Rignano, lo scrittore e il profumo del pane

Dicembre 12, 2007 at 18:12 (Rignano Flaminio) (, , , , , )

 Fra tante parole messe insieme un po’ a caso per parlare di Rignano Flaminio, spesso qualcosa sfugge. E infatti mi era sfuggita questa vera “perla”. Un articolo pieno di sentimento (nel senso antico del termine) nei confronti di un paese che sembra abbia accolto il nostro scrittore come una seconda mamma. Lo ha cullato con le sue notti tranquille, dispensando al risveglio profumi e arie passate, via da inutili confusioni.Una volta giunto qui, il traffico impazzito è per Damiani solo un ricordo. E al suo posto…il profumo del pane, la luce nitida, l’aria pulita e la storia che qui sembra ancora così palpabile da poterla respirare. I servizi funzionano benissimo, dalla sua stanza può godere di tre generi di “vista” diversi. Storica, ( “il campanile scrostato deve restare così, è troppo bello”), civica e naturalistica… sul Monte Soratte. Il “rosolio” gronda da queste poche ma significative righe che, solo per caso, sono capitate su di un quotidiano, visto che sarebbero ben altre le pagine  per cui parrebbero scolpite: un’ideale enciclopedia sulla poesia del paesaggio della provincia laziale, un ideale poema sulla riscoperta della vita fuori dalle grandi città, un’ideale di livello alto, in un mondo dove ormai il livello è diventato  troppo basso.
Ecco perchè, anche se tardivamente visto che l’articolo è del 24 ottobre, io ringrazio Damiani. Per un attimo, ci ha fatto credere di esserci trasferiti da un’altra parte. Sì, per un attimo, siamo riusciti a vendere le nostre case che nessuno vuole; per un attimo  i costruttori che si erano visti regalare le caparre da chi aveva rinunciato all’acquisto di appartamenti prenotati, hanno ricominciato a costruire perchè a Rignano la gente arriva a frotte. Per un attimo i negozianti che avevano deciso di chiudere le loro attività, hanno visto ricomparire i clienti. Per un attimo i bambini hanno ricominciato a correre felici verso l’asilo, le mamme non sono più preoccupate e di notte dormono invece di piangere. Per un attimo i padri sono andati a lavorare la mattina sapendo che le loro famiglie erano al sicuro, hanno lavorato tranquilli e sono stati più produttivi. Quando siamo passati sul corso principale, poi,  per un attimo abbiamo avvertito un lancio di petali di rose alle nostre spalle, al posto degli sputi che, di
solito, ci vengono raccontati.
Grazie, perchè, per un attimo, Damiani ci ha fatto dimenticare di vivere a Rignano Flaminio. Ma poi, il pugno nello stomaco: Damiani non vuole confessare di vivere a Rignano Flaminio, quindi se qualcuno glielo domanda, dice di abitare a Sant’Oreste. E perchè? Perchè dovrebbe rispondere a troppe domande. Perchè “l’inchiesta sulla pedofilia si è abbattuta sul paese come un 11 settembre e non saprei che dire, perché ne so esattamente quanto lui. Certo, non lo chiamerei paese degli orchi.”
Per concludere, nemmeno io lo chiamerei paese degli orchi, perchè queste immagini fantastiche portano su di un binario pericoloso: fatti veri trattati come favole. Vorrei dire a tutti i poeti e agli scrittori che, a un certo punto della loro vita, hanno sentito il bisogno di fare un’esternazione sul “caso Rignano” che, quando si tratta di bambini abusati, non credo ci sia spazio per licenze poetiche, nè per alati sforzi letterari. Non è obblogatorio avere un’opinione, non è obbligatorio argomentare il fatto di non essersene fatta una. Molto meglio riposarsi, in attesa che la giustizia faccia il suo corso.
Un luogo, uno scrittore Claudio Damiani a Rignano Flaminio. Ruvido, individualista. Ma anche razionale, etrusco

Non lo chiamerei “paese degli orchi”, questo no. Per chi viene da Roma, come me che mi ci sono trasferito è un po´ andare al Nord
Un bar sotto il campanile  .  Rignano, voglia di quiete di Claudio Damiani
Una campanella batte a ogni ora le ore, montata su volute di ferro dal sapore barocco, povere e gentili
In piazza le feste con la banda, le processioni, le bancarelle, i mercatini, i luoghi d´incontro  Il paese è bellissimo, non troppo vicino a Roma da esserne snaturato, né troppo lontano. Sta sotto il Soratte, montagna sacra che lo magnetizza e, insieme, veglia su lui, abitata da maghi e santi, streghe e nazisti, briganti, antichissimi sacerdoti del dio lupo, lupi. Proprio per questo il paese ha qualcosa di selvaggio e nello stesso tempo ordinato, civile;è ruvido, individualista, e nello stesso tempo razionale, etrusco. Per chi viene da Roma, come me che mi ci sono trasferito, è un po´ un andare al nord (e in effetti sta a nord).
Dalla mia casa ho tre viste: una che potrei chiamare civica, una storico-artistica, una naturalistica. Quella civica è la piazza del paese, che si chiama piazza Vittorio Emanuele II (prima si chiamava piazza della Repubblica, prima ancora Vittorio Emanuele II, sic), un lungo rettangolo e stretto tra il borgo antico e la via Flaminia (km 39). Qui le feste con la banda, le processioni, i carri del carnevale, le bancarelle e i mercatini, i bar, i luoghi di incontro. E´ questo l´unico punto a Rignano dove a certe ore è possibile anche non trovare il parcheggio (io un po´ mi arrabbio ma solo appena, se penso a quello che mi succedeva quando abitavo a Roma). C´è proprio sotto le mie finestre un sarcofago tardo romano, trasformato in fontana, che è un luogo di incontro e di gioco di bambini, ma anche di ragazzi un po´ chiassosi nelle ore notturne, attratti forse inconsciamente dal mistero che spira nella cavità marmorea, come un buco nero.
La seconda vista, storico-artistica, dà sulla piazza Borgia che ha al centro la Rocca, detta dei Borgia perché forse il Valentino la rinforzò o restaurò, sta di fatto che è uno scatolone un po´ povero, un cubo di tufo senza quasi finestre, ora fortunatamente in restauro, perché cascavano pezzi e era transennato da molto. Sul tetto crescevano piante e un fico a cui m´ero molto affezionato, anche perché ce l´avevo proprio davanti a un mio balcone. Dei restauri da molto tempo già si parlava, che sarebbero stati avviati, ma lui cresceva tranquillo in cima alla torre, senza soffrire di vertigini, incurante dell´estetica, e del suo destino che, incombenti i restauri, era ben segnato. In autunno perse le foglie, ma gli uccelli ancora si raccoglievano sui suoi rami. Poi un giorno, erano da poco cominciati i lavori, non c´era più.
Ma se la Rocca è tozza, c´è un campaniletto alla sua destra al lato della piazza snello e gentile che è un gioiello, con una campanella in testa un po´ fessa, ma dolce, che batte a ogni ora le ore (e le ripete, pure), montata su volute in ferro battuto di sapore barocco, povere e gentili. Ricordo la prima notte quando ci trasferimmo qui, l´anno scorso, che la campanella ci svegliava a ogni ora. Adesso non la sento più. Cioè la sento solo di giorno, e quando la sento mi fa piacere che mi dice l´ora. E mi fa piacere anche che dopo cinque minuti me la ridice, perché a volte non l´ho capita bene.
Questo campanile spero che non lo restaurino, perché è troppo bello così scrostato, screziato di rosa e ocra d´antiche tinte, colorato dal tempo, e così intonato con i colori del tramonto. E mi viene in mente, perché gli assomiglia in gentilezza, la chiesa romanica di Sant´Abbondio del VI sec., che un tempo era forse il centro del paese, e oggi è al margine. Sarebbe da restaurare la strada che dal borgo antico porta a questo piccolo monumento edificato su un precedente tempio romano, vero miracolo che vi trovate di fronte all´improvviso camminando nella campagna tra noccioli e castagni. Qui è terra antichissima (falisci, capenati, etruschi), terra di confini, continuamente scompigliati, difficilmente difendibile perché troppo attaccata alla Flaminia, diversamente dai paesi vicini che ne sono tutti un po´ discosti. Mi diceva Memmo mio vicino, che ha un grande negozio di mobili e è rignanese doc, che è questo secondo lui il motivo della scarsa presenza di cognomi locali, attaccati al territorio. E´ il motivo forse dell´individualismo di cui dicevo sopra, ma anche dell´apertura al nuovo e al diverso che caratterizza questo paese e che mi ha stupito da subito.
La terza vista, quella naturalistica, è sul monte Soratte. Quando vidi la casa per la prima volta, e ero molto incerto se comprarla o no, perché era troppo grande, troppo da ristrutturare, c´era un tetto enorme da rifare, questa vista fu quella che mi convinse. Il Soratte vi arde con le sue sette punte, come è giusto che sia per una sua vista da sud. E´ ben visibile in alto l´eremo di San Silvestro, costruito su un precedente tempio di Apollo, da dove papa Silvestro I accorse come un fulmine a Roma a guarire Costantino dalla lebbra (e ne ebbe in cambio il potere temporale, la famosa “donazione”), e ve ne sarebbe l´impronta del ferro di cavallo su un pietrone della Flaminia proprio qui nel paese. Non si vedono invece i tanti altri eremi sparsi, coperti e taluni completamente nascosti e avvolti dalla vegetazione, non si vede la “Casaccia dei ladri”, toponimo che lascia ben intendere come il monte fosse un tempo ricettacolo di briganti, briganti e lupi, tanto che nell´800 non so quale papa, per liberarsi in un sol colpo dei due fastidi, lo fece circondare e poi ardere per intero. Non si vedono le sue infinite grotte e ricettacoli e meri, dove si favoleggia sia ancora nascosto il tesoro dei nazisti in fuga, e chissà quant´altri tesori. Nella famosa ode Vides ut alta stet ecc. Orazio lo vede candido di neve, paralizzato dal gelo, e il suo intoccabile candore gli evoca il calore, il fuoco della casa, e l´amicizia e l´amore, e il carpe diem. Goethe vi ambienta invece, se ben ricordo, la notte di Valpurga classica, il megaraduno delle streghe, grande sabba notturno. E il monte fu un´isola, tanti milioni di anni fa, e tutt´intorno mare.
Ma adesso scendo e vado un po´ in giro. C´è il bar di Bruno (bar centrale), che prima di venire qui aveva un bar in zona Piramide a Roma, dietro la Rocca c´è il pane di Marietta che è buonissimo. Qui a parte le attività commerciali, i servizi che sono ben organizzati, e qualche attività collegata soprattutto all´edilizia e a manufatti di cemento, la gran parte della gente lavora a Roma. Il paese è cresciuto e è tuttora in crescita (siamo intorno ai settemila), vengono molti da Roma, numerosi sono gli stranieri, specialmente rumeni, ma non c´è la congestione che trovate invece, che so, a Morlupo, o a Riano. Qui è tutto disteso, ben organizzato, non esiste il traffico. La stazioncina della Roma-Viterbo è proprio in centro, comodissima. Il treno, certo, è lento, ma vi porta dritto a Piazza del Popolo (l´ultima corsa per rientrare da Roma, è vero, è alle 21.20, troppo presto, speriamo che prima o poi ne mettano un´altra più tardi). Io la macchina non la chiudo, qui la vita è tranquilla, la gente è accogliente. C´è una socialità vivace e franca e insieme un riserbo, una rusticità orgogliosa che fanno quella socialità ancor più bella, e più comoda. Io sono qui da un anno e mi sento già rignanese. Certo se qualcuno mi chiede dove vivo, non sapendo che vivo qui, io gli rispondo che abito a Sant´Oreste, o a Faleria, che stanno a pochi chilometri. Perché se dicessi la verità dovrei poi rispondere a mille domande su questa vicenda di presunta pedofilia che s´è abbattuta sul paese come un 11 settembre, e non saprei che dire, perché ne so esattamente quanto lui. Certo non lo chiamerei “paese degli orchi”, questo no. (La Repubblica 24 ottobre 2007)
Note biografiche: Claudio Damiani, poeta, classe 1957. “CLAUDIO DAMIANI, IL POETA CHE ATTRAVERSA DA SOLO LA DIMENSIONE DELL’UMANO CON LA PROPRIA ESPERIENZA”.  
Damiani è universale, sia quando scrive della sua amata Sabina, sia quando si “immerge” naturalisticamente nel laghetto di Fraturno, sia quando tocca l’essenza più profonda nello sguardo in superficie dell’amato albero di noci o della stradina trasfigurata, per un attimo, in una misteriosa fanciulla.
   Fonte articolo Claudio Damiani Repubblica 24 ottobre

Fonte articolo Wildgreta: Vivicentro Rignano Flaminio

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