Fratellini Gravina, Cassazione: non c’erano indizi contro Pappalardi
Articoli correlati:
Processo ai Ricostruttori della Preghiera: da don Bertagna alla mamma di Ciccio e Tore
I supremi giudici – bocciando nettamente l’operato della Procura di Bari – sottolineano che nei confronti di Pappalardi non c’erano «specifici elementi dimostrativi del suo coinvolgimento»
ROMA – Non c’era nessun «grave indizio di colpevolezza» che potesse giustificare la custodia cautelare di Filippo Pappalardi, il padre dei due fratellini di Gravina Ciccio e Tore scomparsi il 5 giugno 2006 e trovati morti in una cisterna nel centro del paese lo scorso febbraio. Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni – appena pubblicate – con le quali spiega perchè lo scorso 27 maggio ha deciso di annullare senza rinvio l’ordinanza di custodia in carcere emessa dal Gip di Bari il 26 novembre 2007 e quella confermativa della misura detentiva disposta, il 13 dicembre 2007, dal Tribunale della libertà di Bari.
I supremi giudici spiegano – accogliendo il ricorso di Angela Aliani, l’avvocato difensore di Pappalardi e bocciando nettamente l’operato della Procura di Bari – che non c’erano «specifici elementi dimostrativi del suo coinvolgimento nel sequestro, nella soppressione dei due figli e nell’occultamento dei loro cadaveri». Inoltre la Cassazione aggiunge che «nel complesso, i meri sospetti concernenti le fasi immediatamente antecedenti alla scomparsa dei due fratellini non sono stati suffragati da dati obiettivi sulla presunta azione omicidiaria, dal rinvenimento dei corpi dei piccoli e da un valido movente sotteso alla commissione dei gravi reati». Con riferimento al presunto movente ipotizzato dagli inquirenti, la Suprema Corte osserva che «non si può ritenere un movente valido il lamentato disagio dei bambini nella convivenza con il padre e il suo nuovo nucleo familiare, e l’estraneità dell’uomo alla cura e all’educazione dei figli».
Secondo Piazza Cavour proprio la «lacuna» – sul motivo che avrebbe spinto Pappalardi addirittura a uccidere i suoi figli Francesco e Salvatore – ha determinato «una grave e incolmabile carenza» nelle argomentazioni seguite dai giudici di merito che hanno seguito uno schema «inidoneo a delineare un quadro accusatorio dotato di obiettiva valenza indiziante e a fondare un giudizio prognostico di responsabilità».
Per quanto riguarda il diritto di Pappalardi ad ottenere l’indennizzo per il carcere subito senza lo straccio di un indizio e senza che fosse stato individuato il motivo scatenante di un delitto così atroce, la Suprema Corte afferma che l’annullamento della custodia e del suo atto di convalida «costituisce una decisione idonea a fondare il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione», sia per quanto riguarda il periodo passato nel carcere di Viterbo che per quello trascorso agli arresti domiciliari.



