, anche di pedofilia, di transessualità e di omosessualità. A un certo punto hanno cominciato a farmi delle difficoltà: mi hanno detto che se non mi fossi vestito da prete, se non mi fossi conformato all’insegnamento ufficiale della morale cattolica, non avrei potuto continuare. Ma io non insegnavo teologia morale; tenevo un corso su “Disabilità, sessualità, pedofilia”. Cosa ha a che vedere con la morale cattolica? – chiesi – tratto la materia da un punto di vista scientifico. Insomma, non potei restare. Per cui, vedi, è come parlare di ambienti di mafia. Io non ho prove per dirti che sono stato buttato fuori, ma non ho dubbi su questo. Ci sono pochissimi preti che potevano vantare un curriculum come il mio nella diocesi di Roma, ciò malgrado non ottenni l’insegnamento, mi basta questo.
Eppure, fin troppo si è costretti a parlare e scrivere di pedofilia, anche in ambito ecclesiale, soprattutto con la situazione critica che sta affrontano la Chiesa degli Stati Uniti, la riunione a Roma dei cardinali americani con il papa…
L’esplodere della situazione della Chiesa americana non è dovuto tanto alla denuncia della pedofilia, quanto al pericolo del crollo economico della Chiesa americana in conseguenza delle cause che stanno portando avanti le vittime. Trovo assurdo che si possa dire, come ha detto il papa (che io capisco, buon’uomo, quanto sia scandalizzato, ma non si rende conto che non basta provare scandalo e lasciare la struttura così com’è se questa è portatrice di male): un’opera d’arte, ha detto, per quanto sfigurata da una macchia, non perde il suo valore. Eh, un momento: se questa macchia è prodotta dall’esterno, non se questa macchia è voluta dall’autore. E chi l’ha mai detto che questa è stata prodotta dall’esterno? Quello che denuncio è invece che questa forma di pedofilia è proprio prodotto di questa teologia, prodotto di quei cardinali, di tutti quegli uomini di Chiesa che hanno chiuso gli occhi. E faccio un esempio. Dopo anni di terapia, un giorno ho deciso di dar voce alla mia sofferenza anche nell’ambito della mia famiglia. Quando dissi ai miei genitori che per anni ero stato abusato davanti ai loro occhi, o poco dietro l’angolo, loro mi risposero: Stefano, perché non ce l’hai mai detto? Gli risposi: mamma, chiediti perché mai un bambino di 11 anni non te l’abbia detto. La stessa cosa sta avvenendo con i cardinali: metti al posto dei cardinali americani che si sono riuniti a Roma, dei genitori che tentano di far fuori l’abusatore senza chiedersi come mai le persone possano subire una violenza davanti ai loro occhi, nelle loro comunità, in famiglia. Ecco perché non posso semplicemente dire che io ho subito violenza da una persona, è come se avessi subito violenza anche dai preti, dalla mia Chiesa, dal mio cardinale, e il mio cardinale è un complice. È un complice perché sopporta un crimine, crea una macchia. Perché mi ha detto che io, l’abusato, parlando dell’offesa subita, ho offeso la sacralità del mio sacerdozio e offeso la sensibilità del popolo di Dio. Sostiene di dire queste cose in nome della Chiesa cattolica. Ma non è vero, non è in nome della Chiesa cattolica, ma del potere della Chiesa cattolica.
Veniamo, appunto, al tuo incontro col cardinale Ruini, dopo la tua intervista a “Sciuscià”.
Fu la volta in cui mi venne letto ufficialmente il Decreto con cui aveva inizio un processo penale nei miei confronti. Accanto al cardinale, il cancelliere del Vicariato di Roma leggeva il Decreto ad alta voce. In un passaggio in cui si elencavano i crimini di cui secondo loro ero responsabile, si diceva che durante l’intervista a “Sciuscà” io avrei reso manifesto il mio orientamento omosessuale. Ora, io non ho nulla da dover dichiarare sul mio orientamento sessuale, se non fosse che non accetto minimamente che qualcuno possa permettersi di giudicare il mio orientamento senza sapere qual è l’orientamento di un abusato, dell’identità sessuale di un abusato, e che soltanto le categorie patriarcali riescono, come al solito, a polarizzare quella che è la complessità della personalità umana. Quello che è stato terribile è che io fermai il cancelliere e dissi: Eminenza, quell’intervista è registrata, lei può riascoltarla, non ho mai parlato del mio orientamento sessuale; ho solo raccontato di essere stato oggetto del desiderio sessuale di un’altra persona, non ho mai parlato del mio. Il cancelliere è intervenuto e ha detto: ma per noi, caro don Stefano, non fa nessuna differenza. Poi gli mandai una lettera nella quale chiesi: Eminenza, se lei ritiene che nella mia dichiarazione io abbia toccato la sacralità del popolo di Dio e della Chiesa, se lei lo ritiene come pastore, sono pure d’accordo, ma come mai lei non mi presenta le scuse per una persona che mi ha insultato davanti a lei?
Ma è frequente imbattersi nella confusione tra pedofilia e omosessualità.
Certo, e questa “confusione” è stata confermata da quanto detto contemporaneamente all’incontro dei cardinali americani in merito alla necessità dell’epurazione degli omosessuali dai seminari. A prescindere dal fatto che i seminari si svuoterebbero, e non solo i seminari: gli si svuoterebbe il Vicariato, perché io queste cose le studio e conosco le statistiche di studiosi che parlano, per Roma, di più del 60% di preti con orientamento omosessuale (e qui apro una parentesi: quando l’ho detto al cardinale, mi ha risposto che io di queste cose non devo parlare e che questi studiosi sono contro la Chiesa); a prescindere da questo, bisogna affermare a chiare lettere che la pedofilia non è omosessualità. E soprattutto che inizialmente la pedofilia non è il potere di un maschio contro un maschio, ma il potere patriarcale contro la donna e i suoi figli, e che è impossibile fare giustizia di questa violenza se non si cambia la struttura che sostiene questo patriarcato. Assimilare pedofilia e omosessualità, ovvero attaccare gli omosessuali parlando di pedofilia, significa non aver messo e non voler mettere in questione le polarità su cui vive e sopravvive una struttura patriarcale. Gli omosessuali sono un’anomalia di questa struttura. Attaccare l’anomalia salva dall’attaccare la struttura. Dire pedofilia uguale a omosessualità vuol dire salvare la struttura.
La teologia femminista dice che la violenza contro le donne e la violenza e l’abuso contro i minori sono comprensibili soltanto in una struttura patriarcale. È una struttura di polarità: maschio-femmina, eterosessuale-omosessuale, clero-laici, sacro-profano, padre-figlio, moglie-marito. Ma le polarità non solo si contrappongono, ma sono gerarchizzate: maschio su, femmina giù, clero su, laici giù… celibato su, matrimonio giù. Soltanto in questa struttura, che ha sviluppato una conseguente teologia sacrificale, è possibile pensare che esista una persona che possa decidere un abuso sull’altro e giustificarlo. E la nostra Chiesa funziona così. E come fa questa struttura a fare giustizia? Il genitore non farà mai giustizia, perché non vorrà mai vedere; il genitore non difende un figlio abusato non perché non ha il coraggio di denunciare o picchiare l’abusatore, ma perché non vedrà mai la sofferenza di un figlio. Un cardinale non potrà mai essere un difensore dei più piccoli, perché è un cardinale.
Da parte del genitore, o dell’ecclesiastico, “vedere” questi fatti non vuol dire accusare innanzitutto se stessi?
Ma certamente. Perché è la struttura stessa che crea la macchia. Si cerca di far credere che in Italia in ambito ecclesiale non c’è pedofilia. Perché non c’è pedofilia? Perché non se ne può parlare. Qualche esempio dalla mia esperienza di “messo a tacere” e di come certi crimini vengano tenuti nascosti. Quando ho iniziato a insegnare all’Auxilium, mi fu chiesto, in qualità di docente, di partecipare alla rivista dell’istituto. Scrissi un
articolo in cui descrivevo un caso di abuso sessuale su un bambino – in quel caso era la mia storia personale, ma ovviamente nascosi questo particolare – e la teologia che sottostava a questo percorso: come la teologia aveva creato una realtà abusante. Fu respinto. E più tardi mi fu detto che non potevo continuare ad insegnare perché le mie dottrine non corrispondevano alla dottrina morale cattolica.
Nel ’94-’95 diedi vita ad un centro che doveva occuparsi di persone di diversi orientamenti sessuali e delle difficoltà connesse all’appartenenza alla propria realtà religiosa. Mi occupavo, dunque, di realtà molto particolari, come quelle della pedofilia, del transessualismo. Questa attività venne immediatamente bloccata dal cardinale. Quando gli obiettai che i tanti transessuali che venivano dal Sud del mondo, dal Brasile, si stavano indirizzando nelle comunità buddiste perché non trovavano più accoglienza nella mia, mi fu detto che non dovevo assolutamente continuare e che avrei dovuto sempre chiedere al citofono, alla persona che citofonava dalla strada, se era omosessuale o che altro, perché potevo far salire solo gli eterosessuali. Per ricevere gli altri sarei dovuto scendere al portone io.
Un altro esempio. Quando dissi al mio cardinale: ma come Eminenza, lei mi sta infliggendo una pena perché io, vittima di abuso, avrei offeso la sensibilità del popolo di Dio e la sacralità del sacerdozio avendo dichiarato la mia sofferenza, e mons. ***, vescovo di ***, che ha due processi in corso per aver abusato, quando era vescovo, dei chierichetti, è stato spostato in Vaticano perché non affrontasse in pubblico questa situazione e nominato responsabile di due basiliche romane? Quando gli dissi questo, sai cosa mi rispose? “Don Stefano, questi sono fatti che non ci riguardano, e se tu hai qualcosa con mons. ***, ti dovrai rivolgere alla legge civile. Ma, ricordati, ne pagherai le conseguenze”. Detto dal mio cardinale, con tutto il potere che ha, questa è una minaccia.
E in più devo chiedere giustizia a colui che mi accusa, il mio cardinale, perché nel sistema giudiziario ecclesiastico il vescovo è, in prima istanza, anche il giudice! Quello che mi ha stupito nel vedere quei cardinali a Roma, era proprio immaginare la somma ingiustizia di quando i padrini di mafia condividono il potere dei magistrati.
Ruini mi aveva anche chiesto: ma come mai, don Stefano, soltanto a te vengono a raccontare queste storie di disagio sessuale? Eminenza, ma questo dovrebbe chiederselo lei. Ma non vede la fine che fa chi parla davanti a lei? Le vittime sono punite più che i carnefici. Mi ha preso i documenti che avevo in mano e me li ha tirati addosso e mi ha intimato: vai fuori!
Dicevi all’inizio che hai perso stipendio e casa. Precisamente come è andata?
Il Decreto che ha attivato il mio primo processo, quello relativo a “Sciuscià” (il secondo, relativo alla mia sospensione dallo stipendio, è in corso) è arrivato fino alla Segnatura Apostolica. Non si vince contro il cardinale Ruini, ma io non ho perso quella causa, cioè non mi fu inflitta una pena. Mi fu detto che era il massimo che potevo ottenere e che era la mia vittoria. Per cui fui invitato a trovare una via d’accordo e di riconciliazione. Accettai. Andai a parlare col cardinale, al quale dissi di essere disposto a firmare, come mi aveva in precedenza chiesto, una carta – purché non contenesse una ritrattazione della mia esperienza di sofferenza – in cui sottoscrivevo l’insegnamento del magistero come dimostrazione di ossequio religioso. Mi mandarono un testo di una pagina e mezzo con affermazioni circa la morale cattolica in materia di sessualità e omosessualità e circa il mio impegno a rinunciare a ulteriori ricorsi alla Segnatura Apostolica. Firmai e considerai quest’atto come il segno della pace ristabilita col mio pastore. Quattordici giorni dopo la mia firma e il mio impegno ad astenermi da ulteriori ricorsi, fui cacciato da qui, con la motivazione ufficiale che non avendo un incarico diocesano non potevo rimanere in questa casa che è annessa a luogo sacro, ma in realtà perché dicevano che io qui convivevo con un transessuale. Ed è assolutamente falso. Mi davano 15 giorni di tempo per trasferirmi. Cosa impossibile. E d’altronde io gli chiedevo la restituzione dei 30 milioni che avevo investito nell’appartamento. Allo scadere dei 15 giorni mi arrivò il Decreto che diceva: siccome non hai ottemperato a questa richiesta, noi consideriamo questo un rifiuto da parte tua del nuovo incarico pastorale che ti abbiamo dato.
Ma, insomma, lo avevi o non lo avevi l’incarico per l’attività pastorale?
La cosa è complicata. Spiego. Io non ho una sospensione a divinis, per cui, per togliermi da qui, perché comunque volevano allontanarmi, erano tenuti a darmi un ufficio pastorale altrove. Mi hanno fatto cappellano di un Istituto per anziani fantomatico (perché non ci sta per ora neanche un anziano). E mi hanno dato come abitazione un miniappartamento, che è un retrobottega, al Torrino. E che io ho rifiutato, perché è un posto invivibile e io volevo indietro i miei 30 milioni. Questo retrobottega non ha nessun collegamento con l’Istituto, non era abbinato ad un centro religioso, cosa che mi avrebbe costretto ad accettare. Loro hanno presentato la cosa in questo modo: la rinuncia alla casa corrisponde alla disobbedienza all’ufficio. E rinunciando io all’ufficio, mi sospendevano lo stipendio. Cosa che mi hanno comunicato il 19 marzo scorso. Per cui ho iniziato un secondo processo, in cui si riprende tutto il mio caso per dimostrare che c’è stato un accanimento, che sono stato gabbato, che continua la persecuzione.
Continui a dire messa?
Io posso continuare a dire messa, non essendo, come dicevo, sospeso, ma non nella mia comunità. Mi era stata data una cappella dove dire messa, annessa all’Istituto per anziani. Ma il rettore di questa cappella non voleva che celebrassi ed è andato dal cardinale a dirgli che non voleva avere a che fare con me. E quando andai a concordare l’orario, questo cappellano non mi permise di celebrare.
Temevi di perdere stipendio e casa. Oggi che li hai persi, cosa temi, rilasciando queste tue dichiarazioni?
Temo che possano influire negativamente sui miei concorsi universitari. Per il resto, mi sento praticamente liberato: ormai che altro posso perdere? Ma c’è una cosa che non devono permettersi di togliermi: il sacerdozio. Sono un sacerdote e voglio esserlo.

  

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